di Roberto Sturm

SturmScotti.jpgFrancesca Scotti, Qualcosa di simile, Italic, pp. 144, € 14,00

Francesca Scotti ha trent’anni, è laureata in Giurisprudenza, si è diplomata in Conservatorio e suona il violoncello. Si interessa di cultura orientale e questo la porta spesso nel paese che ama, il Giappone. La sua raccolta di racconti Qualcosa di simile si è classificata prima ex aequo al premio Fucini 2011 e il suo racconto La pace di chi ha sete e sta per bere (che potete leggere qui) ha vinto il Premio esor.dire, sempre nel 2011. Una biografia e due successi editoriali gratificanti, ma che, pur non rientrando nella norma, non possono dirsi fuori dal comune.
Di eccezionale, Francesca Scotti, invece ha scritto almeno tre o quattro dei dieci racconti (ma tutti sono di qualità superiore) che compongono questo Qualcosa di simile: navigando tra le acque dei tanti manoscritti che arrivano, Italic riesce spesso a estrarre il coniglio dal cilindro.


Quelli della Scotti sono racconti senza titolo, ma numerati progressivamente, costruiti come su un pentagramma, con una perizia e una precisione che da un’esordiente non ti aspetti, con un’eleganza di stile leggera e proprio per questo di qualità, con una padronanza che non fa mai usare alla Scotti una sola parola superflua, con la capacità di usare il termine esatto per indicare ciò che vuole dire e non altro. Ogni racconto contiene una scheggia del precedente, facendo sì che in qualche modo i racconti, seppure con diverse ambientazioni e argomenti, risultino legati da una continuità che, per certi versi, dà un’ulteriore qualità a ogni singola storia. La musica classica potrebbe essere il filo conduttore di questi racconti — del resto l’autrice è una musicista — che spaziano tra diverse relazioni interpersonali (familiari, di amicizia), il cibo e la malattia mentale, andando a sondare l’intimo dei personaggi.
È sempre presente, in ogni racconto, un elemento che scardina l’ordinario e il quotidiano e porta la storia verso un estremo, mai però fuori dalla realtà: probabilmente è l’incompiutezza delle storie e l’inafferrabilità delle situazioni a rendere i personaggi così nitidi e le vicende così vicine a chi legge. Il racconto 1 è uno dei gioielli dell’antologia: Camilla torna a casa dopo un ricovero in una casa di cura per delle terapie psichiatriche non meglio precisate. Sua madre mette da parte le sue paure e organizza una festa per il rientro a casa di Camilla. Consigliata dai medici ad agire dando fiducia alla ragazza e non trattandola come una malata, le chiede di preparare un dolce, un’attività che Camilla ha sempre amato nonostante i dolci non li mangi. Una dimenticanza banale porterà a un finale imprevedibile.
Il racconto 3 parla di un dottore ossessionato dal cane dei vicini. Lo definisce maniacale e compulsivo, il protagonista, tanto che, disturbato dalla sua presenza costante, decide di farlo fuori e quando i vicini si accorgono che il loro cane è morto, lui si offre di andarlo a seppellire. Ma anche qui la storia, alla fine, subisce una brusca sterzata che metterà il protagonista sotto una nuova e inquietante luce.
Nel racconto 5 una donna, Cecilia, in una spiaggia insieme alla giovanissima figlia, riconosce la sua maestra giapponese di pianoforte di trent’anni prima. L’insegnante le aveva detto che sarebbe tornata in Giappone e rivederla in Italia per lei è una sorpresa. Si avvicina per farsi riconoscere: la maestra se la ricorda anche se nel frattempo è diventata cieca. Cecilia e la figlia Mara vengono invitate dalla maestra a bere un tè nella sua casa e la donna accetta volentieri, seppure la figlia sia contrariata perché vorrebbe rimanere in spiaggia. La casa è incantevole ma senza le cose superflue (quadri, libri, giornali) a una persona cieca.
Nel bagno però Mara trova le conchiglie e i vetrini che la maestra aveva raccolto sulla spiaggia prima di perdere la vista. Questo fa sì che anche questa storia prenda una direzione inaspettata, che capovolge in modo netto il rapporto che si era creato tra i tre personaggi.
Quello della Scotti è un esordio davvero felice che fa intuire la comparsa, sulla scena letteraria italiana, di un’autrice con potenzialità che potrebbero segnare tappe veramente importanti per la nostra narrativa.

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