“Io sono libanese, ovviamente, e l’altra mia scelta è essere palestinese.” Lo scrittore e critico letterario Elias Khoury, scomparso nel mese di settembre di due anni fa, ha fatto nella sua vita e nella sua opera una scelta di campo ben precisa al punto che il suo romanzo più famoso, La porta del sole, è entrato a pieno titolo a far parte della narrativa sulla Palestina se non, in un certo senso, della letteratura palestinese in quanto tale. Lo stesso autore, con un certo divertimento, racconta che dopo l’uscita di questo romanzo (pubblicato in arabo nel 1998 e in italiano per la prima volta nel 2004) gli è capitato più di una volta di dover convincere le persone che non era palestinese, perfino nel quartiere di Beirut dove erano nati suo nonno, suo padre e, infine, lui stesso.
Ricordare l’opera artistica che deriva da questa scelta di “essere palestinese” ci pare particolarmente significativo nell’attuale congiuntura perché un cono d’ombra mediatico avvolge oramai la prosecuzione del genocidio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania, alla faccia della presunta pace e della stanca litania che invoca il fantasma della nascita di uno stato palestinese accanto a quello israeliano. Schierarsi oggi è più che mai necessario anche se ciò non vuol dire necessariamente abbracciare una concezione essenzialista o, addirittura, fondamentalista dell’identità palestinese, come ci suggerisce Khoury attraverso i suoi romanzi. Questo approccio deriva da convinzione di carattere più generale che lo scrittore esprime anche al di fuori delle suo opere narrative, per esempio dialogando con lo storico israeliano Ilan Pappe.
Nessuno ha una singola identità. Avere una sola identità significa che tu sei fascista! Abbiamo molteplici livelli di identità e questa è una ricchezza non una povertà. Questo non porta automaticamente a guerre civili, brutalità e massacri. Può portare in quella direzione se c’è una struttura che li esaspera.1
L’idea di un’identità basata sulla religione, prosegue Khouri, non è iscritta nel DNA storico del Mashreq, ma appartiene a una concezione moderna che ha adottato il settarismo come quadro concettuale orientalista e riduzionista per interpretare la storia e la cultura araba. Si è potuto così fornire una superficiale spiegazione della violenza in questa area geografica e un pretesto per interventi coloniali prima e imperialisti dopo.
A partire da questi presupposti, la sua scelta a fianco della lotta palestinese, sempre chiara e inquivocabile, non mette capo ad una sua rappresentazione unidimensionale e manichea. L’identità palestinese viene invece descritta come un caleidoscopio che può essere rappresentato attraverso quello che è stato definito un mosaico di storie o, per utilizzare le parole dello stesso autore, da una molteplicità di “storie che si riflettono in altre storie”. La letteratura, sostiene Khoury, non deve riflettere il mondo. “La realtà non se ne fa nulla di questi specchi. La realtà è la realtà”. Al tempo stesso “L’arte è parte della lotta contro il potere” che si può realizzare mettendo le storie a guardarsi le une con le altre per ottenere un mondo tremolante e incerto. “E l’incertezza è il contrario della struttura del potere. Il potere pretende che tutto sia certo che tutto sia solido”.2
Il dubbio che può sorgere a questo proposito è che questo mondo tremolante finisca per indebolire oltremodo anche l’identità di chi il potere lo deve contrastare. Lasciamo al momento in sospeso questa domanda per notare che l’approccio dell’autore non lascia spazio a una morale eroica, anche se, nel suo romanzo più famoso, non mancano esempi di piccoli e grandi gesti nobili e coraggiosi, da quelli dei guerriglieri palestinesi (fedayn) che imbracciano le armi contro un nemico molto più potente a quelli delle persone comuni che lottano nella vita quotidiana per sopravvivere sotto l’occupazione sionista.
Non è un caso che il protagonista della de La porta del sole, Yunis, sia un comandante fedayn, il prototipo per eccellenza dell’eroismo palestinese. Ma è ancor più significativo il fatto che il personaggio principale del romanzo ci venga da subito presentato come spogliato di tutte le caratteristiche di un soggetto attivo che possa prendere in mano il suo destino: lo vediamo infatti in un letto di ospedale in stato vegetativo, incapace di agire e di parlare. Il narratore principale della storia, Khalìl, vorrebbe tenere in vita quello che è a tutti gli effetti il suo padre elettivo attraverso la parola, raccontando al moribondo la sua stessa vita. Come dire che solo il racconto fa vivere gli eroi di quella martoriata terra e, in fin dei conti, la stessa Palestina.
