di Sandro Moiso
Telmo Pievani, Sei storie di buona ignoranza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, pp. 205, 18 euro
L’ultima opera in ordine di tempo di Telmo Pievani si rivela, allo stesso tempo, sia utile che irritante. Uno dei più noti divulgatori scientifici italiani, infatti, affronta un tema che mette a nudo le incertezze dell’attuale ricerca scientifica, definendo i caratteri dell’ignoranza che ancora la circonda e che, come egli stesso dimostra nello svolgimento dell’esposizione, è destinata ad ampliarsi man mano che le scoperte andranno ad accumularsi su quelle già fatte in precedenza da parte di quei giganti rispetto ai quali gli attuali scienziati possono apparire solo come nani che lavorano appoggiati sulle loro spalle.
Una metafora, se si vuole, fin troppo utilizzata per incoronare la scienza sperimentale, nata a partire da Galileo, dell’età dell’oro delle Rivoluzioni scientifiche cinque/seicentesche come metodo definitivo per giungere alla conoscenza dell’universo che circonda la specie e il suo (?) pianeta di appartenenza.
Certo, tra l’affermazione galileiana secondo cui:
«La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.»1
e quella di Isaac Newton (1642 – 1726), riportata nell’Epilogo dell’opera di Pievani:
«Non so come potrei apparire al mondo, ma per quanto mi riguarda, mi sembra di essere stato soltanto un bambino che gioca sulla spiaggia e si diverte a trovare di tanto in tanto un ciottolo più liscio o una conchiglia più graziosa del solito, mentre il vasto oceano della verità si distende del tutto ignoto dinanzi a me.»2
è passato appena lo spazio di una vita o poco più, ma certo la questione delle effettive conoscenze cui gli scienziati possono giungere è già posta con estrema chiarezza e semplicità.
Esiste, infatti, nella concezione esposta da Galileo un metodo per affrontare la risoluzione degli enigmi che la Natura e l’Universo pongono costantemente di fronte alla curiosità e alle necessità della specie, ma già nel suo seguace inglese del secolo successivo anche la convinzione che l’oceano delle stesse costituisca un vasto mare ignoto, in cui avanzare lentamente, talvolta quasi per caso.
E’ questa l’ignoranza di cui parla positivamente Pievani, quella definita nella frase espressa dal fisico David Gross durante il banchetto per il premi Nobel vinto nel 2004: «più sappiamo e più diventiamo consapevoli di ciò che non sappiamo», aggiungendo subito dopo che «il prodotto più importante della conoscenza è l’ignoranza»3.
Telmo Pievani insegna Filosofia delle scienze biologiche presso l’Università degli Studi di Milano ed è visiting scientist presso l’American Museum of Natural History di New York. È direttore di Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, e collabora con il Corriere della Sera, le Scienze e Micromega. Nelle edizioni Raffaello Cortina ha curato Le trame dell’evoluzione (2002) e pubblicato La vita inaspettata (2011), Imperfezione (2019), Finitudine (2020, qui), Serendipità (2021), Il giro del mondo nell’Antropocene (2022), e Tutti i mondi possibili (2024).
Sei storie di buona ignoranza, come si può facilmente intuire, prende in considerazione sei temi dell’attuale ignoranza con cui la scienza deve fare i conti, organizzati in storie:
Storia prima – Non sappiamo ancora quante creature abitino sulla Terra
Storia seconda – Non sappiamo perché siamo l’unica specie umana sulla Terra
Storia terza – Non sappiamo a cosa serve l’80 per cento del DNA
Storia quarta – Non sappiamo se esistono forme di vita su altri pianeti
Storia quinta – Non sappiamo governare nemmeno la nostra mente
Storia sesta – Non sappiamo quasi niente del futuro
Sei “storie” che già da subito ci suggeriscono una cosa certa ovvero che nell’era della strombazzata intelligenza artificiale, IA/AI oppure super-intelligenza come l’ha definita il genio di Donald Trump, esistono infiniti problemi che la stessa non è affatto in grado di risolvere, considerato che tutte le vantate conoscenze della medesima risultano elaborate soltanto dall’analisi e confronto dell’accumulo delle conoscenze pregresse ovvero risultanti dal lavoro teorico ed empirico svolto prima dagli scienziati e dai ricercatori.
Gli algoritmi e la velocità di esecuzione degli stessi possono contribuire a risolvere problemi matematici complessi e ancora irrisolti4, ma non possono contribuire a ”sapere” ciò che ancora non si sa. Inutile interpellarla, la conoscenza vera devono ancora sfangarsela uomini e donne in carne ed ossa, ricercatori e scienziati dediti, anche solo nei sei campi indicati da Pievani, all’osservazione diretta, talvolta sul campo, attraverso strumenti che devono ancora per forza interagire con l’intelletto individuale o generale e collettivo.
