di Danilo Arona

Amanda

Suppongo che molti dei lettori di questa rubrica abbiano visto il recente e notevole film La madre, prodotto da Guillermo Del Toro e firmato da Andy Muschietti, nel quale due piccole sorelle, sopravvissute quasi per miracolo a una drammatica esperienza di abbandono collegata alla crisi dei mutui del 2008, vengono ritrovate a distanza di cinque anni, scatenando una serie di dinamiche soprannaturali che sono note a chi ha visto il film. Non è sulla creatura – colei che le bimbe chiamano “Madre”, incarnante con una certa coerenza l’archetipo della Madre Nera maligna – che intendo trattenervi. Bensì proprio sul preambolo, di sicuro  inventato da Muschietti, ma rassomigliante in modo sinistro a un nerissimo fatto di cronaca, quasi subito rimosso dalla memoria collettiva, accaduto in New Mexico nell’aprile del ’96.

Le mosse del film prendono l’avvio dall’assassinio della moglie da parte del broker Jeffrey, sconvolto dalla crisi economica e che non pago dell’omicidio, scappa verso il nulla con le figlie Victoria e Lily. Dopo un brutto incidente a causa del fondo innevato, i tre entrano in un bosco e iniziano a girovagare sino a quando non trovano un tetro capanno. Qui il padre tenta di portare a termine il suo folle progetto, ma “qualcuno” lo ferma poco prima che prema il grilletto. Da qui comincia la miracolose permanenza delle sorelline all’interno della casupola.

Sin qui la fantasia. La realtà, per quanto analoga, è un po’ diversa nelle dinamiche interne e persino più orribile. Per poi, nei suoi prolungamenti, tornare a essere affine al film. Ma veniamo ai fatti.

Cassandra Sedillo, 23 anni, e il suo giovane convivente Ben Anaya di 17 vivevano in una capanna del New Mexico insieme ai figli di lei, Johnny di 4 anni e  Matthew di 3. Presumibilmente in una sera all’inizio di gennaio del ’96 qualcuno s’introdusse in casa e uccise i due adulti a colpi d’arma da fuoco, poi se ne andò chiudendo a chiave la porta. I due fratellini vennero così intrappolati accanto ai cadaveri della madre e del patrigno. Lottarono per giorni e giorni, spezzandosi le unghie contro porte e finestre chiuse, ma alla fine morirono estenuati e devastati per mancanza di cibo e acqua perché in quella casa non esistevano né viveri né acqua e neppure un rudimentale sistema di pompaggio idraulico. A scoprire i corpi fu il padre di Ben Anaya che si era recato sul luogo per una visita all’incirca tre mesi dopo l’omicidio. Entrò e vide quell’orribile spettacolo di corpi decomposti, cadaveri messi talmente male che l’uomo non riusciva neppure a riconoscere il figlio.

Le autopsie stabilirono che i bambini erano morti da almeno due settimane. La donna era stata colpita da diversi proiettili mentre Ben era stato fulminato con un solo colpo di pistola alla testa. Non si escluse un regolamento di conti tra bande di delinquenti. Anaya, nonostante la giovanissima età, vantava una fedina penale da paura, più volte condannato per furti, rapine e spaccio. Addirittura lo chiamavano “Copkiller” e il mese precedente al fattaccio non si era presentato al tribunale come stabilito da una sentenza.

Cassandra si era incontrata per l’ultima volta con i suoi famigliari nel novembre del ’95. A loro aveva annunciato che sarebbe stata un po’ da sola col nuovo compagno per riflettere e rimettere ordine nella propria vita. Allo scopo si sarebbe esiliata per qualche tempo in compagnia di Ben in quella capanna di proprietà del padre dell’uomo, una rustica e minimale costruzione posizionata in un’area isolata nella foresta di Sherwood, vicino al villaggio di Torreon nella zona delle Manzano Mountains a circa 100 km da Albuquerque. Tra le brutte storie che Cassandra avrebbe di sicuro inteso mettere nel dimenticatoio stavano al primo posto i brutali pestaggi subiti dal precedente compagno nonché padre dei due bambini, Johnny Gilbert Garcia. Quest’ultimo, se si fosse trovato in libertà, sarebbe stato in cima alla hit-list dei sospetti, ma da mesi si trovava nelle carceri di Bernalillo County per una condanna a vari anni di prigione. Aveva alzato le mani così brutalmente su Cassandra da guadagnarsi un’accusa di tentato omicidio.

Le indagini, subito partite nella direzione dei trascorsi del ragazzo, si focalizzarono su due persone che avevano fatto parte delle gang giovanili frequentate da Ben: Shawn Wilkins e Roy Buchner, accusati di avere sparato nottetempo ai due adulti per questioni di droga e perché ritenevano che Ben fosse una spia. Armi usate, fucili a pompa. Le cose andarono avanti lungo i loro logici percorsi processuali che qui possiamo tranquillamente ignorare e  che, per inciso, ancora proseguono. Perché il nostro territorio è un altro.

Quella casa nel bosco, verso la quale una notte del gennaio ’95 tre individui si erano diretti con i volti coperti da passamontagna (assieme a Wilkins e Buchner si trovava un certo Nieto che fece da palo durante l’eccidio) da allora è rimasta vuota. Già era difficile pensare che qualcuno intendesse viverla prima della strage, isolata com’era in una location tutt’altro che rassicurante. Dopo, come recita la buona tradizione di un gotico americano che non fa parte soltanto del mondo dell’immaginazione, la costruzione e tutta la natura d’intorno si sono gravate del peso – invisibile ma percepibile – di quattro morti, due delle quali consumate in un’agonia che si fa fatica a concepire. Così la “casa” nel bosco di Sherwood è gradualmente divenuta, a torto o a ragione, una vera haunted house. E l’analogia diventa ancora notevole con quella del film di Muschietti, eletta a cuore del Male dall’entità chiamata “Madre”.

