di Cesare Battisti

CesareSdL.jpg
5. Una classe politica cieca

Dopo il ’68, i valori del vecchio universo agricolo si svuotarono improvvisamente del loro significato. La sinistra italiana non seppe comprendere questo fenomeno e per questo continuò sul vecchio cammino. Come se la Chiesa, l’ordine, la moralità, il dovere del lavoro, fossero ancora al loro posto e come se i vecchi ingranaggi facessero girare ancora la macchina. Divenuti obsoleti, questi valori sopravvivessero in un clerico-fascismo divenuto oramai marginale.
In compenso sorsero altri valori, lasciando intravedere una nuova era. Il sussulto degli anni ’70, vissuto da molti altri Paesi, prende una connotazione molto particolare in Italia. Si potrebbe arrivare a dire, parafrasando ancora Pier Paolo Pasolini, che il post ’68 celebrò la prima unificazione del Paese attorno a nuovi modelli. Al contrario, nelle altre nazioni, la nuova situazione si giustappose a una struttura radicata in unificazioni antiche, dalla monarchia alle rivoluzioni borghesi e industriali. In Italia vi fu realmente un pre e un post ’68.

Non esiste pertanto alcuna continuità tra il vecchio e il nuovo “fascismo” italiano. L’unico legame forse individuabile è solo l’aggressività contro una società dei consumi costruita selvaggiamente dal sistema della corruzione. La “rivoluzione” degli anni ’60 e ’70 in Italia non si inscrive in un movimento di lotta di classe, ma in una reale mutazione antropologica. La classe politica non capisce di essere improvvisamente divenuta uno strumento di potere residuo attraverso cui un nuovo potere reale stava distruggendo il Paese. In dieci anni di vuoto di potere, governi corrotti e politici incompetenti avevano lasciato le redini del Paese ad alti finanzieri senza scrupoli, o a mafiosi spesso ex complici del potere che venivano a reclamare il bottino. La Democrazia Cristiana faceva sempre atto di presenza, ma era ormai consapevole che il suo potere storico concreto non coincideva più con il potere reale.
La società italiana degli ultimi tre decenni non era più clerico-fascista. Era divenuta bruscamente consumista e permissiva. Ma niente permetteva allora di distinguere tra benessere e sviluppo. Uno sviluppo che avrebbe dato vita a un genocidio culturale senza precedenti in Italia, e di cui gli anni ’70 non sono che la conseguenza.
In questo nuovo stato di cose, con una destra e un sinistra cieche ai cambiamenti del paese, e per le quali tutto questo sconvolgimento confermava la validità del ricorso ad una criminalità di Stato che taceva il suo nome, un dialogo tra i poteri DC-PCI e il movimento contestatario era divenuto impraticabile. Questa incomunicabilità fu uno dei punti di partenza della tragica corsa alle armi. Perché ormai il movimento di contestazione sapeva che il mantenimento della classe politica alla testa del Paese non era più cosa possibile.

