naveveleni.jpg[Una nave che affonda per finta. Rifiuti radioattivi. Riciclaggio. Le bombe del ’93. Ilaria Alpi. L’avvocato inglese di Berlusconi. Questa che segue è la prima, decisiva tappa di una memorabile inchiesta investigativa giornalistica su “una del­le storie più sporche degli ultimi decenni”. E’ una storia inaudita e inauditi ne saranno gli sviluppi. L’inchiesta è stata pubblicata a puntate su L’Espresso. L’autore, Riccardo Bocca, ha scritto importanti libri di controinformazione, come Maurizio Costanzo Shock – Affari, potere, alcova: i retroscena del telegiornalista più famoso d’Italia e La condanna. Storia di Silvia Baraldini]

UNA NAVE ROSSO VELENO
di Riccardo Bocca
Le parole di Ivano Tore, comandante del nucleo operativo dei Carabinie­ri di Reggio Calabria, sono nette e gravi: “È emerso uno scenario al­quanto inquietante nel quale si muovono soggetti senza scrupoli, a costo di attentare all’incolumità della popolazione mondiale…” scrive in un’informativa al so­stituto procuratore di Reggio, Francesco Neri. “La documentazione sequestrata su­pera anche l’umana immaginazione, tacen­do ipotizzare nel contempo che la stessa sicurezza dello Stato Italiano possa essere messa in pericolo”. È il 25 maggio del 1995, e in Calabria è in corso da circa un anno un’indagine delica­ta quanto travagliata.

Un lavoro investiga­tivo con al centro l’affondamento di una se­rie di navi avvenuto nei mari Tirreno e Jonio, ma che al suo interno racchiude molte­plici altre ragioni di allarme. Il sospetto de­gli inquirenti e che a bordo di queste navi ci fossero rifiuti tossici e radioattivi, e che at­torno a questa vicenda, legata a nazioni eu­ropee e non, si sia mossa un’impressionan­te rete di faccendieri, trafficanti d’armi, agenti dei servizi segreti, uomini di governo e mafiosi. Tutti connessi da affari che in al­cuni passaggi s’incrociano con la Somalia e gli eventi che il 20 marzo 1994 sono costa­ti la vita alla giornalista del Tg3 llaria Alpi e all’operatore Miran Hrovatin.
A questo intreccio si riferivano i Carabi­nieri nelle note per la Procura. E su questo è stata svolta dagli uomini di Reggio Cala­bria un’indagine durata sei anni, costellata da minacce e pressioni, alle quali si è ag­giunta il 12 dicembre 1995 la morte sospetta di Natale De Grazia, capitano di corvetta e consulente chiave dei magistra­ti. Poi, malgrado le molte certezze acquisi­te, l’intera questione è stata archiviata dal giudice delle indagini preliminari, e a quel punto le decine di migliaia di pagine sono passate per un errore burocratico alla Procura di Lamezia Terme, presso la quali so­no rimaste circa tre anni.
Ora La partita è nelle mani della Procura di Paola, dove una serie di nuovi e clamorosi indizi ha con­vinto il procuratore capo, Luciano d’Emmanuele, ad aprire l’ennesimo fascicolo, in­centrato per competenza territoriale so­prattutto su un caso: quello della motona­ve Rosso della compagnia Ignazio Messina, arenatasi dopo un principio di affonda­mento il 14 dicembre 1990 sulla spiaggia di Formiciche nel comune di Amantea, in pro­vincia di Cosenza. Da qui sono partiti il so­stituto procuratore Francesco Greco e la sua squadra per dimostrare il dolo nel ten­tativo di affondamento e l’occultamento dei rifiuti tossici o radioattivi, reato che in caso di fallimento rischia di cadere in pre­scrizione. E sempre da qui, dalla storia del­la motonave Rosso e dal cumulo di incon­gruenze che la contraddistingue, è partito anche “L’espresso”, ricostruendo con documenti e testimonianze esclusive una del­le storie più sporche degli ultimi decenni.
