di Claudia Cernigoi

Nel mese di maggio 2017 a Trieste ci siamo trovati di fronte ad un bombardamento mediatico degno di miglior causa finalizzato a glorificare la figura del fu militante neofascista Almerigo Grilz, che è stato addirittura definito «il primo giornalista italiano caduto su un campo di battaglia dalla fine del Secondo conflitto mondiale»[1]. Dopo una mostra a lui dedicata (“I mondi di Almerigo”), sponsorizzata del Comune di Trieste (amministrato dalla destra), è seguita l’installazione di un’altra mostra (anche questa sponsorizzata dall’amministrazione comunale), in cui l’associazione Gli occhi della guerra (della quale parleremo più avanti) ha esposto foto di Grilz e dei suoi ex camerati nel Fronte della Gioventù triestino, con lui fondatori dell’Agenzia di stampa Albatross: Fausto Biloslavo e Gian Micalessin. Infine si è svolta nell’aula del Consiglio comunale la commemorazione istituzionale della «figura e la vicenda umana, politica e professionale di Almerigo Grilz»[2]

Almerigo Grilz non è morto per salvare la vita a un bambino, come i tre inviati della Rai (Marco Lucchetta, Saša Ota, Dario D’Angelo) a Mostar il 28/1/94; né è stato ucciso (come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio il 20/3/94) in esecuzione di un ordine emanato da chi temeva che l’inchiesta condotta dalla giornalista scoperchiasse il verminaio che era in corso in Somalia. Inoltre Grilz non si trovava in Mozambico a svolgere un servizio pubblico: si era unito alle truppe guerrigliere della Renamo per far conoscere la loro “guerra dimenticata”, cioè praticamente fungeva da loro ufficio stampa. E cos’era la Renamo?

Torniamo indietro di qualche anno: nel 1974 la “rivoluzione dei garofani” portoghese mise fine a decenni di dittatura e l’anno dopo concesse l’indipendenza alle colonie portoghesi in Africa, tra le quali il Mozambico, che si diede un ordinamento di tipo socialista, ma essendo stato saccheggiato per decenni dai suoi colonizzatori era un paese poverissimo. Già dal 1976 il Sudafrica dell’apartheid, preoccupato per la vicinanza di un paese governato da forze progressiste, finanziò, assieme alla Rhodesia razzista, la guerriglia della Renamo (Resistenza Nazionale del Mozambico), che combatté una guerra “sporca” (la maggior parte delle azioni era rivolta contro la popolazione civile, con stupri e massacri, mutilazioni dei contadini, incendio di scuole e di ospedali) contro il governo legittimo del Mozambico. Leggiamo un articolo del 1990 del giornalista e scrittore Kurt Vonnegut (che era un giornalista e scrittore liberal, ma non certo un “comunista”): «il nostro Dipartimento di Stato (degli USA, n.d.r.) stima che il Renamo (sarebbe corretto dire la Renamo, ma nel testo viene usato il maschile, n.d.r.) abbia ucciso più di 100.000 mozambicani soltanto dal 1987 compresi almeno 8.000 bambini sotto i cinque anni, la maggior parte dei quali era stata portata nella savana, dove erano morti di fame. Il nostro Governo può aver spalleggiato in segreto il Renamo nel passato, perché il Mozambico era dichiaratamente marxista e anche il Sudafrica faceva lo stesso apertamente e senza alcuna vergogna».

Vonnegut cita inoltre un commento di un volontario dell’organizzazione di aiuti CARE, che disse della Renamo che se avessero preso il potere non avrebbero saputo che fare perché «tutto quello che sapevano dei trasporti era come sparare a qualsiasi cosa osasse muoversi. Tutto quello che sapevano degli ospedali e delle scuole era come bruciarli o farli saltare».

