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[Questo testo sull’arrivo dell’Italsider (oggi Ilva) a Taranto è tratto dalla raccolta Nud’e cruda. Taranto mon amour, Effigie Edizioni, Milano 2006, pp. 66-69. Lo pubblichiamo oggi, ringraziando l’autore, per mantenere viva l’attenzione sulla possibile chiusura della più grande fabbrica di morte d’Europa, alla vigilia della manifestazione del 17 agosto per Ambiente, Salute, Reddito, Occupazione!]

Negli anni sessanta a Taranto costruirono l’Italsider, una delle più grandi acciaierie d’Europa, l’area industriale più grande del mondo occidentale, un colosso con bocche a strisce rosse e bianche e lingue di fuoco da inferno sulla crosta terrestre.
I tarantini negli anni settanta avrebbero fatto un giro di valzer con un lebbroso pur di entrare nell’Italsider. I pescatori lasciarono le barche, i ciabattini chiusero le botteghe e i militari mollarono le stellette. Tutti negli altiforni, tutti a nuotare nella bramma, nell’amianto e nei gas tossici, tutti a inzuppare il ditino nella ricotta del diavolo. Tutti a pesce sul posto fisso. A ognuno il suo elmetto antinfortunio e la sua tuta. Tutti a marcare il cartellino, smarcare il tesserino, tutti marchiati sulle natiche dalla Cassa del Mezzogiorno che aveva deciso che a Taranto sarebbe arrivato il progresso.