Tutto incomincia alle ore 7.55 del 14 di­cembre 1990, quando il comandante Luigi Giovanni Pestarino della motonave Rosso lancia il suo mayday. In quel momento la nave si trova al largo della costa di Falerna località a 15 chilometri da Amantea, in pro­vincia dì Catanzaro. Alle spalle ha un viag­gio nel Mediterraneo: è salpata dal porto di La Spezia il 4 dicembre facendo prima scalo a Napoli e poi a Malta, da dove è ripar­tita il giorno 13. “Verso le 7 del mattino -, racconta Pestarino durante un interrogato­rio -, sento un colpo proveniente dallo sca­fo sul lato sinistro, mi precipito sul ponte, ho mandato subito il marinaio a controllare re la stiva e il garage e successivameme ho inviato anche il primo ufficiale di coperta”. In quel momento, dice il comandante, è scattato l’allarme per la presenza di acqua nella nave, e “il primo ufficiale ed il mari­naio, tornati sul ponte mi informano di aver riscontrato l’acqua in stiva, presumi­bilmente dovuta a una falla ma non visiva”. La nave intanto continua a galleggia­re ma sbanda, prima poco e poi sempre di più, finché il timone non risponde e a mo­tori fermi non resta che attendere i soccorsi, sparando segnali luminosi e tenendosi in contatto con la Capitaneria.
Alle 10 e un quarto il capitano e gli altri 15 membri dell’equipaggio (più Domenico De Gioia, uomo della Messina, presente ma non registrato a bordo) vengono recupera­ti da due elicotteri che li portano all’aero­porto di Lamezia Terme, da dove vengono trasferiti all’ospedale civile. Nel frattempo anche la nave si è mossa. Invece di affon­dare, come tutti pensavano, ha proseguito la sua incerta navigazione fino ad arenarsi sulla spiaggia di Formiciche.
E qui si trova subito al centro di movimenti e decisioni singolari.
Fatti di cui parleremo più avanti, perché prima vanno sottolineati due elementi cruciali. “Il primo -, scrive la guardia di Finanza -, è che nel 1997 il comandante Pestarino ha di nuovo sostenuto che una falla era effettivamente presente in un locale della nave”. E il secondo, si legge nel docu­mento, che questo particolare (determi­nante, in quanto indizio di un naufragio involontario) viene smentito da Nunziante Cannavale, titolare della ditta che si occu­pò della demolizione della Rosso, il quale ha dichiarato: “Non siamo stati in grado di stabilire da dove poteva entrare l’acqua, e questa domanda ce la siamo posta anche più volte senza riuscire a darci una rispo­sta”. Una versione in sintonia con quella del sommozzatore incaricato dal Registro Navale Italiano di fare un’ispezione alla Rosso, il quale nega qualsiasi falla. E la ri­prova viene oggi da una videocassetta ama­toriale, realizzata a Formiciche nei giorni dopo lo spianamento e acquisita agli atti dalla Procura di Paola.
Il filmato, visiona­to da “L’espresso”, mostra che le fiancate della motonave al momento dello spiaggiamento erano integre, e che quindi la falla ipotizzata non c’era.
E’ con tali prove che oggi si ritiene possibile sostenere l’accusa di affondamento doloso.
E proprio in questo senso è importante la dichiarazione della Guardia di Finanza, se­condo cui in considerazione della totale assenza di falle o vie d’acqua, l’unica spiegazione plausibile per l’ingresso di acqua all’interno della na­ve è l’accidentale o dolosa apertura della tubatura an­tincendio che corre lungo tut­ta la lunghezza deìla nave. Da parte di chi? E perché? Non ci sono certezze. Di sicu­ro c’è solo che alle 2 del po­meriggio del 14 dicembre 1990 la Rosso si arena a For­miciche, sollevando grande curiosità tra gli abitanti della zona. Una curiosità mista preoccupazione, perché i pre­cedenti della Rosso, quando ancora si chiamava Jolly Ros­so, erano celebri e cupi. Nel 1988 la motonave era stata noleggiata dal nostro gover­no per andare a recuperare in Libano 9 mila 532 fusti di rifiuti tossici nocivi, esportati illegalmente da aziende italia­ne, e tornando in patria si era conquistata il nomignolo di “nave dei veleni”, restando poi in disarmo nel porto di La Spezia dal 18 gennaio dell’89 al 7 dicembre del ’90. Il timore istintivo era dunque che anche stavol­ta il carico della nave potesse essere perico­loso, e che inquinasse la costa. Un’ipotesi allora non supportata da prove, ma che oggi gli inquirenti considerano plausibile. Non a caso nei giorni successivi allo spiaggiamento, attorno e a bordo del­la Rosso si scatena un impressionante traf­fico. Alle 5 di mattina del 15 i carabinieri già ispezionano la motonave con i militari della Capitaneria di porto di Vibo Valentia.
