Alberto ColaE’ che dietro al muro della villa non c’è niente. Niente di niente. Neanche la villa, che adesso sto osservando dall’altro lato della strada, in piedi su un marciapiede gommoso.
Le luci non fanno ombre sulle sue pareti venate da crepe, ci affondano senza lasciare traccia, col tetto che sembra puntare altrove seguendo geometrie tutte sue. Nessuna rappresentazione è perfetta, dovrebbero accorgersene.


E il fetore: qua intorno è insopportabile, come se qualcosa stesse decomponendo la realtà; la nostra.
Ci sono loro poi, ovvio, indaffaratissimi come un branco di formiche sclerotiche. Girano intorno alla villa con le maschere perché di aria non se ne parla; c’è come un vuoto. Forse una specie di imbuto a rovescio, che ogni tanto li ingoia espellendoli da qualche altra parte, o almeno credo, ma che più spesso li rigurgita di qua come bile istantanea che prende forma.
Io l’ho scoperto, e fin qui poco male.
Il problema, è che loro lo hanno capito.
Il Dodo è stato il primo ad accorgersene. Transitava di lì con la solita supponenza, becco al vento e bastone in mano. Mi si sono arricciate le piume, mi disse eccitato. Tutte.
Non che non si possa credere al Dodo, è un tipo degno di fiducia nonostante le piume e tutto il resto, ma è che da queste parti ne abbiamo viste troppe negli ultimi anni per preoccuparci del primo tipo eccitato che si incontra.
Poi è sbucato quel coso dal muro di cinta… Non so se mi spiego. L’ha attraversato, così, come se non esistesse, insistette il Dodo. Se ne è rimasto metà di qua, e metà di là. Un ribrezzo che non vi dico. Forse, m’è anche caduta qualche piuma.
Il Dodo è fatto così.
Guglielmo, che ama contraddirlo, replicò che non c’era niente che non andasse in quel muro, figurarsi, e per provarlo tentò di arrampicarvisi, senza riuscirvi. Il che è strano per una lucertola. Il fatto causò un putiferio di chiacchiere tra pazzi, come al solito.
E’ un incubo, ne sono sicuro; ma un incubo non ha logica e risponde a leggi tutte sue. Ecco, quella villa è un incubo e io non ne posso più di questo marciapiede di merda che risucchia le mie zampe. Forse la stanno cercando, dopo tutti questi anni, ma è un’ipotesi plausibile quant’è vero che indosso guanti neri. Gli altri dicono che probabilmente c’è un’anomalia da qualche parte, che il passaggio s’è spostato o che un altro varco è sempre possibile perché qui le cose vanno come vanno. Cazzate. Loro hanno trovato il modo per aprirsi una strada dove gli pare e piace, ecco cos’è. Perché di una sola cosa sono sicuro: che non hanno preso lo stesso tunnel che usò Alice quando arrivò da noi.

Il fungo galleggia a lato del sentiero, circondato da una nuvola di fumo. Col tempo, il Bruco usa sempre di più la sua pipa, soprattutto quando è nervoso.
– E’ davvero come ho sentito? – mi chiede.
– Anche peggio.
Il Bruco Turchino, così lo chiamiamo, emette una colonna di fumo che va su in aria, dritta come un ago. Nel farlo, la sua bocca assume una piega ironica. – Lo sapevamo che prima o poi sarebbe accaduto – sentenzia.
– Già.
– Ci siamo trastullati, illusi ed ecco il risultato. Ai miei tempi era tutto diverso. Cosa pensi di fare?
Perché lo chiedono tutti a me? Come se io avessi le risposte, sempre. – Non lo so. Forse sarebbe meglio riunirci, discuterne.
– Lo sai come va a finire poi… Tu sei l’unico a essere stato dall’altra parte, ti seguiranno.
– Questo non mi dà automaticamente una risposta pronta.
Alza le spalle, il Bruco, o quel che ha appena sotto al collo. – Siamo rimasti in pochi, un vantaggio indiscutibile; dai retta a me, è ora di dare una svolta perché per quanto possa sembrare assurdo finiremo col morire, quaggiù. Tutti.