Questa è l’intelligenza, anche politica, che serve alla specie non quella codificata dalla rapidità di esecuzione e risposta che, al massimo, può formulare ipotesi sulla base di quelle già esposte e soltanto raccolte nelle banche dati e rielaborate con un discernimento sicuramente discutibile, considerato che ogni algoritmo è formulato sulla base di obiettivi prestabiliti, non sempre favorevoli all’effettiva emancipazione culturale e sociale della specie.
Anzi il rischio vero, al di là di quello piuttosto farlocco della capacità dell’IA di distruggere la specie5, è proprio rappresentato dalla capacità degli strumenti ad essa collegati (social, chat Gpt, etc.) di amplificare le fake news che circolano in rete. Per tale motivo è sicuramente utile un testo in cui, attraverso un viaggio tra biologia, evoluzione e genetica, Telmo Pievani invita i lettori a cambiare prospettiva e ad accogliere l’incertezza, mentre allo stesso tempo sottolinea come l’ignoranza possa rivelarsi una risorsa preziosa, perché alimenta la curiosità e spinge la ricerca, destinata a sua volta a generare sempre nuove domande. Insistendo sul fatto che riconoscere che non sappiamo è il primo passo per continuare a conoscere e liberarsi dalle false certezze, dalle presunzioni e dai pregiudizi che oggi intossicano la nostra mente, poiché la battaglia per la conoscenza deve obbligatoriamente sfidare un ignoto che è difficile immaginare quanto grande sia.
E fin qui tutto bene, come affermava l’uomo che cadendo dal trentesimo piano era giunto al ventesimo, poiché, e purtroppo, come si è detto già all’inizio, l’autore cade spesso in affermazioni piuttosto sbrigative in cui il riflesso di un certo positivismo scientista finisce col nascondere altri problemi non di poco conto, poiché i principi di esclusione e di interdizione che sottendono l’ordine del discorso, così come inteso da Michel Foucault, valgono sostanzialmente anche per la produzione di quello scientifico. Che come ogni altro tipo di discorso è frutto prima di tutto di un’aprioristica esclusione di ciò che è proibito oppure non serve ai fini della rappresentazione che si vuole dare della realtà o della conoscenza. Soprattutto in un ambito in cui il procedere delle teorie scientifiche, fin dai tempi di Galileo, ha avuto inizio proprio dall’esclusione di quei fattori ed elementi che avrebbero potuto essere di disturbo per la loro iniziale formulazione.
Come ricorda Eugene P. Wigner, vincitore del Premio Nobel per la fisica nel 1963, ricostruendo il percorso della sua formazione scientifica a Princeton, fu forte la confusione quando qualcuno gli
manifestò le sue perplessità riguardo al fatto che, nello scegliere i dati su cui verifichiamo le nostre teorie, operiamo una selezione alquanto ristretta. “Se costruissimo una teoria su fenomeni che trascuriamo e trascurassimo invece alcuni dei fenomeni che attirano la nostra attenzione, non arriveremo forse ad un’altra teoria che, pur avendo poco a che fare con la precedente, spieghi altrettanti fenomeni di questa?”. Bisogna ammettere che non abbiamo alcuna certezza che non possa esistere una teoria cosiffatta6.
Da cui consegue, sempre secondo il Premio Nobel, che “le leggi di natura sono tutte proposizioni condizionali, e che si riferiscono soltanto a una parte minima della nostra conoscenza”7.
Tant’è che proprio le cosiddette rivoluzioni scientifiche dimostrano come l’evoluzione della conoscenza del mondo della materia avvenga quasi sempre attraverso un progressivo, parziale o totale abbandono, dei paradigmi conoscitivi precedenti. Come ben servono a dimostrare l’abbandono del sistema tolemaico a favore di quello eliocentrico oppure il passaggio dalla fisica classica a quella del ’900 (si pensi alla teoria quantistica di Bohr, al principio di indeterminazione di Heisenberg e naturalmente alla teoria della relatività di Einstein).
A partire dal metodo galileiano di difalcare gli impedimenti con il quale “con una concezione ben poco empirica dell’esperimento, in cui il concreto viene prima idealizzato (in modo approssimato, rimuovendo le complicazioni minori e accessorie che appaiono non determinanti l’essenza del fenomeno) e poi spiegato in termini astratti, con i fatti a svolgere il ruolo di verifica delle ipotesi”8. Anche se occorre ancora sottolineare come la stessa funzionalità della matematica al fine della definizione e verifica di quelle che definiamo come “leggi di natura” sia spesso inesplicabile per coloro che la applicano allo studio e misurazione dei fenomeni, tanto da far dire a Wittgenstein che “nessuna confessione religiosa ha tanto peccato per abuso di espressioni metafisiche quanto la matematica”. Così da spingere Wigner ad affermare che “non ci è dato sapere se una teoria formulata mediante concetti matematici sia l’unica ad essere appropriata”9.