Lo stesso giorno accorrono i vigili del fuo­co e poi salgono a bordo i «rappresentanti della società armatrice Messina . Un’ulte­riore presenza è quella della Guardia di Fi­nanza. E a tutti questi interventi si aggiun­gono gli -agenti dei servizi segreti» di cui parla a verbale Giuseppe Bellantone , comandante in seconda della Capitaneria di Vibo Valentia. Alla fine, malgrado tante at­tenzioni, nessuna inchiesta formale viene aperta dal ministero della Marina mercan­tile, mentre i sospetti sul carico della nave anziché svanire aumentano.
Il 22 dicembre l’armatore Messina affida infatti alle società Siciliana Offshore e Calabria Navigazione le operazioni di bunke­raggio (il recupero del combustibile sparso della Rosso, e stando ai Carabinieri tale opera si conclude il 29 gennaio 1991. Ma quando la società Mo.Smo.De di Cannava­le acquista il relitto per rottamarlo, rinviene le sentine piene di liquidi oleosi e nafta», vedendosi costretto a svolgere lavori che verranno rimborsati dalla Messina con un risarcimento di 800 milioni di lire. Che co­sa dunque hanno l’ano, le società incaricate del bunkeraggio? “Certamente operazioni di bonifica di ben altra natura di quelle in­dicate dalla Capitaneria di Vibo», scrivono i Carabinieri. E d’altro canto ancora più oscuro è il successivo intervento di un’altra società, l’olandese Smic Tak, “specializzata in bonìfiche a seguito di incidenti radioattivi,che nel 1981 partecipò al recupero di ma­teriale radioattivo contenuto in fusti, tra­sportato da una nave che aveva avuto un in­cidente e si era spiaggiata nel canale della Manica” (parole di Franco Scuderi, procu­ratore capo di Reggio Calabria, davanti al­la Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti). La Messina incarica la ditta olande­se di recuperare la motonave Rosso, ma i Carabinieri raccontano che dopo 17 giorni di lavoro rinuncia all’incarico. Anche se nel frattempo non è rimasta con le mani in ma­no: “Ricordo di aver notato la presenza sul posto di un Tir e di qualche altro mezzo di trasporto”, dice Beliamone della Capita­neria di Vibo. Ricorda anche «nella fase ini­ziale la presenza di uno o più gommoni e di sommozzatori… Notai o comunque mi fu riferito di una presenza praticamente co­stante di persone nell’arco delle 24 ore… e un continuo andirivieni di persone e di mez­zi, in particolare nelle ore notturne».
L’altro lavoro che qualcuno ha svolto prima della demolizione della Rosso (avvenuta malgrado la nave avesse solo 22 anni di vi­ta) è stato quello di aprire uno squarcio enorme nella murata sinistra della stiva. “Detto squarcio”, riferisce ai Carabinieri il Cannavale, “non era assolutamente visibi­le da terra”, e a suo dire si era potuto verificare solo dopo che la nave si era arenata. E’ chiaro, dicono i Carabinieri, che tale apertura è servita “per fare uscire dalla sti­va qualcosa di im­portante e volumi­noso, e con assoluta certezza si può dire che la ‘manomissio­ne’ è stata fatta con professionalità e mezzi in possesso delle ditte intervenu­te prima della demo­lizione”. Circostan­za aggravata dal fat­to che sul fondale marino vengono rin­venuti un camion, un muletto da 40 tonnellate e tre con­tainer, malgrado “non ci si spieghi co­me abbiano fatto a spostarsi da soli ver­so lo squarcio e a ca­dere in mare, consi­derato che la nave insabbiata non era sog­getta a movimenti né longitudinali né tra­sversali”, scrive la Guardia di Finanza. Inol­tre, si legge, “corre l’obbligo di segnalare che nel rapporto riassuntivo della Capita­neria di Porto di Vibo i container vuoti sti­vati a prua del garage vengono quantificati in 25, mentre quelli recuperati sono stati 17 vuoti dalla prua del garage e tre nel fondo del mare in corrispondenza dello squarci”.