6. Il governo inesistente

Quanto è successo in Italia a partire dagli anni ’70 si configura come un drammatico vuoto di potere. Non un vuoto legislativo, ma un vuoto nella maniera di governare. C’erano sì dei ministri, ma non avevano più niente e nessuno da amministrare. La miniera si era esaurita e i minatori scavavano già altrove, mentre i governanti democristiani continuavano a spartirsi le casse dello Stato. Ma poiché il vuoto non esiste, un altro potere, quello del consumo più sfrenato, prendeva il suo posto. Questo nuovo potere, senza Dio né ideologia, frustrava anche la possibile partecipazione al governo da parte del potente comunismo nato sulle rovine italiane. Il famoso “compromesso storico”, vale a dire il patto tra Moro, presidente della DC, e Berlinguer, segretario generale del PCI, che avrebbe dovuto dare vita a un governo di coalizione, non fallì in seguito all’assassinio di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. Questa non è che la comoda versione che si volle spacciare al mondo intero. La cecità politico-militare delle Brigate Rosse, cadendo a puntino, consentì di mascherare la vera causa dello scacco del compromesso: una paralisi progressiva della politica la cui responsabilità ricade esclusivamente sull’inverosimile incompetenza dell’opposizione e della maggioranza. Non ci fu mai un “compromesso storico” né mai avrebbe potuto esserci. Perché ormai non si trattava più di governare realmente, ma di fare solamente atto di presenza e di limitarsi ad amministrare le leggi di mercato. Ecco il grande appuntamento mancato del PCI.
Ciò che stupisce, durante tutto questo decennio di assenza di governo, è che né i vecchi democristiani né la sinistra abbiano osato dire una parola su una situazione che tutti conoscevano e vivevano di giorno in giorno. Si sarebbe detto che l’intera classe dirigente si fosse trasferita in un altro mondo. In quel mondo, la classe politica dirigente chiamava “fantasmi” i giovani contestatori.
Per quanto riguarda l’opposizione, se tale termine aveva ancora un significato, si raggiungeva la caricatura. I feroci attacchi dei dirigenti del PCI verso tutti quelli che si muovevano alla loro sinistra, sembravano essere altrettanti richiami all’ancien régime. Il loro rifiuto ostinato della realtà li spingeva ad argomentazioni simili a quelle della destra democristiana. Vale a dire alla totale negazione del cambiamento sociale che invece era divenuto realtà.
In questo quadro, la questione dello Stato, il programma politico del Governo, cedevano regolarmente il passo a problemi secondari. E questi cosiddetti “problemi” posti dalla DC e dal PCI servivano solo a rassicurare una base elettorale, a difendere dei mandati. In breve, a esibirsi in abilità oratoria per cercare di nascondere il vuoto politico. L’Italia della DC e del PCI aveva trovato la formula, un bipartitismo di transizione che sarebbe stato il primo a cavalcare il Muro con una quindicina d’anni di anticipo sulla storia. Era fattibile: un piccolo Paese largamente sovvenzionato, avamposto della NATO nel Mediterraneo, il più cattolico d’Europa, con la potenza elettorale della DC ma anche con il più importante e ragionevole partito comunista dell’Occidente. Senza contare il dominio del Vaticano! Se si fosse cercato un Paese per tentare l’esperienza e aprire così il più grande mercato del mondo correndo il minore dei pericoli, questo era senz’altro l’Italia.
Un progetto appetibile, che senza dubbio sedusse varie personalità del mondo politico e finanziario dell’epoca. Se ciò fu il sogno di pochi o un’operazione su grande scala, non saprei dire. Per certo, ciò fu realmente progettato, senza tenere conto della crisi politica e della nuova composizione sociale che si stava formando in Italia.