D’altra parte abbiamo anche le testimonianze di pediatri dell’ospedale materno-infantile di Trieste, che negli stessi anni in cui Grilz faceva da press-agent alla criminale guerriglia della Renamo, avevano partecipato ad un progetto di cooperazione con l’ospedale di Maputo, per aiutare il giovane stato a sollevarsi dall’arretratezza medica: questi volontari hanno visto in prima persona come erano stati ridotti i bambini dalle violenze della guerriglia “dimenticata” che Grilz voleva “documentare”.

Torniamo a sentire Vonnegut: «il Mozambico (…) era giovane come nazione. E una delle prime cose che voleva fare era imparare a leggere e scrivere e un poco di matematica. Il Renamo continua a fare del suo meglio per impedire che ci riesca – con armi dell’ultimo tipo e attrezzature per le comunicazioni che arrivano ancora Dio sa da dove»[3].

Per citare un’altra fonte che si presume attendibile, leggiamo nella “cronologia” del Calendario Atlante De Agostini del 1989 la seguente notizia, datata 14/7/87 (due mesi dopo la morte di Grilz), che parla del «massacro di Homoine (424 morti)» compiuto dalla Renamo, come uno degli esempi «dell’orrore in cui è degenerata la guerriglia della Renamo», che dal 1982 ha ridotto «l’80% del territorio nazionale terra di nessuno, il 35% delle vie di comunicazione distrutto, le città isolate, quasi due milioni di profughi interni e 800.000 rifugiati all’estero» con la conseguenza che «il Paese è completamente destabilizzato e 4 milioni di persone sono alla fame».

Questa la realtà della guerra “dimenticata” condotta dalla Renamo, fatti che Grilz però non ha mai narrato nei suoi articoli e servizi, a dimostrazione che a farlo andare in Mozambico non era stato il desiderio di far conoscere una situazione di scontro armato, ma la necessità di operare in modo propagandistico a favore di una criminale guerriglia razzista, da lui condivisa in nome dell’anticomunismo.

Nella mostra su Grilz non avreste trovato la foto che segue, che pure è stata pubblicata su un settimanale di grande diffusione nel 1977 (il Meridiano di Trieste) e ritrae il futuro reporter assieme ad altri squadristi mentre fronteggia una manifestazione antifascista.

(Grilz con altri squadristi in piazzale Rosmini, giugno 1977, foto di Claudio Ernè)

Chi faceva politica attiva negli anni ’70 ricorda bene la figura di Grilz, segretario del Fronte della Gioventù dal 1974 e sempre in prima fila nelle manifestazioni, con megafono, bastoni e saluti romani. Nella sua biografia, così come esposta nella mostra sponsorizzata dal Comune di Trieste, si legge che la sua passione giornalistica si era espressa già nel 1966, quando aveva 13 anni ed era sceso in piazza per fotografare gli scontri delle manifestazioni contro la chiusura dei cantieri. Si legge anche che da ragazzo avrebbe prima militato nei movimenti di sinistra, avrebbe frequentato la sede anarchica e sarebbe approdato a destra per il semplice fatto che, colto a fotografare per spirito di reporter una manifestazione di sinistra era stato scambiato per una spia; inseguito, aveva trovato rifugio in un portone che, casualmente (tra tutti i portoni che vi sono in centro città) era quello della sede dell’MSI. Volendo approfondire il curriculum del futuro reporter di guerra, possiamo citare una denuncia subita dall’allora diciottenne Grilz nel dicembre 1971 perché sorpreso a strappare, assieme a Claudio Scarpa ed altri due militanti di Avanguardia Nazionale, i manifesti relativi all’elezione del Presidente Leone. Del resto, alcuni mesi dopo Grilz partecipava attivamente ad una manifestazione promossa dai camerati di AN (e fu tra i denunciati «per avere disturbato mediante lancio di oggetti vari, gesti e parole usuali al disciolto partito fascista, il comizio antimilitarista tenutosi in Piazza Goldoni il 25 Luglio 1972», come recita il verbale di PS, in buona compagnia con i fratelli Claudio e Gianpaolo Scarpa, Manlio Portolan e Francesco Neami, nomi che hanno scritto pagine della strategia della tensione in Italia). Dunque, prima di diventare leader dell’organizzazione giovanile missina il Nostro aveva militato nell’organizzazione eversiva fondata da Stefano Delle Chiaie.