Qual era dunque la reale entità del carico? E che fine hanno fatto i cinque container mancanti all’appello? Su questo e su molto altro, vedremo poi, lavora oggi la Procura di Paola. Dopo tanti anni c’è chi ha ritrova­to la memoria, e sta indicando modi e luo­ghi di smaltimento del presunto carico di ri­fiuti tossici e radioattivi. Nei giorni dopo lo spiaggiamemo della Rosso, però, va sotto­lineato un altro fatto incredibile, che modi­fica la prospettiva degli eventi e li collega a nomi e scenari di livello internazionale. Pro­tagonista è ancora una volta Bellantone, il comandante in seconda della Capitaneria di Vibo, il quale sulla plancia della motonave rinviene strano materiale. Si tratta di una se­rie di documenti che, dice lui stesso, “richiamavano la natura della radioattività” ed erano introdotti dalla sigla O.d.m., ossia Oceanic Disposal Management Inc., socie­tà creala da un certo Giorgio Comerio, na­to a Busto Arsizio (Varese) nel 1945. Tra queste carte, ha spiegato il procuratore ca­po Scuderi, c’era pure una mappa maritti­ma con evidenziati una serie di siti. In teoria simili documenti avrebbero dovu­to perlomeno insospettire Bellantone, e in­vece l’ufficiale ha tutt’altra reazione: “Ho riferito al magistrato”, racconta a verbale, “che tra i documenti esistenti in plancia vi erano dei fogli come di battaglie navali, tant’è che sorridendo dissi che mi sembrava strano che giocassero alle battaglie navali in plancia. Ricordo anche che restituimmo il documento relativo alle battaglie navali (al comandante della Rosso, cinque giorni do­po, ndr)”. Un atteggiamento che non con­vince gli inquirenti, e che si somma a un al­tro elemento da cui poi hanno preso il largo le indagini mondiali.
Nel ’95, durante una perquisizione nella villa dello stesso Comerio a Garlasco (Pavia), sede in quel momen­to di un club di Forza Italia, viene trovata la riproduzione del materiale scoperto dal Bellantone sulla Rosso. Mappa compresa, che sulla copia ereditata dei magistrati di Paola riporta i nomi di una lunga serie di navi af­fondate nel Mediterraneo. Ingegnere brillante, di grande intelligenza, accattivante nei modi e con un’alta consi­derazione di sé (cosi lo definisce chi lo ha in­contrato all’epoca), Comerio ha alle spalle una storia preoccupante. -Negli anni Ottanta”, testimonia da Bruxelles Roberto Ferrigno, allora coordinatore internaziona­le di Greenpeace per la campagna contro lo smaltimento dei rifiuti tossici nei Paesi po­veri, aveva colla borato a un progetto del­l’Agenzia nucleare dell’Ocse (Organizza­zione per la cooperinone e lo sviluppo eco­nomico)”. Al lavoro, documenta Greenpeace, aderivano l’Italia, gli Stati Uniti, il Canada. l’Australia, il Giappone, l’Inghil­terra, la Francia, la Germania dell’Ovest, l’Olanda , la Svizzera, la Svezia e il Belgio in sintonia con la Comunità europea. L’obiettivo, al quale si lavorò dal 1977 all’87, era di mettere a punto un rivoluzionario siste­ma di smaltimento dei rifiuti tossici e ra­dioattivi, sparando in mare siluri nei quali venivano appunto racchiuse le sostanze pe­ricolose, che penetravano i fondali. In que­sto modo si era ipotizzato di risolvere il pro­blema mondiale della “pattumiera ad alto rischio”, ma ma poi il tutto era stato abbando­nato dopo il clamore dell’incidente nuclea­re avvenuto a Chernobyl (1986), con il con­seguente scioglimento del gruppo di lavoro e la precisazione che sarebbero state necessarie ulteriori ricerche. Una raccomandazione che secondo