Ma chi è stato veramente Yunis? Khalìl, a sua volta un fedayn, poi un medico e infine un semplice infermiere nel campo di Shatila dove assiste al massacro del 1982 dei civili palestinesi, cerca di dare una risposta riprendendo non solo i racconti dello stesso Yunis, ma anche quelli di altre persone su di lui. Racconti che si intrecciano con una panoplia di narrazioni che riguardano anche la vita di Khalìl e quella di una miriade di altri personaggi. Il punto di vista cambia in continuazione insieme al narratore stesso. Tutte queste storie si completano, si correggono e si smentiscono tra di loro. Alla fine una risposta univoca non c’è: “quell’uomo era un eroe, una menzogna o un’illusione?”, si chiede Khalìl nelle pagine conclusive del romanzo. Probabilmente tutte e tre le cose insieme. Di certo assistiamo al dialogo tra due generazioni di resistenti palestinesi in cui il dolore per la perdita del proprio padre elettivo si trasforma spesso in rimprovero, intrecciando risentimento per l’abbandono e polemica politica.
Tornando al tema dell’eroe, è lo stesso Yunis che sembra rifiutare questa qualifica, ridimensionando la figura dei fedayn.
La gente crede che i combattenti siano degli eroi. Non è vero. Gli uomini combattono come respirano, come mangiano, come vanno al cesso. La guerra non è mica un granché, basta combattere per combattere. L’eroismo è un’altra cosa, l’eroismo non esiste.3
Ma questa è solo una parte della verità. Perché c’è qualcosa di veramente straordinario nella figura di Yunis che, per la prima volta dopo la sconfitta del 1967, di nuovo dopo il Settembre nero del 1970 e, infine, dopo l’entrata a Beirut degli Israeliani nel 1982, trova la forza di incitare i suoi compagni a non arrendersi, ripetendo sempre le stesse parole: “daccapo, si ricomincia”. Si deve ricominciare soprattutto quando le vecchie parole sono morte e c’è il bisogno di una nuova rivoluzione, come dopo il 1982: “se non combattiamo non è perché non possediamo le armi ma perché non possediamo le parole”.4
Parole che in realtà erano mancate già nel 1948 quando i palestinesi non avevano compreso quello che stava accadendo e, secondo Yunis, “quando si combatte senza capire è come se non si combattesse”.5 Per questo i coloni ebrei non hanno veramente combattuto, hanno solo vinto. E vincendo “ci hanno fatto scoprire la patria facendocela perdere”.6 Imprigionati in un “eterno provvisorio” ai palestinesi è rimasto un unico imperativo: “non abbiamo scelta, dobbiamo sopravvivere anche al peggio, altrimenti ci estinguiamo”.7 Ma Khalìl, al contrario del suo padre elettivo, non sopporta più questa provvisorietà senza fine.
Gli esseri umani ereditano il loro paese così come ne ereditano la lingua. Perché soltanto noi, fra tutti i popoli della terra, per non perdere tutto e piombare in un eterno sonno, dobbiamo quotidianamente inventarci la nostra patria?8
I palestinesi non hanno scelta, devono resistere e combattere per sfuggire alla loro tragedia, quella di essere “vittime delle vittime”, per dirla con Edward Said, o “ebrei degli ebrei”, per utilizzare le parole dello stesso Khouri. Eppure, sembra dirci lo scrittore, l’identità palestinese non deve essere assorbita completamente dalla guerra perché essa, anche quando non c’è altra scelta se non combattere, rimane un crimine che deforma l’umanità di chi vi prende parte. La vera guerra, sostiene Khalìl, inizia quando i nemici diventano il tuo specchio e li uccidi per uccidere te stesso. Per questo la Storia (che l’autore scrive sempre con la “s” maiuscola) è stupida e meschina. Non ama i vincitori e sconfigge tutti quanti.