La tradizione dà stabilità e così, a dispetto di chi pensava che la cosa fosse di cattivo gusto, la Regina nuova scelse a suo tempo la stessa dimora della vecchia.
Personalmente non ho mai sopportato quel residence vittoriano con finte terrazze e giardini labirinto dall’aspetto irrancidito; e gli alberi che, da quando è arrivata lei, sembrano esangui. Persino i cigni e i criceti, strumenti abituali delle infinite partite di croquet, sono scomparsi chissà dove, forse uccisi.
Due valletti in livrea mi fanno passare senza fare domande, con le parrucche inanellate e incipriate che si chinano fino a sfiorare il pavimento dell’ampio porticato ormai deserto.
– Una visita dell’antico consorte alla Regina! – dice solennemente il primo.
– La Regina riceve una visita dell’antico consorte! – ribatte il secondo altrettanto solennemente, per non essere da meno.
Con passo spedito attraverso i corridoi venati di marmo rosso, le stanze circondate da colonne sbilenche e sbreccate come i denti guasti di un gigante. Il tempo incustodito ha esteso il suo abbraccio persino qui, dove pensavamo che lei sarebbe stata al sicuro da noi, e noi da lei.
Un velo di polvere ricopre la teca di cristallo, al centro della sala in passato riservata alle udienze. I drappi male accostati lasciano filtrare un barbaglio di luce dalle finestre che danno sui vecchi giardini abbandonati. La nuova Regina, dopo aver perso l’occhio destro nello scontro con la Duchessa per la successione al trono, non ha mai sopportato troppo bene la luce, se non quella delle candele ormai consumate.
Appoggio la zampa sulla teca e tolgo un po’ di polvere, quel tanto che basta per vedere il suo occhio che si ravviva alla mia vista, come un fuoco riattizzato dopo molti anni. Un semplice sguardo è più che sufficiente per capire che l’amo ancora. Non importano gli anni che qui non hanno valore, è tutto come il primo giorno: sarò destinato a sorgere e cadere, sorgere e cadere ogni volta che la vedrò.
S’è fatta donna col tempo, nonostante il corpo martoriato. Non è come le altre, anche così resta bella, scaltra, con quella dolcezza cattiva che ha sempre confuso tutti noi. Possiamo rimproverarle di essere ascesa più in alto dei suoi meriti, di aver abusato dell’ambizione a discapito dell’umiltà, ma mai, in nessun caso, ha ceduto al rancore, neanche nei miei confronti il giorno in cui la rinchiusi nella teca grande, tagliandola all’altezza della vita per impedirle di fuggire da me, e gettando le gambe dove potessi dimenticarle.
Capì che era un atto d’amore.
La sua bocca si schiude con lentezza, cercando di dare vita alle corde vocali recise. Accarezzo il vetro, sorridendole. – Alice…
Nel silenzio di quelle sale che odorano d’incenso, è come un grido d’aiuto.

Raramente arrivo al Confine per fare una passeggiata, malgrado in passato fosse una delle attività che preferivo. Non sopporto più quel muro lattescente che giorno dopo giorno ingoia terreno. Farlo, tuttavia, mi aiuta a riflettere.
Il Cappellaio veglia il Confine con abnegazione, nella speranza di riuscire a fermare la sua avanzata. Lo vedo da qui, piegare le ginocchia e unire le mani in un cenno di preghiera, borbottare, raddrizzarsi, lanciare il cappello in aria e infilarselo in testa al volo, prima di ricominciare da capo. E’ ammirevole.
Ode i miei passi sulla ghiaia, dove prima c’era erba. – Ah, sei tu – rimbrotta, seccato per la distrazione. Dopo un istante, disperato, aggiunge: – Un metro e mezzo! Dico, un metro e mezzo da ieri sera!
– Sta accelerando.
Mi si avvicina, rincalzando il cappello sulla testa enorme. – E’ colpa sua, lo vuoi capire? Dobbiamo ucciderla prima che ci conduca al disastro. – Si volta indicando una tavola apparecchiata che per metà emerge dal muro di niente. – Guarda là, la Lepre non ha voluto abbandonare il suo posto, e neanche il Ghiro, e tra un po’ scomparirà anche la tavola… Con chi prenderò il the, adesso?
Non so cosa dire, è difficile da spiegare. – Mi dispiace, ma non dipende solo da Alice, ne sono arrivati altri. Ucciderla non servirebbe.
– E allora, dobbiamo restare qui a finire tutti nel cesso? – urla arrotolando i denti, l’aria stizzita. – Una volta riuscivo a parlare col tempo, a rallentarlo, fermarlo addirittura, ci ero in buone relazioni, e adesso invece posso solo guardare quel muro opaco mangiarsi tutto quello che ho senza poter fare niente. Ti sembra giusto?
No, non lo è.