7. Occultare, semplificare, sopire

Lasciamo stare. Ciò che importa qui è il comportamento cinico e irresponsabile del duo DC-PCI davanti ai problemi che scuotevano il Paese. E’ certamente possibile che, accecati dal potere, essi abbiano sopravvalutato le proprie forze, ma certamente non fino al punto di dimenticare la resistenza degli altri partiti d’opposizione. DC e PCI dichiararono dunque guerra all’opposizione extraparlamentare di qualsiasi tendenza, occultando in tal modo l’esistenza stessa della frattura sociale.
Lo spettacolo che maggioranza e opposizione diedero al Paese nella seconda metà degli anni ’70 fu tale che nessun aggettivo potrebbe qualificarlo. Si aveva l’impressione che la classe dirigente italiana non avesse mai sentito parlare dell’urbanizzazione caotica, del degrado dei servizi sanitari, del racket generalizzato, dell’impunità dei criminali di alto livello e degli abusi della polizia… Per limitarmi qualche esempio! Proprio quando il movimento di contestazione si estendeva da ogni parte e le molteplici organizzazioni armate contavano già migliaia di militanti, gli uomini politici si aggrappavano ostinatamente a una sola teoria: si trattava soltanto di un pugno di provocatori finanziati dal KGB o dalla CIA. Nel frattempo, le pallottole facevano centro, le bombe di Stato esplodevano tra la folla, le prigioni si riempivano di detenuti politici, la pratica della tortura diveniva banale e i conti bancari svizzeri di chi era tenuto a raddrizzare il Paese si ingrossavano.
Perché destra e sinistra, ormai intercambiabili fino a meritare l’appellativo di pseudo “compromesso storico”, non hanno fatto nulla per evitare gli anni ’70? Perché di comune accordo era necessario nascondere al mondo libero che uno dei suoi membri soffriva di una crisi politica tale da generare un conflitto sociale di dimensioni inaccettabili e quasi indecenti, in grado di gettare discredito di fronte alla comunità internazionale. Non era accettabile ammettere che l’Italia intera stava andando alla deriva. Era senz’altro più conveniente minimizzare l’ampiezza della contestazione e ridurla all’azione di un semplice pugno di terroristi. Presentata in questi termini, la situazione cessava di essere un’anomalia italiana, una vergogna storica, ma diveniva una ripugnante fatalità che poteva capitare alle migliori democrazie. In Italia non c’era altro da vedere che pochi criminali da condannare.
In realtà, la totalità della classe politica e molti sociologi sono rimasti ancorati a questa logica dell’esclusione e a questo rifiuto della differenza, apparentandosi così ad alcuni aspetti del fascismo o dell’estremismo rosso. Tutti hanno voluto credere che si trattasse solo di condotta antisociale, da considerare come una semplice patologia. Che esistesse soltanto qualche tarato contro cui non c’era alcun rimedio.
Sarebbero bastati una parola, un segno da parte di chi era tenuto a comprenderci, perché tutto ciò non avvenisse. Ma chi, quale mente politica o intellettuale illuminata ha cercato di discutere in modo serio con questi “diversi” che occupavano le strade e agitavano le armi? La diagnosi, giunta quando era ormai troppo tardi, non lasciava più adito a dubbi: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.
A cose fatte, è stato detto che era impossibile discutere con loro poiché erano clandestini e si confondevano col resto della gente. Ciò è vero e falso allo stesso tempo. Falso perché, quando si trattava di mettere la museruola all’espressione pubblica di questi giovani in movimento, il governo e l’opposizione sapevano sempre dove colpire. Vero perché realmente somigliavamo a chi ci stava intorno. Il che significa anche che questi “diversi” erano molto numerosi e che non potevano essere individuati per una qualche malformazione. Né si trattava di “marziani caduti sulla terra”, come dirà, venticinque anni più tardi, Nanni Moretti pavoneggiandosi sulla Croisette di Cannes. Questi “diversi”, queste migliaia di giovani vestiti secondo il costume dell’epoca, con capelli lunghi, berretti indiani, la barba portata come il Che o con sottane a fiori, stavano semplicemente immaginando delle cose. Erano a favore del divorzio e dell’aborto, per la riforma universitaria, contro il codice fascista, contro il lavoro nero, a favore degli spazi culturali, contro la militarizzazione delle strade, contro le città dormitorio, la ricchezza che fa bella mostra di sé nelle vetrine di fronte alla miseria della gente, contro il vuoto di potere e l’onnipresenza della mafia. E’ dunque vero che era impossibile distinguerli. Erano proprio come tutti e ciascuno. Sognavano un mondo migliore.