(Grilz nel 1972 durante un “presidio anticomunista”)

Dopo avere preso nota di due denunce risalenti ad ottobre e dicembre 1974, una per «manifestazione usuale al disciolto partito fascista», essendosi esibito in un saluto romano nel cortile dell’Università, ed un’altra per «apologia del fascismo» in quanto responsabile «di atti usuali al disciolto partito fascista» nella stazione centrale, passiamo ad altre cronache degli anni ’70, quando il nome di Grilz appariva continuamente nelle notizie su risse ed aggressioni.

Nel 1976 troviamo Grilz denunciato in due eventi piuttosto gravi. Il 10 gennaio tre giovani militanti del PdUP (un ventiduenne e due ragazze di 18 e 19 anni) furono aggrediti da cinque picchiatori, tra i quali fu riconosciuto Grilz (aveva un fisico abbastanza inconfondibile, come si può vedere dalle foto): il giovane fu mandato all’ospedale con trauma cranico a causa di una sprangata ricevuta in testa.

Il 25 febbraio, come leggiamo sul Meridiano di Trieste della settimana successiva, «una dozzina di giovani tra i quali venivano identificati Almerigo Grilz, Paolo Morelli, i fratelli Ciro e Livio Lai» ed altri, dopo essere entrati a volantinare nell’atrio dell’Università, iniziarono a scagliare bottiglie contro gli studenti antifascisti che si erano radunati sul posto. Fu lo stesso rettore Giampaolo De Ferra che tolse di mano agli attivisti le bottiglie, dopo averli identificati, e richiese l’intervento della forza pubblica. Ma una volta allontanatosi il Rettore, i giovani missini si scagliarono nuovamente contro gli antifascisti a colpi di bottiglia, mandando in ospedale per ferite causate dai cocci di vetro quattro studenti, tra cui uno che rischiò di perdere un occhio (e la sua automobile fu data alle fiamme pochi giorni dopo) ed un altro che riportò venti punti di sutura alla testa. Tra i lanciatori di bottiglie era stato dunque identificato anche l’allora segretario (o forse dovremmo definirlo capomanipolo?) del Fronte della Gioventù, Almerigo Grilz, che fu perciò espulso dall’Ateneo triestino.

Stranamente gli autori dei testi della mostra su Grilz, quando parlano di «un agitato percorso universitario che lo ha visto anche sospeso dalle lezioni al culmine degli scontri tra studenti di destra e sinistra», si guardano bene dall’entrare nei particolari delle modalità di questi “scontri” (pubblichiamo qui sotto la parte del pannello che parla del percorso universitario del Nostro), quindi abbiamo pensato di rinfrescare noi la memoria sugli eventi di quegli anni.

Aggiungiamo, per dovere di cronaca, che non siamo riusciti a trovare notizia delle conclusioni delle indagini su questi fatti di violenza, quindi non siamo in grado di dire se vi siano state condanne, proscioglimenti o prescrizioni.

(il pannello della mostra in cui si legge del percorso universitario di Grilz)

Nel 1981 lo “studente in legge” Grilz (decisamente fuori corso, considerando che aveva 28 anni: si laureò appena l’anno dopo, con una tesi «sul terrorismo e sul dilagare della lotta armata in Italia», leggiamo nel citato pannello della mostra) fu intervistato dal Meridiano nell’ambito di un articolo che parlava del recente rinvio a giudizio di 29 persone per «tentata ricostituzione del disciolto partito fascista», «propaganda tesa al sovvertimento violento delle istituzioni costituzionali», «esaltazione di esponenti principi, fatti e metodi del fascismo». Tali reati si riferivano ancora a quanto avvenuto nel corso della già citata violenta contestazione del luglio 1972 contro la marcia antimilitarista, e l’iter particolarmente lento dell’indagine fu causato, spiegò il giudice istruttore Leonardo Grassi, al fatto che le denunce erano finite dapprima a Roma nell’ambito della mega-inchiesta contro Ordine Nuovo e poi erano ritornate a Trieste alla fine del 1980. Nel frattempo però si erano prescritti altri reati oggetto di denuncia, come il «lancio di oggetti pericolosi» (nell’occasione era stata gettata una sorta di rudimentale molotov).

