di Valerio Evangelisti

[Il presente articolo è apparso nel n. 21 della rivista on line Giornale di storia, dedicato a Cinema e Inquisizione.]

Si può dire che i film sull’Inquisizione abbiano accompagnato il cinema fin dalle origini. È infatti del 1904 Un miracle sous l’Inquisition di George Méliès, del 1922 La stregoneria attraverso i secoli di Benjamin Christensen, pellicola che si apre con la scena di alcuni inquisitori che torturano una povera vecchia. Del 1929 è La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer, in cui altri inquisitori cercano di fare confessare la Pulzella di Orléans (avvio di un falso storico ripetuto nel tempo: l’inquisitore generale della Francia inglese in realtà assistette passivo alle prime sedute del processo a Giovanna, poi si ritirò disgustato).

Era così stabilito l’inestricabile nesso cinematografico, già esistente sul piano letterario, tra Inquisizione e tortura. Non che fosse infondato: la storia plurisecolare del Sant’Ufficio è indubbiamente costellata di atrocità, e la prassi della quaestio vi gioca un ruolo non secondario. Tuttavia il meccanismo inquisitoriale era molto più sottile della pura costrizione fisica, ritenuta dai maggiori trattatisti (Gui, Eymerich, Simancas) espediente accessorio e non determinante per l’accertamento della “verità”.

Il cinema ignora questo dato, e sforna per decenni film horror dai titoli suggestivi: Il trono di fuoco, Il grande inquisitore, La tortura delle vergini, Le streghe nere… Si trascura il divieto fatto agli inquisitori di versare sangue, li si dipinge come sadici e maniaci sessuali, si sorvola sulla necessità, per loro, di ricorrere al “braccio secolare”. In un film non dell’orrore (salvo che in senso estetico) del 1992, Cristoforo Colombo: la scoperta, Marlon Brando, nei panni di Torquemada, tormenta i prigionieri in prima persona. Nella modesta versione del 1991 de Il pozzo e il pendolo, solo vagamente ispirato a Poe, lo stesso Torquemada (Lance Henniksen), non solo tortura giovani prigioniere, ma ne fa l’oggetto delle sue voglie.

A questa collana di falsificazioni storiche rimedia, in certa misura, il cinema italiano. Prima con due pellicole (Galileo di Liliana Cavani, 1967; Giordano Bruno di Giuliano Montaldo, 1973), per tanti versi discutibili, ma abbastanza fedeli nel descrivere le procedure del Sant’Ufficio rinascimentale. Poi, in anni più recenti, con Confortorio (1992) e Gostanza da Libbiano (2000) di Paolo Benvenuti.

Il secondo film, tratto dagli atti di un processo per stregoneria raccolti da Franco Cardini, introduce il tema di questa sezione del «Giornale di Storia». Né Gostanza è temibile come “strega”, né gli inquisitori sono figure sinistre e potenti. È una storia di paese come (probabilmente) tante del suo tempo, in cui farmaceutica ed erboristeria domestica sono scambiate per accordi con il diavolo, e chi deve indagare lo fa per mestiere, non per accanimento. L’Inquisizione vi è dipinta come una polizia occhiuta che si cala nel quotidiano di piccole comunità, senza peraltro perseguire fini grandiosi, santi o criminali che siano. Si tratta di mantenere la fede cattolica nei limiti dell’osservanza, perché non si sfaldi, e a questo fine controllare le coscienze a livello capillare.

È la stessa dimensione dei capolavori di Carlo Ginzburg, tra cui la storia di Menocchio, narrata ne Il formaggio e i vermi, ma anche della magistrale indagine su Montaillou di Emmanuel Le Roy Ladurie, Storia di un paese: Montaillou. Il tribunale ecclesiastico agisce tramite la delazione, lo spionaggio reciproco, la denuncia anonima o palese. Fa leva su sentimenti bassi o elementari, dalla paura all’invidia, dal rancore personale all’odio familiare. La tortura serve più che altro a ravvivarli.

Localmente si innescano, sul sostrato di meschinità, temi più grandi come l’antisemitismo, l’odio anti-musulmano, l’avversione al femminile e ai residui pagani che gli sono collegati. Ma l’azione normale del Sant’Ufficio poggia su una capillarità analoga alla divisione del corpo ecclesiastico in diocesi e parrocchie, tentacolare e pervasiva. Vede una prevalenza di vittime umili, incolte e indifese. I casi clamorosi, che coinvolgono personalità di primo piano, sono una rarità. Prevalgono tra gli indagati i popolani come Menocchio, le vetulae che raccolgono erbe per confezionare pozioni medicamentose, i curati che scrivono o copiano grimoires in un latino approssimativo, arricchito da parole ebraiche regolarmente storpiate.

Ognuno di costoro ha una propria concezione del mondo, che in Menocchio diviene addirittura una cosmogonia. I conflitti decisivi – tra eresia e ortodossia, tra riforma e controriforma – appartengono però a una dimensione del tutto diversa e superiore. Loro sono solamente la gramigna recisa, en passant, da una zappa che accudisce spighe ben più alte, e pulisce il terreno circostante.

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