La Maledizione prese forma quando l’acqua della costa cominciò a sapere di piscio di gatto e i pesci presero a venir fuori incatramati; le vasche delle acciaierie cominciarono a versare sterco prima a lido Azzurro, poi a Chiatona, alla foce del Patemisco e poi si acchiapparono tutta la costa occidentale. Le gambe cominciarono a essere tranciate, la cancrena s’avviluppò agli stinchi degli operai. I morti bruciati vivi nelle cokerie vennero allineati in bare senza coperchio e i miasmi vennero combattuti da colline da avanspettacolo che dovevano fermare nubi assassine e gas che di esilarante avevano solo il cancro. Cancro ai polmoni. Cancro esilarante. Le carni in suppurazione richiamarono sciacalli, avvoltoi e poi la fauna cadaverica. Un’intera classe politica dovette fare i conti con l’ombra della siderurgia e cercò riparo tra le garze imbevute di pus annodate e sostituite a pieno regime negli ospedali della città.
Due morti al giorno, questo dicono, statistiche, paga il banco. Venghino signori, puntate, puntate e le vostre giocate verranno decuplicate… venghino. Vedrete le donne che hanno abortito nel rione Tamburi, gli storpi dell’altoforno numero 3, i vegetali ridotti all’oblio da dosi massicce di anidride carbonica mescolata Dio sa a quali sostanze da un Frankenstein giapponese.
L’Ilva oggi è più vasta di Taranto. Accanto ci sono le raffinerie, la Cementir e tutto l’indotto. Una parte del siderurgico è ferma; anche se il fatturato ha cifre da spruscio l’acciaio non tira più come una volta e le leghe leggere e le fibre in carbonio si sono acchiappate un mercato che prima il dio metallo gestiva come un tiranno tutto ferro e denaro. Ma se cerchi di circumnavigare l’area ti accorgi che è sconfinata. Dentro c’è di tutto. Chiese, masserie, cittadelle, mense, fiamme mitologiche, vortici, formicai…
L’Ilva ha modificato un intero territorio.
La città si è ingrandita dieci volte. Sono sorti i quartieri satellite. La malavita ha fiutato l’affare tentando più volte l’assalto per la gestione dell’indotto e per scartavetrare di tangenti tutti quelli che si avvicinavano al giocattolo. Gli ambientalisti erano e sono di due tipi: i puliti e i pilotati funzionali al sistema e che dal sistema vengono manipolati. Ancora oggi l’Ilva è una macchina per far soldi. I tumori sono il fio del progresso, un dazio che la nostra civiltà deve pagare per far sì che ogni famiglia si fregi del possesso di due televisori, una lavatrice, un minipim, una lavastoviglie, una villa al mare, la scuola di ballo per la figlia e un windsurf per il pargolo, la parabolica e l’amante calda e silenziosa.
Il sistema si regge sull’agonia dell’industria pesante. I nostri tubi hanno alimentato la transiberiana, i gasdotti giapponesi e quelli dell’astro nascente cinese. Il Moloch siderurgico è una grande avida bocca che ingoia investimenti e sputa mazzette, pezzi di cadaveri, colon e pancreas fottuti, uomini grigi che montano per il secondo turno, granchi deformati dall’inquinamento e quartieri operai sorti come baraccopoli sui rifiuti industriali. Gli uomini degli altiforni hanno occhi spenti e trascinano in casa la puzza del metallo bruciato che però è nobilitata dal profumo del pane guadagnato con onestà. La chimera del posto fisso, della fatica non soggetta agli elementi atmosferici come invece è la pesca ha maciullato valori e usi locali. Basta alzarsi alle 5 per arare i campi e pregare tutti i santi in paradiso affinché non si scateni un’alluvione devastatrice. Basta comprare merletti a un soldo per poterli rivendere a un soldo e un quarto di centesimo e restare tutta la vita in una bottega di 20 metri quadri a mangiare polvere e ammuffire sotto il peso della forfora. Basta attraversare in lungo e in largo la Puglia con campionari di tessuti sempre un anno indietro rispetto alla moda. Ecco la soluzione: l’Ilva. Un contratto firmato davanti al Gatto e alla Volpe e con l’aiuto di Mangiafuoco il futuro offriva prepensionamento, secondo lavoro in nero e cassa malattia. E se a qualcuno esplodeva il fegato o gli partivano le corde vocali poco male, signori miei, siamo tutti parte di un unico grande ingranaggio i cui gangli per quanto difettosi sono sì essenziali ma comunque intercambiabili.
E la politica? A Taranto l’uomo medio è convinto che la politica ha fatto la sua parte.
Giochi sporchi, quelli della politica, si dice in giro, da circo sanguinario, facendo del pachiderma siderurgico un cavallo di battaglia. I politici sono visti dal tarantino medio come alligatori che, a corto di gnu, si sono fiondati sulla polpa della città dicendo questo e quest’altro, attaccando e contrattaccando il giusto e lo sbagliato, e l’ambiente di qui e il benessere di qua… e il lavoro e l’assenza di lavoro sbandierata ai quattro venti. Lo spettro esibito, quello dei nuovi possibili morti di fame, è servito eccome per far ingoiare la merda ai tarantini e far venire quante più mosche possibili attratte dal caramellato.
Anche perché l’Ilva, come una cagna sempre disponibile, ha fatto campare non solo i tarantini ma una fetta di meridione. Dalla provincia di Lecce, Brindisi, Foggia… dalla Lucania e dalla Calabria, tutti si sono abbeverati e tutti hanno ciucciato le mammelle procaci salvo poi prendere le distanze dai soliti molli tarantini che si sono fatti fottere la terra e la speranza da un paio di vecchi volponi di mercanti di fumo tossico e acciaio.
Alla fine diciamo che è finita così: tutti hanno goduto con la puttana dello Ionio e poi nessuno, incrociandola sul viale principale del paese, ha avuto il coraggio di ricambiare il saluto.
E i tarantini? Fottuti. Fregati, insomma, senza neanche il lenimento della vaselina.
L’Ilva ha salvato Taranto, hanno detto… anche la squadra di calcio cittadina dal fallimento, hanno aggiunto i bene informati. Qualche migliaio di euro, cielo color piombo e tutti felici e contenti.
Una storia del tubo, insomma.

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