Come già detto all’inizio, tra i 29 imputati in cui compagnia venne a trovarsi Grilz, vi erano soprattutto avanguardisti nazionali ed ordinovisti (come Francesco Neami e Manlio Portolan, processati e prosciolti dopo alterne vicende per la strage di piazza Fontana). Intervistato, Grilz dichiarò: «penso di non aver fatto nulla di male. Il lancio di uova marce, ammesso che le abbia lanciate è una goliardata (le bottiglie del 1976 erano anche una goliardata? n.d.r.)» aggiungendo che sarebbero «tutte balle» le accuse di avere partecipato ai campeggi paramilitari. Curioso che nell’intervista Grilz abbia citato il caso del campeggio di Passo Pennes per il quale «furono assolti gli imputati perché trovarsi sotto una tenda con degli amici è una cosa normalissima che non costituisce reato», dato che nel caso specifico (il 1° luglio 1971 furono scoperti nella località montana una decina di iscritti alle organizzazioni giovanili dell’MSI, accompagnati da quel Giuseppe Sturaro, che fu indicato, nel corso della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo come il «vice-comandante dell’Unità di pronto impiego Primula» della struttura Gladio) il procedimento giudiziario per il campo si trascinò a lungo e si concluse, sette anni dopo con un’assoluzione di tutti gli imputati. Vien da chiedersi se anche Grilz si fosse stato trovato, allora ancora minorenne, tra i campeggiatori di Passo Pennes, assieme a quel Walter Pilo che in anni più recenti si è dedicato alla “solidarietà internazionale” fondando l’associazione Uomo libero onlus, che durante il conflitto jugoslavo ha portato “aiuti umanitari” in particolare alla cittadina bosniaca di Vitez. Considerando che la località di Vitez è nota soprattutto per avere dato il nome (Vitezit) ad un particolare esplosivo militare a base di tritolo ivi prodotto e che il Vitezit sembra essere stato usato sia per le stragi di piazza Fontana che di piazza della Loggia, etichette di esso sono state trovate nel corso delle perquisizioni a Giovanni Ventura ed al neofascista bresciano Silvio Ferrari, morto a causa dello scoppio dell’esplosivo che trasportava con la Vespa pochi giorni prima della strage di Piazza della Loggia, è davvero curioso che con tutte le cittadine bisognose della Jugoslavia, Pilo sia andato a portare la propria solidarietà proprio nella sconosciuta (ai più, ma forse non a lui) Vitez.

Tornando a Grilz ed ai campeggi paramilitari passiamo ora ad una relazione della Questura di Bologna (non datata ma evidentemente scritta nel 1981, inserita nell’istruttoria per la strage di Bologna del 2/8/80) che analizza i possibili collegamenti di alcuni tra i più attivi militanti del Fronte della Gioventù di Trieste ed i NAR di Giusva Fioravanti, nell’ambito di quel filone d’inchiesta rivolto alle frequentazioni dei campi militari cristiano-maroniti in Libano da parte di estremisti di destra italiani.

I redattori dell’informativa indicano dodici nomi che «sempre gli stessi (…) ricorrono nei vari episodi delittuosi»; tra essi, di Almerigo Grilz si legge: «più volte denunciato per rissa lesioni, apologia del fascismo etc.» e il 31/1/80 rinviato a giudizio assieme ad altri neofascisti per tentata ricostituzione del partito fascista. Ma ciò che viene approfondito nella relazione è che «il nucleo più agguerrito del FDG triestino si è recato a più riprese in Libano» usando come tramite le comunità dei cristiano maroniti in Italia che «alla perenne ricerca di combattenti per la loro causa contro i palestinesi (…) fornirebbero indicazioni e documenti a chi faccia richiesta di recarsi in Libano – previo accertamento sulla effettiva militanza di destra» dei volontari (l’accertamento, spiegano gli inquirenti, veniva effettuato «tramite controlli con il MSI-DN o qualche organizzazione parallela», quindi funzionando da «centrali di smistamento e reclutamento» per chi volesse recarsi in Libano, ed indirizzati all’Ambasciata Libanese di Atene per il visto d’ingresso.

