di Franco Pezzini
Andrea Pauletto, Furgonauta, pp. 192, € 17, 66thand2nd, Roma 2026.
“Prima o poi sulla strada ci muori”. Tale profezia fulminante, riportata in quarta di copertina, può considerarsi l’ideale sintesi dell’ottimo romanzo che ha vinto nel 2025 la trentottesima edizione del Premio Calvino. Un romanzo compatto, che pare possa ben fornire chiara risposta a chi chieda quando un testo possa definirsi letterario. La questione è sempre complessa, ma potremmo dire, proprio sgranando i connotati di Furgonauta, che sia un fatto di voce. Letterario è un testo stilisticamente forte – che non significa un periodare alla Proust, ma un’eleganza di scrittura che recepisca consapevolmente e con pieno controllo una ricchezza di registri, compreso eventualmente quello del parlato, e veicoli di continuo il discorso su piani anche diversi tra narrazione e vita (felicissimo qui l’uso del tu, su cui si costruisce in seconda persona tutta la narrazione); che reca contenuti impegnativi (quindi niente chiacchiera da salottini letterari); e capace per la sua energia di offrire parola importante al proprio tempo – diventando emblematico persino per tempi successivi che vogliano conoscere quel passato.
La vita del trasportatore è ben nota all’autore che è riuscito però a regolarla, armonizzandola in qualche modo con il resto dell’esistenza. Ma conosce benissimo l’epopea tragica di infiniti colleghi divorati da turni massacranti sulle strade, costretti alla doccia scozzese di velocità e ritmi imposti da tabelle astratte (abbastanza veloci da non perdere tempo, ma non troppo per rispettare soste e non consumare carburante in eccesso), con tiranniche e ambigue figure di responsabili in inconoscibili piramidi gerarchiche avvicinati solo per telefono, e che improntano i messaggi alla dinamica di bastone e carota. Sulla strada ci muori schiantato come tanti contro qualche ostacolo che la stanchezza non ha saputo evitare; ci muori in una impossibilità di relazioni umane persino con chi viaggerà assieme a te, che si converte in amicizie sghembe e conflittuali, concorrenze, finzioni, stigmatizzazioni di categorie etniche, momenti rari di umanità e perdita di se stessi e di chi si vuol essere; ci muori dentro, in una demotivazione sorda nel confronto con infinite difficoltà e un abbrutimento fisico che scava (straordinario qui il tema dello scrutare ossessivo il proprio corpo, dell’uso di farmaci, del mettere pezze parziali dove pare emergano cedimenti, di una dinamica tra mangiare schifezze e dormire male che costituisce l’anticamera del crollo). Ci muori dentro, ancora, perché i tuoi affetti si sgretolano – come nel caso del protagonista, che ha compagna e figlio da un lato, dall’altro un’amante sulle rotte dei dedali autostradali, più nonna demente e padre abbrutito e li perderà tutti. Perdendo anche se stesso.
Quella che tra luci livide nel buio, caselli nervosi, parcheggi, aeroporti resta mappata è un’Italia in larga parte sconosciuta e magari ignorata, spettrale, percorsa di grumi scomposti di desiderio e tanta rassegnazione, tanta rabbia, forme irrisolte di dipendenza (droghe, farmaci) e disperazione: dove la concessione fatta balenare – i guadagni speciali tesi come lombrichi sull’amo della canna da pesca, la possibilità di turni meno massacranti, il miraggio che qualcosa possa cambiare – ha l’eco lontana delle voci dei capi che fanno carriera sulla pelle dei guidatori. Il risultato è una storia di ossessione. Anzitutto del protagonista, coi suoi demoni personali. Poi del suo settore, in balia dei moloch dei tempi del lavoro, del garantire certi ritmi, del far fronte all’inevitabile devastazione dei lavoratori – tante volte stranieri ma non sempre, pronti a guardarsi in cagnesco – uno schiantatosi all’improvviso, l’altro che ha gettato la spugna, l’altro ancora che ha dato fuori di matto… E in ultimo di questa Italia, che sulle ossessioni nutrite e coltivate nella logistica, campa senza rendersi conto, in un’inconsapevolezza del prezzo imposto alle singole categorie che ha a sua volta qualcosa di profondamente alienato.
D’altronde Furgonauta non si limita a mostrarci in termini di rara efficacia una vita al limite sul versante del lavoro, alle prese con un capitalismo brutale che deumanizza ed espropria sempre più: dove la working class non è neppure quella della fabbrica, ma una pluralità di individui isolati e condotti al limite, di quasi impossibile coesione (emblematico l’atteggiamento del protagonista verso i manifestanti, avvertiti più come causa di problema che di conati solidali).
Nell’ultima parte capiamo maggiormente ciò che sta dietro, su un bacino critico dove il Capitale pesca e ricatta, magari nelle pieghe depresse di zone in sé considerabili ricche, come certa Lombardia: dove resta, inavvertita dal mondo esterno, l’oppressione sociale, la disgregazione conseguente dei rapporti affettivi, la tentata fuga nelle droghe (il sollievo, lo stordimento per dimenticare e uno scollamento progressivo dalla realtà) e lo sfondo di una crisi personale che prima o poi travolge tutto.
Furgonauta è un grido su una situazione che non riguarda solo singole categorie, ma coinvolge tutti noi soggetti economici almeno in quanto consumatori, tutti partecipi di un mercato ma in genere incapaci di porci domande su quali piloti – e a che costo, anzitutto umano – verranno a portare le merci acquistate neppure sempre per necessità. È il tema della logistica, con le grandi vertenze che conosciamo ma tessuto pro parte di migliaia di singoli casi come questo narrato. Odissee di cui è necessario che la letteratura tratti, pena il perdere senso in ciò che di umano la costituisce.