Ferri­gno non scoraggiò Comerio. “L’ingegne­re”, testimonia, “aveva collaborato al pia­no progettando per il Joint Restare li Centre di Ispra (Varese), boe con apparecchiature elettroniche per il monitoraggio satellitare dei siluri penetrarori sparati nei fondali”. E dai documenti di Greenpeace custoditi ad Amsterdam risulta che alla società Marinine Electronic Industry ltd, rappresentata da Comerio, nel 1986 furono pagati per questo impegno più di 110 mila ecu (all’e­poca 146 milioni di lire). Ma a Comerio non bastava: “Quando il progetto fu accanto­nato”, riferisce Ferrigno, “apportò una serie di modifiche e iniziò a proporlo alle na­zioni di mezzo mondo”. D’altronde gli agganci non gli mancavano. O almeno così viene da pensare leggendo il ritratto di Comerio fatto da Maria Luigia Giuseppina Nitti, sua compagna dal 1986 al 1992, la quale nel ’95 dichiara ai Carabi­nieri: “Verso la fine del nostro rapporto mi esternò di appartenere ai servizi segreti… A seguito di attentati terroristici avvenuti in quel periodo si assentò, dicendo che era sta­to convocato per collaborare alle indagini. Preciso che si trattava di attentati avvenuti in Italia nella primaversa del ’93. Mi pare si trattasse dell’attentato all’Accademia dei Georgofili di Firenze. All’inizio del nostro rapporto mi confidò pure che per conto del governo brasiliano o argentino aveva avuto incarico di vendere armi ad altri Paesi… Ancora con riferimento alla vendita delle armi, devo fare presente che tra la fine del ’92 e l’ini­zio del ’93 il Comerio ebbe contatti con due fratelli da lui stesso de­finiti mafiosi”. Nel corso delle loro in­dagini i magistrati han­no trovato numerose tracce delle operazioni su scala mondiale del Comerio. Nel 1995, per esempio, è di scena il Sudafrica, Stato con cui l’ingegnere trattava un piano di smaltimen­to di rifiuti radioattivi. In seguito l’Atomic energy corporation del Sudafrica annunciò pubblicamente di ri­nunciare al piano, ma questo non frenò Comerio. Renato Pent, definito dagli inquirenti «noto trafficante di rifiuti tossico nocivi», ha raccontato «che il Comerio si è verosimilmente accordato con il governo austrìaco, tanto che in sua com­pagnia ha tenuto un incontro con ben quat­tro ministri». Pent ha parlato anche di rap­porti con la Svizzera, ma in entrambi i casi ha detto che «i due governi non avrebbero concluso niente per timore dell’opinione pubblica», aggiungendo però che «non po­teva escludere che Comerio autonomamen­te avesse potuto concludere il contratto con detti Stati». Inoltre ha precisato che «Co­merio aveva trasmesso a un tale Arullani (definito dagli inquirenti «noto trafficante di rifiuti tossici e nocivi, nonché di armi») un fax con il quale gli comunicava di avere ricevuto una prima grossa commessa. Da chi? L’elenco delle nazioni con cui Co­merio e i suoi hanno preso contatti in que­gli anni è lungo. Gli inquirenti segnalano le trattative con l’Ucraina. Sono rimaste trac­ce di accordi in Sierra Leone. Ci sono segnali di contatti tra l’O.d.m. e il Gambia. Green­peace sostiene che nel ’96 Comerio ammise trattative col governo delle Bermuda. E nel 1997 a Odessa ci fu chi parlò di manovre dell’O.d.m. nel Mar Nero. Tutte pratiche che il faccendiere ha svolto con apparente trasparen­za, al punto da aprire un sito In­ternet in cui illu­strava i suoi prògetti, coltivando nel frattempo una serie di rap­porti sotterranei che gli ambienta­listi hanno chia­mato “The net­work” per l’in­credibile vastità.