Così tra il 1979 ed il 1980 si recarono in Libano a più riprese Roberto Cettin, i fratelli Ciro e Livio Lai (che furono condannati nell’ambito del processo per i NAR) ed ancora Grilz, Gilberto Paris Lippi (futuro vice-sindaco di Trieste), Fausto Biloslavo ed Antonio Azzano (questi ultimi tre furono arrestati su ordine della Procura di Bologna, nell’ambito delle indagini sulla strage del 2 agosto, «per reticenza e falsa testimonianza in merito a loro soggiorni nel Libano, in campeggi paramilitari dei falangisti»[4]).

Non abbiamo letto la tesi di Grilz sul terrorismo “rosso” che, secondo il pannello della mostra che abbiamo pubblicato, sarebbe stata basata su «dossier» da lui stesso «compilati negli anni precedenti sui movimenti extraparlamentari di sinistra più violenti»; ma forse, date le sue frequentazioni, avrebbe potuto presentare con migliore profitto una tesi sullo sviluppo del terrorismo “nero” ed i collegamenti di alcuni di essi con i falangisti del Libano.

Curiosamente, nella mostra organizzata dall’associazione Gli occhi della guerra sono presenti foto scattate da Grilz in zone di guerra come l’Afghanistan, l’Etiopia, il Mozambico, l’Iran, la Cambogia e la Birmania, ma nessuna foto del Libano: strano che un fotoreporter appassionato come lui non abbia scattato alcuna foto in Libano nel corso delle sue trasferte, come se non avesse avuto alcun desiderio di documentare quella guerra.

Un breve accenno agli organizzatori di questa mostra, che porta il nome della struttura che l’ha curata: Gli occhi della guerra (che ha un sito omonimo) è un gruppo che raccoglie diversi reporter di guerra: oltre ai già incontrati neofascisti Biloslavo e Micalessin troviamo anche la più nota Barbara Schiavulli (vincitrice di svariati premi giornalistici, che ha pubblicato e pubblica per lo più su testate “di sinistra”) ed il più giovane Andrea Sceresini, che si è definito “comunista” al tempo in cui fu co-autore di un libro intervista al generale piduista Gianadelio Maletti, libro che oseremmo definire “depistante” per i contenuti che l’ex dirigente del SID ha inteso veicolare con questo mezzo.

La mostra “I mondi di Almerigo” è stata recensita in un articolo del Piccolo dal giornalista Francesco Cardella, che tra l’altro ricorda le «tante cose fatte con Almerigo».

Per parlare di una delle cose che Cardella ha fatto con Grilz possiamo recuperare il fascicolo RGNR 3798/83, istruito dal PM dottor Roberto Staffa, procedimento penale per rissa, reato estinto per amnistia nel 1990.

Il fascicolo si riferisce a quanto avvenuto a Longera-Lonjer (villaggio della periferia triestina, i cui abitanti all’epoca erano praticamente tutti di lingua slovena) il 18/6/83, nel corso di un supposto “comizio” convocato dall’MSI nell’ambito della campagna elettorale in corso.

Per sintetizzare i fatti, l’MSI aveva indetto un comizio nella piazza di Dolina (altra località limitrofa a Trieste a maggioranza slovena), ma il sindaco aveva vietato il traffico veicolare nella zona prossima al municipio per cui il Prefetto aveva deciso di vietare il comizio. Quindi l’MSI decise di indire altri comizi, uno a Basovizza alle ore 18, uno a Longera alle 18.40 ed un terzo in centro città.

