di Daniela Bandini

DArcangeloAndai.jpgGiancarlo Liviano D’Arcangelo, Andai, dentro la notte illuminata, Pequod, 2007, pp. 220, € 15,00.

Questo romanzo è di una spettacolare attualità. E’ di pochi giorni fa la faccenda del reality rivelatosi una bufala a scopo educativo-propagandistico che metteva in palio un unico rene per il concorrente scelto dal pubblico, salvando la vita a lui solo e condannando gli altri all’attesa di un trapianto che nella maggioranza dei casi non avviene mai. Bella trovata, quindi. Se non fosse che continuamente i vincoli morali che ci aspettiamo invalicabili finiscono per essere travalicati da un’indifferenza, o meglio da un’apatica rassegnazione, che permette al nostro impulso di assuefazione di adattarsi e richiedere immediatamente dosi sempre più massicce. Ovvero, se è stato pensato, si farà, prima o poi.

E non era estremamente efficace ciò che i conduttori del programma asserivano? Non è forse meglio dare la possibilità a uno di vivere che condannarli tutti? Alla fine, lo spettatore di massa si sarebbe sistemato comodamente davanti alla TV, ingurgitando cibo compensatorio, gelati e hamburger e vaffanculo ai salutisti, e avrebbe pensato che la sua vita non è poi tanto uno schifo, visto che c’è chi sta alla lunga molto peggio di lui. E che questa vita riserva ancora delle belle sorprese, altro che autoflagellamenti a suon di povertà, mobbing, precariato…
Ma chissenefrega più di seguire diete e fitness, esami di controllo e screening, quando la vera medicina, la vera religione moralmente sovrana, non punitiva e accondiscendente, ti accetta per quello che sei, senza volerti cambiare né fisicamente né eticamente, ed è lì che ti parla, solo a te, direttamente dallo schermo TV. E tu, considerato innanzi tutto da te stesso una assoluta nullità, ti ritrovi a determinare chi ha ancora la possibilità di campare e chi no. Di avere le sue lacrime tutte per te in diretta che ti dicono “grazie per avermi scelto”.
In questo splendido romanzo di D’Arcangelo, e dico splendido dosando bene i termini, dotato di una lucidità sorprendente, quasi sociologica, il reality in questione avviene con le seguenti modalità: aspiranti suicidi, profondamente motivati, disposti a fare il grande passo davanti alle telecamere. Ma non a tutti sarà concesso il dono, (e vi prego di soffermarvi sul termine “dono”) della diretta televisiva che mostrerà i loro spasmi finali, rendendoli immortali. Sarà il televoto, strumento supremo di democrazia diretta (e chi oserebbe contraddire questa affermazione?) a scegliere il candidato.
Le aspettative saranno crudelmente riservate a un solo individuo, scelto dal pubblico. Tutti i candidati avranno in cambio un forte compenso in denaro, capace di riequilibrare finanze crollate per eccesso di ambizione o per incuria generale, eccessi di autostima o depressioni devastanti, e se verranno nominati, avranno la suprema rassicurazione che il danaro andrà alle famiglie, costringendo i parenti ad affermazioni tipo “era un inetto totale, ma qualcosa di buono alla fine l’ha fatto”.
Ho come l’impressione che questi tempi siano caratterizzati da due elementi solo apparentemente in contrasto. Da un lato un bisogno spasmodico di omologazione, basti pensare all’euforia che coinvolge il cittadino-cliente-spettatore di fronte a un fenomeno mediatico, il sentirsi parte di una grande comunità, anche solo nella scelta di un prodotto commerciale, e il rifiuto del prodotto cosiddetto generalistico. Dunque la necessità dell’appartenenza culturale a un marchio di fabbrica.
Dall’altro lato l’aspirazione a essere individuato come quel consumatore, con un determinato profilo consuministico. Esigo quindi di essere riconosciuto come individuo dalle capacità di affidamento, fedeltà e servaggio commerciale, mettendo a disposizione del mercato anche una certa dose di creatività e di trasgressione apparente, ma senza intaccare le regole della crescita economica finalizzata a quel marchio e quindi all’intera comunità. La felicità collettiva è la mia felicità, la sicurezza del branco è la mia sicurezza.
Per forza di cose anche il suicidio si trasforma in un fenomeno da “collettivizzare”. Nulla spaventa di più della solitudine, della scelta, senza nessun interlocutore, che diventa “di massa”, automaticamente. Anche i delitti ne sono una prova: il suicidio è quasi sempre accompagnato da un omicidio, la deresponsabilizzazione come scelta economica delle nostre azioni porta a estendere la responsabilità a tutta la famiglia, alla società, al tal organismo, alla tale istituzione. La vergogna, il disonore, l’umiliazione, sono qualcosa che ho appreso da chi si è assunto il ruolo di moralizzatore, opera che ha disatteso, e che per questo deve pagare.
Potrà non c’entrare nulla, ma leggevo di recente un’intervista a un trans, che parlava di come i clienti siano cambiati negli ultimi anni. Diceva che fino a poco tempo fa chiedevano un approccio, anzitutto un dialogo che abbassasse il livello di angoscia e senso di colpa, ora non lo fa più nessuno. Tu vendi, anche te stesso, io compro. Non c’è nessuna differenza tra acquistare una certa marca di pasta e scegliere te: mi aspetto quello che c’è scritto, quello che vedo pubblicizzato a livello estetico, di confezione, di copertina, di abbigliamento..
D’Arcangelo fa parlare lo show-man del programma Golden Death, la trasmissione del romanzo, che dice pressappoco questo: voi credete che la guerra fredda sia stata vinta dalla diplomazia, dalla paura del conflitto atomico, dalla presa di coscienza democratica da parte delle popolazioni, invece vi dirò io chi è stato a vincerla: Fonzie. Ebbene sì, pensateci bene. Chi ha realmente plasmato gli anni ’80? Chi ha contato di più? La famiglia Cullingham o l’ennesima manifestazione contro il regime? L’american pie o le denunce della soppressione dei diritti civili? Arnold o Gandhi?
Quando leggo che il panorama degli scrittori italiani è desolante e il mercato stagnante, penso a questo autore. E’ l’esempio di quanto possa essere attuale, viva e analitica la narrativa italiana, fondamentale per la comprensione di ciò che viviamo e vivremo, senza avere la presunzione di adottare un linguaggio incomprensibile se non a un’élite autoreferenziale, circoscritta e limitante.

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