di Milvia Comastri

Milvia1Ognuno dei venticinque racconti arriva  da un’instabilità, da un’ingiustizia, da una  prevaricazione, da una frattura: ecco perché la scelta del titolo Squilibri. Si tratta di un’antologia in e-book edita da Antonio Tombolini per la collana Officina Marziani, di cui vi proponiamo sotto il primo racconto integrale. Con una delicata e potente scrittura, Milvia Comastri (da non confondere con la giallista Comastri) si infiltra tra le piaghe delle esistenze, restituendocene gli scorci essenziali, quelli fondanti, quelli che hanno lacerato o segnato le pelli e lo spirito.

Oltre al vuoto delle convenzioni, oltre alla vita nuda e cruda, però, potrete toccare anche la poesia, il sottile regno del possibile, in solitari, momenti drammatici e immaginifici, come quando una ballerina si lancia attraverso «lo schermo nero della notte» e l’alternanza sapiente tra cielo e terra si rivelerà anche nella parola. L’autrice, bolognese, ha pubblicato soprattutto raccolte di racconti – tra questi citerò l’antologia Colazione con i Modena City Ramblers (Historica Edizioni) – ma non solo. Ha anche partecipato al progetto Nessuna più – quaranta scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), confermando la sua attenzione alle questioni di genere. (M.O.)

Che cosa hai fatto di Milvia Comastri

squilibriÈ dopo che lei ha pronunciato i quattro nomi che il prete le mette una mano sul braccio e glielo stringe, glielo artiglia con le sue dita secche, che a Lena fanno venire alla mente le zampe di un uccello rapace.

«E tu che cosa hai fatto?» chiede. Poi avvicina la sua faccia alla faccia della ragazza e sibila: «Li avevi provocati, vero». E non è una domanda.

Il fiato del prete ha un odore guasto. Lena sente salirle in bocca un fiotto acre, vorrebbe gridargli che lei non ha fatto niente, aveva solo tredici anni, quella volta. Ma sa che se aprisse la bocca vomiterebbe. Divincola il braccio dalla stretta del prete, gira le spalle all’altare e corre verso l’uscita della chiesa.

Fuori c’è un sole che abbacina. Lena socchiude gli occhi, tira un sospiro lungo, ricaccia la nausea giù, in fondo, da dove era salita.

Io che cosa ho fatto? si chiede mentre attraversa la piazza e come in un sogno sente le grida dei bambini che stanno giocando sul sagrato, il canto dell’acqua della fontana, la risata di una donna.

Io che cosa ho fatto?

Aveva seguito il ragazzo, ecco cosa aveva fatto. Il più bello del paese, il più affascinante, il più figo, come dicevano le sue amiche, che l’aveva avvicinata un pomeriggio mentre lei stava tornando da scuola. «Ehi, ragazzina», le aveva detto, «sai che ti sei fatta proprio bella?». E lei, che bella non si vedeva affatto, si era specchiata in quegli occhi scuri e si era scoperta bellissima.

Era cominciata così, quella storia. C’erano stati altri pomeriggi, altre frasi che le mandavano il cuore a picco nello stomaco, come le succedeva alla sagra di San Michele, quando saliva sulle montagne russe. Lui aveva cominciato a entrare nei suoi sogni, e il pensare al loro appuntamento rendeva interminabili le ore di scuola, e gli odori della primavera si facevano liquidi, e le canzoni che ascoltava, canzoni d’amore, sembravano scritte solo per lei, scritte solo per loro, pensava. Ecco perchè l’aveva seguito alle grotte: perché si era trovata ad avere fame di lui, del suo odore, della sua voce che era come una lingua di fuoco sulla pelle, di quello sguardo scuro che la spogliava di tutte le sue insicurezze.

Aveva cancellato ogni cosa, per anni. Aveva cancellato dalla sua mente l’orrore di quel pomeriggio di inizio estate, aveva cancellato l’immagine delle braccia che l’avevano inchiodata sull’umido terreno della grotta, gli ansiti di animale che avevano sfregiato il silenzio, il dolore fisico che le aveva invaso il corpo, e l’altro dolore, più intenso, che aveva ucciso la sua innocenza.

Quando li incontrava, lui e i suoi tre amici, provava un fastidio cui non sapeva attribuire una ragione. Sentiva un freddo improvviso, che le faceva accelerare il passo e affossare la testa nelle spalle.