Fu allo scopo diffuso il volantino che pubblichiamo di seguito (intorno alle ore 16 di quel giorno copie di esso furono lanciate da una macchina che attraversò senza fermarsi il villaggio di Longera) nel quale si leggono le seguenti intenzioni:

«ricacciare in gola agli slavo-comunisti le loro provocazioni (…) risponderemo al divieto tenendo i seguenti comizi di protesta (…) a San Dorligo verremo comunque uno dei prossimi giorni la campagna elettorale è ancora lunga».

Insomma, considerando anche che a Basovizza e soprattutto a Longera il pubblico interessato ad un comizio dell’MSI era praticamente inesistente, in quanto nelle località gli elettori di questo partito si potevano contare sulle dita di una mano, tale linguaggio dimostrava l’intenzione di fare non tanto un comizio elettorale, quanto piuttosto una spedizione punitiva di stampo intimidatorio (se non peggio), una mera provocazione in perfetto stile fascista.

Citiamo a questo proposito quanto scrisse il vicequestore Sergio Petrosino nella sua Relazione in merito al servizio di ordine pubblico prestato nella giornata del 18 giugno dalle 17 alle 20 in viale XX Settembre angolo via Paduina (presso l’allora sede del Fronte della Gioventù).

All’inizio del servizio, leggiamo, si erano visti numerosi giovani «che si accingevano a partire per il programmato comizio sull’altipiano», nello specifico una ventina di persone tra cui «il noto Grilz» «i soliti Scarpa Claudio» e altri, ed aggiungeva Petrosino che «l’atteggiamento complessivo dei presenti non era certamente quello di un gruppo che si preparasse a celebrare un pacifico rito elettorale: tutti erano in abbigliamento “da battaglia” e sembravano pervasi da una certa tensione».

Alle 18 i missini (tra i quali furono segnalati militanti dell’allora FdG-MSI come Grilz; il futuro deputato in quota Alleanza Nazionale nonché sottosegretario Roberto Menia; il futuro vicesindaco Gilberto Paris Lippi – che ricordiamo tra i turisti nel Libano degli anni ’70 – e suo fratello Angelo, in tempi più recenti nostalgico della Decima Mas; l’attuale consigliere comunale in quota Lega Nord Antonio Lippolis, il futuro cronista Francesco Cardella e l’attuale ufficiale della Polizia locale Fulvio Sluga; ma troviamo anche ex esponenti di Avanguardia Nazionale, come i fratelli Claudio e Giampaolo Scarpa (questi ultimi «mossi dal senso di amicizia nei confronti di Grilz»[5], forse memori della passata militanza comune?) tennero il loro comizio nella piazza di Basovizza, con nessun pubblico ma la sola presenza di antifascisti che gridarono slogan contro di loro. Prima del comizio la polizia sequestrò, rilasciando regolare ricevuta all’allora segretario del Fronte, Menia, 7 manici di badile, 4 manici di piccone, 2 aste di legno e 2 aste metalliche «su alcune delle quali erano arrotolate delle bandiere», 14 manici di badile e 2 aste di legno senza bandiere, per un totale di 31 bastoni di vario tipo e dimensione.

Veniva lasciato loro uno striscione che riportava la caricatura del maresciallo Tito e la scritta «Tito boia» (che di per se stesso costituiva una provocazione, considerando che nel marzo del 1945 il paese di Longera aveva subito un rastrellamento nazifascista che si era concluso con quattro morti, quasi tutti gli abitanti arrestati e torturati e le case devastate).

Intorno alle 18.45 la colonna missina arrivò nella località di Longera, dove gli abitanti si erano dati appuntamento al Circolo di cultura per sorvegliare la situazione in modo da evitare che venissero compiuti atti vandalici (nei giorni precedenti erano stati imbrattati diversi monumenti alla Resistenza). Le auto della polizia, non si sa per quale motivo, invece di precedere i mezzi dei neofascisti, rimasero indietro, per cui quando questi giunsero nel paese presidiato dagli abitanti, sul luogo si trovavano solo una decina di carabinieri.