Una rete in cui i dossier di Greenpeace inseriscono anche colui che è stato il legale inglese di Silvio Berlusconi, David Mills, il quale ha dichiarato al quotidiano inglese “The Independent” di avere avuto un contatto telefonico con Comerio. E sempre Mills, documenta Greenpeace, sa­rebbe stato in affari con Filippo Dollfus, azionista della O.d.m.. Quello che sarebbe interessante sapere, a questo punto, è se anche una sola volta le trattative del Comerio e dei suoi uomini ab­biano portato all’effettivo smaltimento sot­to il mare dei rifiuti radioattivi. Le caratte­ristiche stesse dell’operazione (fondali pro­fondissimi e in luoghi segreti) non lasciano troppe speranze di recupero per la “pattu­miera ad alto rischio”, ma nonostante ciò, parlando degli affari di Comerio in Parla­mento, il procuratore capo di Reggio Cala­bria Scuderi ha detto: «Dalle sue carte emer­ge che gli sarebbero stati affidati incarichi dai governi che avrebbe portato a termine. Comerio e i suoi emissari hanno avuto spe­cialmente la disponibilità di esponenti di Stati africani che mettevano a disposizione siti prossimi alle coste dei loro Paesi ove ef­fettuare gli affondamenti, in cambio di versamenti di milioni di dollari dei quali risul­ta traccia nelle carte che abbiamo trovato». Inoltre Scuderi ha sottolineato come Comerio abbia dedicato la sua attenzione anche all’altro fronte caldo dello smaltimento ri­fiuti, ossia l’affondamento di navi nel mare Mediterraneo. Un capitolo delicato, in quanto la Commissione parlamentare, par­lando delle cosiddette “navi a perdere”, se­gnala nel ’96 «l’esistenza, documentalmen­te provata, di intense attività di intermedia­zione poste in essere tra i titolari delle pre­sunte attività di smaltimento in mare di ri­fiuti radioattivi e la Somalia», sottolinean­do le coincidenze tra le indagini in corso e le vicende che hanno portato alla morte di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Lo stesso Comerio viene indicato il 25 otto­bre 2000 dalla Commissione parlamentare come «faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia ». Un ele­mento che si aggiunge all’esito della perqui­sizione nella villa di Garlasco, dove oltre ai. citati documenti dell ‘ O.d.m. viene rinvenu­ta l’agenda di Comerio, sulla quale il 21 set­tembre 1987 c’è scritto in inglese: «La nave è affondata». Un chiaro riferimento alla maltese Rigel, che proprio quel giorno fece naufragio al largo di Capo Spartivento e che. secondo Scuderi non solo si sospetta tra­sportasse rifiuti radioattivi, ma «è implica­ta in una vicenda truffaldina ai danni della società di assicurazione ». Anche la Rosso al momento dello spiaggiamento era assicurata: dalla S.i.a.t, per un va­lore di 2 miliardi 500 mila lire. E anche la, società Ignazio Messina, armatrice della motonave, dopo “l’incidente” ha incassato la polizza. Una questione che, qualora in tri­bunale si dimostrasse il dolo dell’affonda­mento, si riaprirebbe. E altrettanto interes­sante sarebbe rivalutare il ruolo della socie­tà Ignazio Messina, continuando il lavoro svolto da Natale De Grazia, capitano di cor­vetta e prezioso consulente dei magistrati nell’inchiesta di Reggio Calabria, morto nel 1995 in circostanze sospette (malore im­provviso) mentre andava a La Spezia per in­terrogare i marinai della Rosso. In una nota informativa i Carabinieri scrivono: “La società Ignazio Messina imbarca presso il porto di Napoli e presso altri porti del Sud merci pericolose e rifiuti radioattivi con de­stinazione sconosciuta… Per quanto riguar­da la parte “delle indagini” riferita ai rifiuti radioattivi, un ruolo importante è assunto da Giorgio Comerio… La Ignazio Messina risulta inoltre collegata a importanti per­sonaggi legati a Giorgio Comerio, e preci­samente Gabriele Molaschi socio del Comerio per il progetto O.d.m.. Nel corso di perquisizioni presso l’abitazione del Molaschi, oltre ad avere trovato la documentazione sulla Rosso identica a quella rinvenuta al Comerio, ve­niva acquisita importante docu­mentazione circa continui traffi­ci internazionali di armi tra Paesi esteri, nonché vane tecnologie anche militari a ser­vizio di altri Stati”.
