di Luigi Franchi


GHbooLa Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita.
 (Jorge Luis Borges)

Appoggiai l’ultimo foglio dattiloscritto sulla pila di carta che da anni ingombrava il tavolino del mio misero appartamento bolognese. Mesi e mesi di stenti, ore piccole e privazioni pur di concludere la storia i cui personaggi affollavano ormai da troppo tempo la mia mente sempre pù stanca. Tutto questo sarebbe tuttavia valso a qualcosa: avevo portato a termine quello che i critici, il pubblico, chiunque, avrebbe classificato come il romanzo per eccellenza, il non plus ultra nella narrativa contemporanea, la perla di valore inaudito partorita da un talento tanto cristallino, quanto sconosciuto prima dell’esordio folgorante.
Ritenni doveroso concedermi un bicchiere di vino al bar sotto casa, offrire con gli ultimi spiccioli rimasti una bevuta ai compagni di taverna dai quali spesso avevo trafugato i tratti più grotteschi per arricchire di sfaccettature i protagonisti delle mie storie. In poche settimane avrei frequentato ben altri lidi, mi si aprivano finalmente le porte della letteratura che conta: ogni festival, circolo o teatro mi avrebbe presto contattato per conferire con la mia presenza la patente d’artisticità anche alla manifestazione più insulsa. Inutile a dirsi, si prospettavano soldi a non finire.
Proprio mentre pensavo che il mio stato d’animo fosse al culmine della gioia, vidi entrare nel locale il mio vecchio compagno di studi Zirgoni. Immatricolati lo stesso anno alla facoltà di Lingue, lo avevo spesso deriso a causa della sua scelta di specializzarsi in letteratura estone. Col tempo, tuttavia, grazie alla mia dozzinale laurea in inglese, io mi ero ritrovato disoccupato mentre il buon Zirgoni, alla fine delle sue peregrinazioni lautamente finanziate da sostanziose borse di studio, aveva ottenuto a Berkeley la prestigiosa cattedra di Letteratura delle Repubbliche Baltiche.
Quella che si presentava, quindi, era un’occasione da non perdere. Decisi di far buon viso a cattivo gioco e gli offrii da bere: gli parlai del mio romanzo e gli feci capire quale privilegio fosse per lui essere nello stesso bar con la futura stella del firmamento letterario.
Zirgoni, da parte sua, cominciò a raccontare i motivi che lo avevano spinto a recarsi a Bologna: il Centro per la Diffusione nel Mondo della Cultura Estone aveva organizzato un evento per la presentazione dell’opera prima di un giovane autore di Tallinn al quale Zirgoni doveva fare da interprete. Per me fu naturale accettare l’invito, volevo proprio godermi le speranze di gloria di questo giovane autore, destinato presto a essere oscurato dalla rinascita a livello mondiale della letteratura italiana.
La sala del Centro non era molto affollata: qualche giovane matricola di letteratura estone e degli anziani attratti dall’esoticità del nome dello scrittore costituivano la misera platea di Zirgoni. L’autore del libro, di cui ovviamente non ricordo il titolo, cominciò a parlare con aria dimessa e pensai subito quale interesse potessero avere le pagine di un individuo tanto banale. Dopo un monologo lungo un’ora senza alcuna traduzione, sia gli studenti, attratti dalla movida bolognese, sia gli anziani, in cerca di un luogo dotato d’aria condizionata, avevano deciso di andarsene per dedicarsi a qualcosa di più interessante. Io, invece, decisi di rimanere: volevo essere il testimone del fallimento di Zirgoni, il quale avrebbe potuto presto constatare la differenza tra il suo uditorio deserto e le adunate oceaniche di fan in visibilio che mi attendevano.
Zirgoni cominciò comunque a tradurre l’intervento del giovane scrittore e fu a quel punto che la mia vita cambiò radicalmente. Zirgoni non fece altro che ripetere tutte le riflessioni che negli ultimi anni avevano accompagnato la stesura del mio romanzo: intreccio narrativo, personaggi, artifici retorici etc, etc, tutto sembrava fotocopiato dal mio libro. Cominciai a sudare, vidi i miei sogni andare in fumo. Com’era possibile che un autore estone avesse composto una storia dalle caratteristiche così simili alla mia?
Mi sentii completamente perso quando Zirgoni tradusse l’incipit della narrazione: ogni parola, ogni frase, ogni paragrafo era in tutto e per tutto identico a quanto avevo scritto io.
Non saprei spiegare come, ma tutto d’un tratto la mia disperazione svanì e mi ritrovai estremamente calmo e sereno. Ad essere sincero, tuttavia, so cosa mi rese tanto tranquillo: per salvare la mia storia, avevo deciso di uccidere il giovane autore estone.
Al momento dei saluti, dopo aver confidato a Zirgoni che il romanzo presentato non sembrava aver nulla di speciale, il vecchio compagno di studi mi rivelò che il giovane autore aveva affittato una stanza nelle vicinanze della mia abitazione. Dopo una svelta traduzione, l’autore capì di dovermi seguire e Zirgoni se ne andò contento, felice di non dover accompagnare l’ospite, ma soprattutto di non dover sottostare alle mie punzecchiature riguardanti il fallimento della serata.
Mentre camminavo in compagnia dell’autore, ringraziai il cielo per la conformazione urbanistica di Bologna: strangolare l’ostacolo principale al mio successo sarebbe stato molto semplice in une delle viuzze che caratterizzano il centro cittadino. Il passaporto estone della vittima e i pregiudizi razzisti di molti italiani avrebbero occultato la verà identita dell’uomo e la vicenda sarebbe stata presto dimenticata.
Sempre più vicino a casa, non mi sentivo affatto turbato dall’omicidio appena commesso: avevo un romanzo troppo importante tra le mani, non potevo permettere che un autore sbucato da uno degli angoli più remoti d’Europa potesse mettere in discussione la mia opera. La prima cosa che desideravo fare in quel momento era rileggere il mio capolavoro, cercare di prevedere quali sarebbero stati i passaggi più citati, quelli su cui gli accademici avrebbero discusso maggiormente.
Quando entrai nell’appartamento l’oscurità era pressoché totale, solo la spia dello standby del televisore permetteva di vedere nell’ombra la sagoma di uno sconosciuto. Vidi l’individuo estrarre una pistola, un lampo e, infine, una macchia rossa che si spandeva sulla mia camicia fresca di bucato.
L’estraneo impugnò la cornetta del telefono e le ultime parole che sentii furono: “…mission complete: your book is safe, mr. King”.

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