A questo punto la ricostruzione dei fatti è contraddittoria. Molti testimoni asserirono che i neofascisti erano scesi dalle auto gridando amenità come «morte ai s’ciavi comunisti», «daremo fuoco al paese» «verremo a prendervi uno alla volta»; un testimone dichiarò che Grilz era sceso dall’auto gridando «all’assalto». Chi scrive ha personalmente visto Grilz scendere dalla macchina, e gli scontri sono iniziati subito dopo.

Ha dichiarato Stojan Sancin (che fu tra gli imputati per la “rissa”, come furono rubricati gli scontri) di essere intervenuto a difesa di «due vecchietti» cui alcuni missini avevano sputato in faccia ed in questo frangente uno degli aggressori, che poi aveva riconosciuto per Grilz, lo aveva colpito col megafono che teneva in mano.

Grilz a sua volta asserì di essere stato aggredito da due persone e di avere roteato il megafono per difendersi, dopo avere ricevuto un pugno ed un mattone in viso (il colpo di mattone fu confermato anche da un altro degli imputati in quota missina, l’attuale giornalista Francesco Cardella), e che riconosceva nei suoi aggressori Sancin ed un altro teste che aveva presentato denuncia per essere stato picchiato col megafono: questi due si fecero refertare al Pronto Soccorso, con prognosi di 8 giorni ciascuno per lesioni.

Nel frattempo qualcuno, rimasto non identificato, lanciò contro le persone che erano radunate davanti alla sede del Circolo, un oggetto metallico pesante (si parlò di un cric) che colpì in pieno petto la cinquantaquattrenne Emilia (Milka) Kjuder (era stata arrestata e torturata, sedicenne, nel corso del rastrellamento nazifascista del marzo 1945), che svenne per il dolore e fu ricoverata al pronto soccorso, dove le vennero diagnosticate lesioni guaribili in dieci giorni (ma le conseguenze furono ben più gravi, perché anni dopo dovette essere sottoposta a mastectomia a causa di queste lesioni); fu ricoverato con prognosi di 15 giorni un altro longerano, colpito alla testa da un’asta metallica.

Mentre questi feriti si trovavano in ambulanza fermi al semaforo all’altezza di Viale XX Settembre, un giovane si avvicinò gridando «sporchi s’ciavi comunisti la pagherè uno per uno».

Anche un agente di polizia fu colpito da una sprangata ed i sanitari gli certificarono 7 giorni di prognosi.

Nonostante le asserite lesioni subite (pugno e mattonata in faccia) Grilz tenne regolarmente il previsto comizio nella piazzetta di Longera e successivamente anche quello annunciato in Largo Barriera, ma riprendiamo qui la relazione del vicequestore Petrosino, che descrive come «dopo gli incidenti di Longera (…) alcuni dei partenti si ritrovavano alla spicciolata» nei pressi del bar Costa; il gruppetto «da lontano sembrava mimasse il racconto di una rissa», e tra essi era riconoscibile Grilz, «munito di un megafono ammaccato che si lasciava andare a gesti di insofferenza».

Quindi alla fine della “rissa”, mentre i quattro aggrediti di Longera ritennero di farsi refertare al Pronto Soccorso, Grilz, pur asseritamente colpito da un mattone in faccia, era perfettamente in grado di tenere due comizi, e per farsi refertare le lesioni non si recò all’ospedale nell’immediatezza dell’evento, ma andò alle 22.45 (quattro ore dopo) privatamente da un medico che gli rilasciò un certificato attestante lesioni al volto guaribili in una settimana (evidentemente il mattone lanciatogli addosso doveva avere avuto un rallentamento non di poco al momento di impattare con il viso del previsto oratore).

Infine citiamo ancora la testimonianza di Sancin, che ha dichiarato di avere visto gli stessi missini impadronirsi di mattoni che si trovavano sul pianale di un camion fermo in zona, e lanciarli in mezzo alla folla.