Si è seduta su una delle panchine che l’amministrazione comunale ha fatto mettere sul belvedere. Da lì, la vallata si mostra in tutta la sua bellezza. In fondo, sfumate di delicato azzurro, altre montagne.Viene sempre qui, quando deve pensare, quando deve prendere una decisione. Guarda le montagne lontane, socchiudendo gli occhi, e cerca di farsi pervadere dalla serenità che il paesaggio trasmette. È stata qui anche ieri. Dopo che ha visto quei quattro uscire dalla grotta, e, dopo poco, Angela, la figlia degli Esposito, uscire anche lei, vacillante, una mano sul ventre, l’altra a mezz’aria, come a  cercare un appiglio. È stato in quel momento che tutto le è ritornato in mente. Non era più Angela la ragazzina smarrita che stava dirigendosi verso il paese, ma era lei stessa, sei anni prima. Per un attimo una cortina nera le è scesa davanti agli occhi, si è sentita le gambe molli, ma si è ripresa subito. Ha raggiunto Angela, le ha messo una mano sulla spalla: «Angela», ha detto piano, «cosa ti hanno fatto?».

La ragazzina si è girata, l’ha guardata con occhi da bestia ferita.

«Niente», ha ringhiato. «Non mi hanno fatto niente. Lasciami in pace». Poi è corsa via, e di lei sono rimaste solo le impronte degli zoccoli sul terreno polveroso, e il suono di quel ringhio.

Più tardi, seduta sulla panchina del belvedere, Lena ha deciso: domani dirò tutto a Don Luigi, ha pensato.

Gli dirà di sei anni fa, e di Angela, gli dirà. E farà i loro nomi.

Quei nomi, i nomi dei quattro stupratori, sono molto conosciuti, in paese. Le loro famiglie, in paese, fanno il buono e cattivo tempo. Famiglie di rispetto, sono, quelle cui appartengono i quattro bastardi. Famiglie che, in paese, tengono in pugno il destino di molti, di tutti. E i loro figli vengono, da tutti, considerati dei bravi ragazzi. Ma a Lena non importa. Racconterà tutto a don Luigi. Lui saprà quello che c’è da fare, si è detta ieri.

Ma non è stato così, pensa ora Lena. E quasi le viene da ridere, pensando alla fiducia che riponeva nel prete. Bisogna trovare un’altra soluzione. L’azzurro delle montagne si è stemperato in un colore di oro antico.

È il tramonto, quando Lena si alza dalla panchina e si avvia verso la caserma dei carabinieri.

Il carabiniere che prende la sua testimonianza è uno del nord, avrà più o meno l’età di Lena. A mano a mano che lei racconta, lo sguardo del ragazzo si incupisce. Che brutta storia, pensa. Povera ragazza. Le crede, crede in tutto quello che lei dice: quegli occhi, così duri, pensa, non possono mentire. Li andrà a prendere lui stesso, quegli animali.

La voce si sparge in fretta. Arriva anche una televisione locale che riprende i quattro mentre escono dalla caserma, riprende il loro atteggiamento strafottente, l’abbraccio delle loro madri, gli applausi di molti, gli occhi bassi di altri. Una telecamera inquadra Angela mentre dice che quella Lena è matta, che si è inventata tutto, che quei ragazzi sono dei bravissimi ragazzi, e che lei sono mesi che non passa davanti alle grotte.

La madre di Lena son due giorni che piange e ripete: «Cosa hai fatto cosa hai fatto cosa hai fatto». Come una litania, come i misteri del rosario.

«Ci fosse ancora tuo padre», dice, «saprebbe lui come raddrizzarti».Lena esce di casa. Non sente niente, dentro. Né indignazione, né scoramento, né rabbia. È come se fosse morta. Cammina senza  sapere dove sta andando. Si accorge di essere davanti al bar del paese solo perché sente una voce d’uomo che le grida puttana, seguita da risate e fischi. Non si ferma, non risponde, tiene la testa alta. Sente qualcosa di bagnato che le arriva in mezzo alla schiena. Uno sputo, pensa, ma non avverte neppure una briciola di schifo. Va ancora avanti, fino al negozio del tabaccaio. Poi le viene addosso una gran stanchezza e decide di rientrare.

Le quattro donne l’aspettano vicino a casa, là dove si apre una breve galleria che porta alla scuola elementare. La trascinano dentro, e la volta della galleria amplifica le loro voci: «Puttana», gridano. E intanto l’hanno buttata a terra, e arrivano colpi sulla testa, sul viso, e calci nella pancia, e gridano: «Che cosa hai fatto che cosa hai fatto, che cosa hai fatto, volevi rovinare i nostri figli, puttana, puttana». Gridano e graffiano, gridano e calciano. Fino a quando lei non sente più niente.

Si è trascinata fino al portone di casa, ha salito le scale. Le ci è voluto un secolo, ogni gradino una freccia che le si pianta nel corpo, ogni respiro un rantolo.

La madre apre la porta nell’istante in cui lei sta per suonare il campanello.

«Lena!», grida. E poi, mentre tende le braccia per accoglierla:

«Che cosa ti hanno fatto, figlia mia?», bisbiglia.

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