Ignari di essere diventati ingranaggi della guerra,
Agivamo e parlavamo quasi fossimo gli eroi di un romanzo senza autore, un romanzo che conoscevamo tutti quanti che raccontavamo quotidianamente. Quando parlavamo, non parlavamo, ripetevamo frasi che sapevamo a memoria, facevamo le domande conoscendo già le risposte, i nostri ricordi parlavano dentro di noi. Come se imitassimo noi stessi, proprio così, scimmiottavamo noi stessi.9
Si tratta di riflessioni che il narratore esprime ricordando gli anni del suo addestramento militare, quando lui e i suoi compagni avevano la sensazione di costruire la Storia, rimanendo all’oscuro del fatto che era proprio la Storia che li faceva diventare belve e divinità al tempo stesso; che li portava a desiderare, al contempo, di morire e di vivere, sognando di avere le loro fotografie sui manifesti dei martiri, ma al tempo stesso di poterle vedere. Quasi che si potesse staccare l’immagine del morto dalla morte, testimonianza paradossale di una fede assoluta nella vita. Una fede che a Khalìl viene meno quando, dopo aver assistito al massacro nel campo di Shatila, inizia ad odiare i manifesti dei martiri. Mentre smette di odiare i suoi nemici. Quando incontra i falangisti maroniti anni dopo l’eccidio del 1982 e li sente raccontare di quei fatti non prova particolari emozioni. Una riconciliazione ha avuto luogo senza aver avuto effettivamente luogo, per il semplice svanire dei sentimenti del passato. Un atteggiamento, è bene notare, che non nega affatto i crimini di quel passato e tantomeno esclude il proposito di combattere nuovamente qualora la guerra si ripeta. Il fatto è che Khalìl, pensando al passato, non vede più atti eroici ma dolori e arriva a considerare le rivoluzioni come gli esseri umani: invecchiano, rimbambiscono e si pisciano sotto.
In passato, la morte era ovunque ed era bella. So che non abbiamo il diritto di descrivere la bellezza della morte, ma c’era, a quei tempi, una bellezza che ci avviluppava sotto il suo manto: nel periodo che è seguito alla caduta del campo, invece, la morte era nuda.10
In qualche modo Khalìl rimprovera a Yunis di non aver compreso tutto questo, offuscato dalla storia di eroe che si andava cucendo addosso. Lo biasima per essere diventato, dopo il 1948, comandante di una guerra che ancora non esisteva, mentre aveva rifiutato di riconoscere lo scontro bellico come qualcosa che gli apparteneva quando era scoppiato davvero perché non voleva saperne di guerre civili né in Libano né in Giordania.
Ma cosa ti credevi? Che la guerra sarebbe stata come la volevi tu, facile e chiara? L’esplodere di questo mondo arabo che ha perso l’anima da un millennio, ti ha sorpreso? Guardalo qui, oggi, che si dibatte nel suo sangue e la cerca, la sua anima, senza mai trovarla!11
Ma, ancora una volta, questa è solo una parte della verità perché Yunis è certamente un eroe e struttura la sua vita per corrispondere a questa immagine, ma lo è in modo peculiare.
Mi sorprendevano le tue risate. Ero convinto che gli eroi non sorridessero. Guardavo le foto dei martiri appese ai muri del campo e non c’erano martiri ridanciani, avevano tutti volti accigliati e chiusi, come se rinchiudessero la morte dentro di sé.
Tu invece no.
Eri un eroe e ti prendevi gioco degli eroi.12
Yunis è un eroe che ride e per questo non riesce a convincere Khalìl. Ma non è tutto. Yunis dice di aver combattuto non per la Storia, ma per la donna che amava. Perché non bisogna dimenticare che il romanzo di Khoury è anche una grande storia d’amore tra il nostro eroe e Nahìla, sua moglie. Una storia impossibile tra una donna che rimane nel territorio di Israele dopo la Nakba del ‘48 e un uomo che si rifugia in Libano per continuare la lotta. La porta del sole è il nome della grotta in cui i due si incontrano in segreto quando lui attraversa di nascosto il confine per tornare a casa. È una sorta di luogo liberato della Palestina in cui le ferite inferte al corpo e all’anima del guerriero vengono curate dalla sua donna. La porta del sole è il posto dell’amore e della sensualità. Alla fine, il legame fra i due finirà per spezzarsi nonostante la tenacia di Nahìla, capace di tenere a lungo in vita i suoi sentimenti verso un uomo assente mentre combatte la battaglia per la sua quotidiana sopravvivenza, riuscendo anche a tener testa con gesti di sfida all’occupante israeliano. È di nuovo Khalìl a rimproverare Yunis.