D’altro canto, che i vertici della Ignazio Messina e Comerio si conoscessero lo di­mostra la trattativa che secondio la Guardia di Finanza ci fu nel giugno I988 tra la so­cietà Navimar. rappresentante della Comerio Industry of Malta, e la Ignazio Messina per l’acquisto della Jolly Rosso: la stessa motonave che sarebbe poi divenuta Rosso e si sarebbe spiaggiata coi documenti dell’ O.d.m. a bordo, Comerio, scrivono i fi­nanzieri, “voleva acquistare la nave per trasformarla in una sorta di officina”, e la Ignazio Messina confermava di voler la vende­re per 1 miliardo 50 milioni di lire, comuni­cando però successivamente che ri­nunciava per scadenza dei termini. Particolari, coincidenze , retroscena, che nel loro complesso hanno destato enorme preoccupazione in tutti coloro che hanno investigato. Eppure il pubblico ministero Alberto Cisterna, pur riconoscendo la gra­vita dei molti elementi emersi, come il fat­to “che la Rosso fosse destinata al suo ul­timo viaggio”, pur definendo “non tranquillizzante in questo contesto il docu­mentaci) interesse del Comerio alla Ros­so, “anche ammettendo che lo stesso Comerio abbia avuto parte nell’affondamen­to della Rigel”, il 25 giugno del 1999 chie­de l’archiviazione del caso delle “navi a perdere”, non avendo a suo avviso prove concrete dello smaltimento delle scorie ra­dioattive. Una richiesta che viene accolta dal giudice delle indagini preliminari, Adriana Costabile, la quale il 14 novembre 2000 archivia scrivendo che “certamente c’è traccia in arti dello scellerato disegno criminale di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi ordito da Giorgio Comerio e dai suoi complici, tutti soci della Holding O.d.m.”, ma che “mancano elementi che consentano di ricondurre in tale program­ma l’affondamento delle navi Rigel e Ros­so, non essendo emerso… che le stesse tra­sportassero rifiuti radioattivi…”. Per questo oggi è cruciale il lavoro del sosti­tuto procurature di Paola, Francesco Greco. A distanza di anni qualcuno h.i parlato, e ri­pensando allo spiaggiamento della Rosso ha riferito episodi definiti dai Carabinieri “estremamenie importanti”. Un testimone oculare, ad esempio, ha detto che “dopo circa due mesi dall’avveduto spiaggiamento, iniziarono i conferimenti di rifiuti prove­nienti dalla motonave Rosso presso la dis­carica in località Grassuilo (nel comune di Amantea, provincia di Cosenza). Tali conferimenti avvenivano di giorno, e ogni automezzo veniva scortati dalla Guardia di Finanza o dai vi­gili urbani. Negli stessi giorni (il testimone) notò effettuare scari­chi presso la discarica che avveni­vano di notte e senza scorta da parte degli organi di polizia. Tale materiale la mattina successiva veniva subito interrato con l’uti­lizzo di mezzi meccanici… In par­ticolare”, scrivono i Carabinieri, “il testimone riferiva che sarebbe tuttora in grado di indicare con estrema precisione il punto in cui furono sotterrali tali rifiuti, che si troverebbero a una profondità di circa 40 metri”.
Ma c’è dell’altro. Un secondo testimone ha raccontato di aver visto i camion che la notte par­tivano dalla Rosso e arrivavano a scaricare in località Foresta (comune di Serra D’Aiello, provincia di Cosenza). Qui lo scorso aprile sono stati effettuati con l’Arpacal (Agenzia regionale per la prote­zione dell’ambiente della Calabria) son­daggi su un’area di 10mila metri quadra­ti a circa otto metri di profondità, dai qua­li è risultata la massiccia presenza di fan­ghi industriali. “Successive analisi chimiche che”, ha scritto il sostituto procuratore Greco alla Regione Calabria, “hanno evi­denziato in questi fanghi la presenza di al­cuni metalli pesanti… in concentrazioni tali da potersi configurare un pericolo concreto ed attuale per il suolo, sottosuo­lo e corpi idrici, con il superamento dei li­miti accettabili di inquinanti”. Durante i rilievi, un terzo testimone ha inoltre am­messo di aver trovato nel 1999 fusti gialli arrugginiti nella briglia del fiume Oliva, contigua alla zona sondata. In seguito il te­stimone ha negato, tornando però poi ad ammettere di avere visto un fusto. Ora la Procura di Paola ha una grande spe­ranza: ottenere i mezzi per scavare a tondo nei due siti. Il primo problema, dicono a Paola, sono le scadenze. Il timore è l’archi­viazione del reati) ipotizzato, cioè l’affon­damento doloso con rischio per la salute pubblica. Non c’è tempo da perdere.