Se la presero con Alice, ovviamente, dopo che ebbe sconfitto la Duchessa impadronendosi dello scranno della Regina di Cuori. Era un elemento di disturbo, il classico sassolino nella scarpa del quale non ci si riesce a liberare ed ella, pur usando tutta la dolcezza di cui era dotata, non riuscì a ricucire il rapporto con gli altri che, in modo del tutto inevitabile, marcì come la sua bellezza.
Qualche tempo dopo notammo i primi cambiamenti nelle cose, persino nel paesaggio. La prima ad andarsene fu la dimora della Lepre Marzolina: comignoli a forma di orecchie, tetto di pelo e tutto il resto. Spostammo il tavolo del banchetto, ma servì a poco. Poi morì la Falsa Testuggine, mettendoci in guardia raccontando una storia che fu qualcosa di unico e commovente. Sperammo, ma lo sfacelo non si fermò, anzi, si materializzò quello che ormai tutti chiamiamo Il Confine: l’orizzonte da dove il nostro paese comincia a scomparire chissà dove.
Alice, preoccupata dal non avere più ammiratori, non si accorse di nulla, eppure ci voleva poco per capire che era l’elemento catalizzatore della nostra rovina. Il suo essere contrastava con la nostra realtà, semplicemente, come qualcosa di negativo che si espande trovando terreno fertile.
Fu in quel momento che decisi di usare la teca di cristallo per salvarci, sperando che contenendo all’interno ciò che ella rappresentava, i nostri destini si sarebbero sigillati di nuovo ritrovando l’antica sostanza. Ma, egoisticamente, volevo salvarla prima di tutto, perché sapevo che non avrei potuto rinunciarvi, e dopo che gli altri decisero che ucciderla sarebbe stata l’unica soluzione, quella apparve ai miei occhi come l’ultima possibilità rimastami e, non pago, decisi persino di sposarla, sapendo che facendomi Re nessuno avrebbe potuto contestare le mie decisioni.
Per un po’, la cosa funzionò.

E alla fine i loro mediatori arrivano, all’ora di pranzo, maleducati come le uniformi color verde oliva che indossano.
Il capo, un tizio allampanato con delle mani enormi, tentenna un po’ prima di togliersi la maschera. Poi annusa l’aria, come per individuare veleni sospesi, ma tutto quel che respira è solo profumo di gelsomino e cioccolata. Un gesto, e anche gli altri denudano il viso.
A guardarli, sembrano immaginazioni e sogni della notte prima: ti svegli, e scopri di averli persi con facilità. Incredibili, non fosse per il fatto che appartengono alla stessa razza di Alice, come sospettavamo.
Si voltano intorno incuriositi, gli occhi da bambini cattivi che hanno scoperto la strada per il paese delle meraviglie e non vedono l’ora di smontarlo, pezzo per pezzo. Il capo si presenta: qualifica, grado, codice… Uno stile impeccabile che viene meno nel momento in cui gli tendo la zampa ribattendo laconicamente che sono il Re.
Ci siamo tutti, radunati nel parco del Croquet. Persino il Ghignagatto che da anni non si faceva vedere. L’eccitazione mi fa vibrare le orecchie, ma è una cosa inevitabile quando si ha sentore che le cose stanno per cambiare.
– …Solo per caso – sta spiegando il capo. – Abbiamo fatto degli esperimenti dimensionali, ma non pensavamo che…
Gli altri ascoltano annoiati, tranne il Cappellaio che ha stampata in faccia l’espressione rabbiosa di sempre. Loro sono sul “chi va là”, armi in pugno che tanto qui non funzionerebbero, ma è una cosa che ancora non hanno avuto modo di scoprire. Io invece rido, pensando a quanto possano essere terrorizzati nonostante il tono di sfida, ognuno a fissare un Bruco, un Gatto che appare e scompare a seconda di come tira il vento, alcune Guardie a forma di carta da gioco, un tizio con un cappello enorme in testa, una Lucertola accompagnata da un Dodo, due Valletti in livrea e un coniglio bianco in doppio petto e guanti immacolati, che sarei io.
Tace il capo, titubante, ha capito che non lo stiamo ad ascoltare. Aspetta qualcosa, un gesto, una parola, una sfida, purché venga da me, qualcosa che a dire il vero non posso dargli perché, detto tra noi, non ho capito cosa chiedono al nostro mondo morente. Non ho tempo da perdere, neanche per instaurare un processo equo. La Vecchia Regina avrebbe già risolto la cosa, ma lei era di tutt’altro stampo. A me, la soluzione sboccia davanti con qualche minuto di ritardo.
– Tagliate loro la testa – ordino.