Pievani accompagna le sue “storie”, anche per il divertimento del lettore, con citazioni da quell’autentico manuale di idiozie rappresentato dal Bouvard e Pécuchet di Gustave Flaubert, incompiuto e pubblicato postumo nel 1881, autentico romanzo positivista sul confronto tra “scienza” e “ignoranza”, ma questa scelta rivela anche fin troppo una tendenza dell’autore ad esaltare le conquiste scientifiche e le loro applicazioni tecniche, dimenticando che, in particolare a partire proprio dalla seconda metà dell’Ottocento, l’interazione tra interessi del capitale e ricerca scientifica abbia spesso menomato la libertà dei ricercatori, indirizzandone troppo spesso la scelta dei campi di ricerca sulla base di ciò che era, o è ancora, più o meno profittevole per gli investimenti in determinati settori.
Così come dimentica, o almeno così appare dalle pagine del testo, come spesso la ricerca scientifica sia stata limitata, ancor più che indirizzata, sia da interessi di carattere politico che dal potere dello Stato e delle ideologie che ne indirizzano il governo oppure dai dogmi di carattere religioso e dalla Chiesa. Dalle imposizioni “scientifiche” dello stalinismo al martirio di Ipazia per mano delle prime sette cristiane fino alla condanna di Galileo e delle sue teorie per opera dell’Inquisizione, solo per fare alcuni degli esempi più noti, spesso l’autonomia della scienza è stata sommersa dall’ignoranza del potere.
Motivo per cui alcune affermazioni sull’ignoranza intrinseca del Medioevo, frutto della visione illuministica delle età dette buie, dimenticano non solo che in quell’epoca la Chiesa aveva una funzione prevalentemente conservativa dei dogmi della fede e del potere papale e monarchico che impediva qualsiasi tipo di discorso scientifico, ma anche che questi fattori si alleavano anche con i rappresentanti della nascente borghesia nel condannare e reprimere, quindi “defalcare”, tutte quelle conoscenze comunitarie, spesso efficaci nella gestione della salute fisica e psichica della comunità umana e dei suoi rapporti con l’ambiente, che fino ad allora avevano permesso una parziale autonomia culturale delle comunità contadine e, soprattutto, delle donne. Un atteggiamento che il colonialismo europeo avrebbe poi riprodotto su scala ancora più grande nel periodo, appunto, delle “grandi scoperte” geografiche e della successiva conquista e sottomissione dei territori extra-europei e delle popolazioni che li abitavano.
Ecco, su tutto questo costringono direttamente o indirettamente a riflettere le Sei storie di buona ignoranza, forse anche contro gli intenti dell’autore, e per questo si rivelano utili nell’ambito di una riflessione sulla scienza, i suoi limiti e le sfide reali che la conoscenza dovrà sempre più affrontare. Proprio perché in alternativa non potrebbe esserci altro che ciò che Pievani riassume nella quarta storia a proposito di uno dei possibili motivi del mancato incontro con altre forme di vita o civiltà provenienti da altri pianeti, facendo riferimento ad una delle ipotesi speculative più pessimistiche che ipotizza:
che tali civiltà esistano o siano esistite davvero, e che tuttavia non siano mai state in grado di raggiungerci perché ciò implicherebbe uno sviluppo enorme delle loro capacità intellettive e tecnologiche. Nella realtà però – questo è il punto – nessuna di esse riuscirebbe ad accedere a questo stadio elevato di progresso perché ogni volta si estinguerebbe prima. Ecco la ragione del Grande Silenzio della volta stellata.
Detto in altro modo, a un certo punto la loro evoluzione culturale inciampa e diventa insostenibile. Viene interrotta da una catastrofe oppure implode su se stessa e impedisce di raggiungere il livello di avanzamento necessario per intraprendere voli o comunicazioni interstellari. Le civiltà intelligenti, insomma, avrebbero una durata limitata: come ogni specie nascono, si trasformano e prima o poi scompaiono. In fondo, c’è un’altra caratteristica che accomuna tutti gli esopianeti potenziali: sono sistemi circoscritti con una quantità non infinita di risorse10.
Un’ipotesi da cui, però, sorge il dubbio che le specie più intelligenti possano essere proprio quelle che hanno saputo rinunciare all’idea di progresso e di sfruttamento indiscriminato delle risorse destinate al suo “compimento”.
Galileo Galilei (1564 – 1642), Il Saggiatore (1623) ↩
I. Newton cit. in T. Pievani, Sei storie di buona ignoranza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, p. 200. ↩
D. Gross cit. in T. Pievani, op. cit., p. 22. ↩
Anche se, però,questa narrazione presenta ancora zone d’ombra, cfr. qui ↩
E.P. Wigner, The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in the Natural Sciences, conferenza tenuta alla New York University nel 1959 ora in E.P. Wigner, L’irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali, Adelphi, Milano 2017, p. 12. ↩
E.P. Wigner, op. cit., p. 21. ↩
M. Sellitto, Un mistero nel cuore di un enigma, in E.P. Wigner, op. cit., pp. 54-55. ↩
E.P. Wigner, op. cit., p. 12. ↩
T. Pievani, op. cit., pp. 116-117. ↩



