di Luigi Lollini
A P.C.

Lupin.jpg
La prima volta che entrai nella libreria Feltrinelli di Piazza di Porta Ravegnana fu il primo anno di università. Leggevo smanioso i titoli di autori conosciuti e ignoti, i titoli dei pochi libri letti e degli infiniti che non avrei potuto leggere in una vita. Ognuno di questi libri, mi diceva un amico, è un dito puntato sulla tua ignoranza. La carne è triste, rispondevo, e non ho letto tutti i libri. Li sfogliavo e li leggevo, li annusavo, li riponevo nello scaffale, passavo in un’altra stanza, tornavo indietro a rileggere. La libreria mi sembrava una fitta biblioteca a scaffale aperto, ma per portare i libri a casa bisognava pagare. E infatti, anche se vagavo tra i libri circospetto, li pagavo: mi fingevo un ladro e una gentilissima cassiera a volte mi guardava con sospetto.

Non avevo ancora letto un libro Feltrinelli che, tra altre storie di ribelli, racconta le gesta di Alexandre-Marius Jacob, lavoratore della notte, ladro scaltro e disarmato, anarchico francese della Belle Époque. Era sabato pomeriggio, mi ero ridotto a leggere all’ultimo momento, entro lunedì, per un esame, Aesthetica in nuce di Croce. In biblioteca non si trovava, era in giro per la città, era nascosto in case inaccessibili, come se tutti gli studenti di Bologna dovessero fare il mio stesso esame. Un’intuizione impura mi soccorse in libreria, mentre leggevo il titolo del libro di Croce. Mi ricordai che da bambino avevo scisso una noce senza frantumarne il guscio, avevo mangiato il gheriglio e avevo sigillato con la colla le due metà del seme vuoto, ma non prima di infilare nello scrigno un minuscolo biglietto. Avevo poi rimesso la noce tra le altre.
Con rapidi gesti e mani sapienti elusi l’allarme, portai a casa il libro, lo lessi, lunedì mattina superai l’esame. Quello stesso giorno, verso sera, tornai alla libreria e riposi quel libro prezioso e quasi intatto su una pila di libri azzurri e uguali. Sul frontespizio, a matita, in corsivo, avevo scritto: «Grazie Feltrinelli. Arsenio Lupin».

Share