Non l’avrei mai immaginato così il momento dell’addio.
Mi pervade la sensazione che quella sposa non esista neppure, imbalsamata e gelida e in attesa di venire liberata, un ammasso di visioni ancestrali che si agitano dentro di me, di peregrinazioni, di sentimenti inutili. Solo ora mi rendo conto di come siano banali le figure dei sovrani, senza speranze da offrire, sepolti in qualche posto, accatastati come tesori, o ricchezze nelle cripte.
– Ti sei pentita di restare? – chiedo ad Alice, fissando quel suo sorriso sbieco che affiora come una smorfia di dolore. Spesso la sofferenza fa emergere qualcosa di diabolico sul viso della gente.
La sua espressione ammantata dal perenne e bizzarro velo d’ironia s’accende. No, fa segno col capo.
Apro la teca, quasi fosse scoprire un tesoro dopo secoli di abbandono. Alice si piega all’indietro, cedendo alla cicatrice che diagonalmente le corre dietro alla schiena, dove prima c’era la spina dorsale. Persino in quel momento di assoluto silenzio, tutto sembra ruotare intorno a lei come un tempo. Sono relegato al ruolo di comparsa, di buffone, l’unica tragedia del nostro amore l’ha riservata a se stessa.
– Sei libera.
Mi guarda in modo critico, con l’unico occhio rimastole a incorniciare il viso butterato. Poi allunga le braccia e mi attira a sé, donandomi un bacio lungo e appassionato. Avevo dimenticato il brivido che mi dava mordere quelle labbra; un brivido che ora si spegne in un fiotto amaro. Estrarla da quella bara trasparente ha prosciugato ogni sentimento, ogni passato.
La lascio mentre si dimena, con la bocca screpolata aperta in una voragine di paura che solo un naufrago abbandonato può provare.
Già so che il rumore delle unghie di Alice che si spezzano sul pavimento, mi accompagnerà per sempre.

La villa tremola come un budino venuto male.
Siamo tutti qua, finalmente, dopo ore d’incertezza e discussioni. Facciamo un passo ed entriamo, attraversando le pareti che non esistono. Tutto quel che resta è solo un vortice color crema che mi fa rizzare il pelo; gli altri mi seguono a debita distanza, per niente convinti di essere lì.
Ogni tanto, qualcuno deve prendere certe decisioni.
– Siamo tutti pazzi – constata il Ghignagatto. – Altrimenti che ci staremmo a fare qui?
Il Bruco tace. Sembra l’unico ad avere un briciolo di fiducia mentre la truppa ondeggia impaurita davanti a quello spettacolo inusuale. Il Cappellaio mi fissa con lo sguardo appannato di un gabbiano. – E allora – chiede, – adesso che facciamo?
Bella domanda. Alle nostre spalle il Confine galoppa divorando l’orizzonte, i palazzi, i giardini. Impiegherà poco per arrivare fin qua. I miei amici mi osservano, e io odio essere in ritardo sulle risposte da dare. Pelo dritto o no, ho deciso. E poi una volta ci sono stato, e non era così male.
Emetto un sospiro che tengo dentro da chissà quanto. – Andiamo di là, no?

racconto di Alberto Cola