8. Italiano? No, grazie. Non più

E’ questo quello che ho vissuto. Facevo parte di questi giovani e mi faceva paura. Mi guardavo intorno e non vedevo altro che adolescenti che, come me, sapevano solo che qualcosa là fuori non andava, e si gettavano senza riserve nella lotta armata.
Questo ’68 italiano, non lo si ripeterà mai abbastanza, non fu né l’inizio né la fine di una rivoluzione. Perdoniamo gli esperti che continuano ad affannarsi per difendere i loro rispettivi campi. Ma il terreno di discussione è altrove. E’ quello di una mutazione antropologica, ancora in corso, per giungere all’unificazione di un giovane Paese. Ed è difficile immaginare una reazione peggiore di quella avuta dagli italiani di fronte a questo trauma storico, ivi compresa quella dei giovani rivoluzionari che sognavano di fare meglio di tutti gli altri. Nel giro di qualche anno gli italiani sono divenuti un popolo ridicolo e criminale.
Per quanto mi riguarda, questo punto di vista si arresta alla fine degli anni ’70. Oggi, per poter sapere cosa sono diventati gli italiani, bisognerebbe prima di tutto amarli. In passato li ho amati. Oggi non ne sono più capace. Sono in fuga. Ho dovuto fuggire dai loro lanci di pietre. Quando per giudicare un uomo si scorpora dal contesto una sola delle sue idee, un solo momento della sua vita, che si manipola a piacere per fare di quest’uomo un bersaglio per l’odio e la vendetta, ciò si chiama linciaggio. E’ a questo che gli italiani mi sottopongono.
Ma questo modo di fare, detestabile per un paese che pretende di camminare verso il futuro, non è un atteggiamento condiviso da tutti. E’ importante dire che non sono affatto l’unico italiano a non vestire con abiti firmati, a detestare Oriana Fallaci, a trovare indigesti gli spaghetti al nero di seppia in cui si annegano le differenze politiche per concludere buoni affari, a considerare pietoso il servilismo di quegli artisti, di quegli intellettuali rinomati che non hanno mai niente da dire ma che spesso lo dicono bene…
Tuttavia, in quanto straniero fra gli stranieri, mi prendo la libertà di esprimere le mie impressioni. Mi pare che in questo lento movimento di mutazione antropologica, in questi ultimi anni si assista a un fenomeno sociologico di abiura. Dimenticandosi la sua povertà, il popolo italiano vuole anche rigettare la sua autentica tolleranza. Non vuole più ricordare i due tratti distintivi della sua storia. L’Italia di oggi vuole consegnare all’oblio quella di ieri e in definitiva negare la sua vicenda. Resa ebbra dal suo sogno di ricchezza, si vergogna di un passato di povertà. Essa vuole, parola di straniero, dimenticare quel gusto di Terzo Mondo che il fascismo e in seguito la democrazia poliziesca e mafiosa le hanno lasciato.

9. Conclusione (amara)

Per finire, vi racconterò un aneddoto.
Qualche tempo fa, in occasione di un evento letterario a Parigi, ho rivisto una vecchia conoscenza di quel periodo. Era diventato un uomo importante, vicino al potere, ma la sua posizione non gli impediva di stringere la mano a un ex compagno, anche se esiliato. Parlando del più e del meno, e senza farlo apposta, tornai su un episodio della nostra comune militanza: un giorno in cui entrambi avevamo rischiato di compiere una grossa stupidaggine. La reazione di quel vecchio amico mi lasciò stupefatto. A bocca aperta, si fece ripetere l’aneddoto e poi, gentilmente, mi disse che non era possibile, che certamente lo confondevo con un’altra persona e che all’epoca non aveva mai preso in mano un’arma. Non ho insistito. Era evidente che in quel momento l’uomo era sincero. Aveva veramente cancellato dalla sua memoria un’intera parte della sua giovinezza. In altri termini, era come ricordare a un nuovo ricco il suo passato di povero.
Ecco. Sono solo delle domande che mi pongo, e a cui avrei potuto rispondere se la Francia di Jacques Chirac non avesse mercanteggiato per me, coi suoi omologhi italiani, un esilio programmato.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia“, scriveva Pasolini nel 1974.

Share