I fatti non furono mai chiariti in sede giudiziaria perché, come s’è detto all’inizio, il procedimento fu estinto per amnistia (e comunque la posizione di Grilz non sarebbe stata discussa, a causa della “morte del reo”, come recita il codice).

Nel frattempo l’agenzia Albatross dei rimasti Fausto Biloslavo, Gian Micalessin e Riccardo Pelliccetti aveva lanciato i tre nell’ambiente giornalistico, ed oggi Biloslavo è una delle firme più quotate del Giornale diretto da Sallusti: ricordiamo qui i suoi interventi in materia di “foibe”, che per stile e contenuti sembrano più volantini del FdG degli anni ’70 che non articoli di stampa. Biloslavo si è distinto per la sua capacità inventiva sull’argomento quando, rendendo testimonianza in Corte d’Assise a Roma, nel corso del processo cosiddetto “delle foibe” con unico imputato Oskar Piškulić (processo istruito dal PM romano Giuseppe Pititto, che dichiarò di essersi coordinato con l’avvocato piduista Augusto Sinagra per queste indagini), dopo avere riferito alcune affermazioni che l’imputato gli avrebbe rilasciato nel corso di un’intervista, a prova di averlo effettivamente incontrato ed intervistato (Piškulić aveva smentito di avergli parlato) fece una descrizione dell’anziano ufficiale fiumano dicendo che era privo di una gamba.

In realtà, come possiamo testimoniare noi che lo abbiamo veramente conosciuto, il maggiore Piškulić aveva tutte e due le gambe, e le ha conservate fino alla sua morte, avvenuta diversi anni dopo l’incontro che Biloslavo aveva millantato.

Per concludere possiamo dire che ciò a cui abbiamo assistito nel mese di maggio è stata una doppia celebrazione di Almerigo Grilz: da una parte le istituzioni della Repubblica “nata dalla Resistenza” gli hanno reso omaggio come giornalista “morto per la verità”, cancellando del tutto il suo passato squadrista e neofascista e sdoganando la sua figura politica nei confronti dell’opinione pubblica; dall’altra parte però i “camerati” triestini hanno voluto ricordare in lui, coerentemente e giustamente (dal loro punto di vista) non il reporter, ma il leader politico portatore di un carisma prettamente fascista che gli fece guidare per un decennio con successo l’organizzazione giovanile missina.

 

La celebrazione sembra quasi la storia di Bocca di rosa, voluta dal parroco in prima fila in processione assieme alla Madonna, ma è in realtà una brillante operazione di revisionismo storico, in un momento in cui viene ribadito ad ogni piè sospinto il valore dell’anticomunismo: riscrivere la biografia di un estremista di destra omettendo i particolari più “scomodi” della sua attività politica, esaltandone le (dubbie) capacità giornalistiche; trasformare in eroe un fanatico anticomunista nostalgico delle squadracce del ventennio e con la passione delle armi. La storia d’Italia non si riscrive soltanto con la rivalutazione dei combattenti di Salò, ma anche con la riabilitazione del neofascismo degli anni di piombo.

 

[1] http://www.secoloditalia.it/2017/05/a-trentanni-dalla-morte-trieste-commemora-almerigo-grilz/.

[2] http://www.triesteprima.it/cronaca/cerimonia-in-municipio-in-memoria-di-almerigo-grilz-giornalista-caduto-in-guerra-20-maggio-2017.html.

[1] http://www.secoloditalia.it/2017/05/a-trentanni-dalla-morte-trieste-commemora-almerigo-grilz/.

[2] http://www.triesteprima.it/cronaca/cerimonia-in-municipio-in-memoria-di-almerigo-grilz-giornalista-caduto-in-guerra-20-maggio-2017.html.

[3] Il reportage di Vonnegut sul Mozambico si trova in “Destini peggiori della morte”, Bompiani 2003, p. 190-200.

[4] Claudio Tonel, “Dossier sul neofascismo a Trieste”, Dedolibri 1991, p. 157.

[5] Così in “Trieste a destra” di Pietro Comelli e Andrea Vezzà, il Murice 2015, p. 269.

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