Ecco una delle ultime testimonianze rilasciate dal  sessantenne Albert Cassidy che, come molti della zona, amavano camminare da quelle parti.

«Sono cresciuto tra i boschi e non ho paura di quella strana solitudine in cui t’immergi quando capisci che per chilometri e chilometri attorno a te non c’è proprio nessuno. Questo per dire che poco o nulla mi spaventa. Sapevo quel giorno che avrei passeggiato dalle parti della casa della strage, ma era mia ferma intenzione di tirare oltre. Però mi capitò una cosa strana, strana almeno per me. Ovvero, mi persi e al contempo persi anche la nozione del tempo. Convinto di tornare verso la strada maestra, mi ritrovai forse dalla parte diametralmente opposta. Non riuscivo affatto a riconoscere gli alberi e la natura circostante. In quella parte di bosco, per nulla famigliare, non ci avevo mai passeggiato. Cominciai a sentirmi inquieto. Perdersi in una foresta alla mia età è una faccenda strana. Ma quando il buio divenne totale l’inquietudine si trasformò in qualcosa di peggio. Mi sentivo proprio spaventato. E poi apparve quella baracca, talmente abbandonata e desolata che sembrava fondersi con la natura circostante. Mi avvicinai. La porta appariva chiusa. A naso nessuno ci abitava, persiane e finestre erano rotte e sgangherate. Però avvertivo stranezze: troppi scricchiolii, l’illusione di un tenue chiarore all’interno e la paura che aumentava. Spinsi allora la porta che invece era solo accostata. Chiamai per educazione, chiedendo se c’era qualcuno, ma non giunse ovviamente nessuna risposta. Iniziai a camminare, dopo avere acceso un accendino giusto per non andare a sbattere contro qualche ostacolo. Ma transitavo soltanto attraverso muraglie di ragnatele. E sentivo un brutto odore, indefinibile. Davanti alla stanza d’ingresso ne vidi un’altra attigua con un lercio letto matrimoniale. Decisi di coricarmi lì dato che ormai non potevo che attendere le prime luci del mattino. Chiusi la porta di comunicazione tra quella e l’altra stanza. In quello strano buio fosforescente avvertivo netta la sensazione di essere spiato. Tentai di chiudere gli occhi e rischiai persino di cedere a un sonno leggero, quando a un certo punto, chissà dopo quanto tempo, sentii la porta d’ingresso alla casa cigolare e poi sbattere quasi rabbiosamente. E udii un rumore di leggeri passi che si dirigevano verso la stanza in cui avevo trovato riparo. Tentai di articolare Chi è là? C’è qualcuno?, ma per quanto aprissi la bocca, non riuscivo a emettere alcun suono. Perché questo è proprio l’effetto che provoca l’autentico terrore. Poi la situazione, se possibile, peggiorò… Perché la porta di quella che un tempo era stata certo una camera da letto si aprì e la cosa che scorsi sul confine tra le due stanze mi regalò la certezza che quella notte ero entrato nella casa di Cassandra Sedillo. Vedevo una presenza spettrale la cui tinta grigiastra si stagliava nell’oscurità. Femminile, non avevo dubbi, perché, al di là del fatto che sentivo a pochi metri dal letto una donna, intravedevo sopra la sagoma della testa una specie di conocchia con capelli ondeggianti come serpenti ai lati. Ma l’orrore che visualizzavo non era ancora completo. Sul fianco destro e su quello sinistro della visione tremolavano altrettante forme grigiastre, sfocate come ologrammi, e molto più piccole. Con il raziocinio che in quel momento non esisteva, non ci sarebbero stati dubbi: quelle erano le larve di una madre e i suoi due bambini, Cassandra e i suoi piccoli morti di stenti. Ma nel frangente della visione c’era solo spazio per il terrore… Poi, se possibile, la faccenda peggiorò. Perché da quel trittico iniziò in sordina un suono orribile, una sorta di urlo a metà strada fra la risata e un’invocazione di dolore. Cascai sul pavimento. Poi vidi una cosa ancora più incredibile, ovvero i tre fantasmi – cos’altro potevano essere? – che scomparivano, come risucchiati. dalle pareti. Con quel suono che andava scemando, come allontanandosi in una dimensione parallela. Approfittai della loro scomparsa per rialzarmi al volo e buttarmi fuori di lì. Sulla soglia avvertii sul collo un respiro che pareva un rantolo. Caddi, forse inciampando o forse per l’ulteriore spavento. Mi rialzai e corsi via nel buio, graffiandomi il volto e le braccia. Alla fine, stremato dopo chissà quanti minuti di corsa, crollai sul sentiero e mi addormentai. Quando tornai in me, era tornata la luce del giorno e, aiutandomi con la posizione del sole, riuscii a ritrovare la strada maestra. Una volta a casa, trovai la polizia perché mio fratello, non vedendomi rientrare, aveva denunciato la mia scomparsa. Ancora eccitato, raccontai a tutti la mia esperienza e tutti annuirono senza fare commenti. Pochi veramente credono alle storie di fantasmi, nonostante il New Mexico sia una zona molto ricca di leggende. Eppure io so bene dove ho messo il piede quella notte… E da allora so anche che gli spettri vivono nelle pareti e nelle cellule delle case dove vissero i loro corpi fisici.»

 

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