Dimmi: ma che vita è quella che hai vissuto? Lasciare i tuoi figli laggiù, con una donna sola, mentre tu, tra qui e lì, vivevi del tuo eroismo, come fanno gli eroi?”13
Di nuovo la figura dell’eroe va in frantumi, perché Yunis non riesce a tener fede a sé stesso ma solo alla sua immagine. Per farlo deve trasformare la sua vita in una storia chiusa come un cerchio, in un sogno ad occhi aperti che lo porta, secondo la sua stessa ammissione, a raccontare alla sua donna più viaggi di quanti ne abbia effettivamente fatti. E allora torna la domanda precedente: la rappresentazione che dà Khouri dell’eroe palestinese non ne indebolisce la sua forza? Perché non raccontarlo a tutto tondo, compresi i suoi lati oscuri, invece di scegliere un gioco di specchi, fatto di racconti che si sovrappongono senza armonizzarsi in una storia coerente? In fin dei conti il libro ci lascia solo con un messaggio di flebile speranza, quello che ci consegna Khalìl di fronte alla tomba di Yunis alla fine del romanzo: “No caro mio le storie non finiscono così. No”.14 Finché sarà possibile raccontare le storie dei suoi incerti e tremolanti eroi, la lotta del popolo palestinese continuerà a vivere.
E qui sorge un’ulteriore domanda. Perché le storie e non la Storia? Abbiamo già visto alcune considerazioni di Khalìl su come la Storia possa possa illudere le persone di essere i protagonisti di un gioco più grande di loro che, fatalmente, finisce per fagocitarli. Un’ulteriore risposta la possiamo avere sempre dalle parole di Khalìl.
Ti confesso che ho paura.
Ho paura della Storia a senso unico. La Storia ha decine di versioni diverse. Se si fissa in un’unica versione, è certo che condurrà solo alla morte.15
Ma per provare ad andare più a fondo nelle questioni lasciate in sospeso può essere utile prendere in esame un’altra opera di Khoury che rappresenta, secondo il suo stesso autore, l’ideale prosecuzione di La porta del sole. Una prosecuzione necessaria perché, come sostiene lo scrittore, il suo romanzo più famoso non parla delle sofferenze di un passato che attraverso il racconto possano essere trascese per costruire il futuro. A tal proposito Khoury parla della “Nakba ininterrotta” che dal 1948 prosegue fino al presente. La ferita aperta dalla pulizia etnica della Palestina, che il romanzo ci racconta, appartiene al presente, all’esperienza di vita di tutti i giorni. “Ecco perché – sostiene Khoury – ho la sensazione che La porta del sole sia un romanzo incompiuto e che rimarrà aperto fino al momento in cui questa ferita sarà guarita”.16 Ed per questo l’autore libanese ha scritto Children of the ghetto (I figli del ghetto), l’unica sua opera, dopo quella del 1998, che riguarda direttamente la storia della Palestina. Apro qui una piccola parentesi polemica. Non è un caso che abbia citato il titolo in inglese, dal momento che dal piccolo stagno del panorama editoriale italiano non abbiamo ancora visto emergere una traduzione nella nostra lingua di questa importante trilogia il cui primo volume, My name is Adam, mi risulta sia stato pubblicato in arabo nel 2016 (mentre la traduzione in inglese è del 2019).
In questa sede prenderemo in considerazione solo questo primo volume, dato lo scopo circoscritto che ci prefiggiamo nel presente testo, limitato a far conoscere il contributo di questo grande scrittore alla lotta palestinese, senza avere alcuna pretesa di analizzare in profondità l’opera di Khoury. Il testo in questione si presenta come una narrazione a più strati. La prima è costituita da una prefazione fittizia, che in realtà è già parte della narrazione, firmata dallo stesso Khoury che racconta, secondo un collaudato topos letterario, come è venuto in possesso del manoscritto che poi ha deciso di pubblicare. Curiosamente Khouri racconta di aver conosciuto a New York l’autore del testo, Adam Dannoun, e che nei loro brevi incontri hanno provato una reciproca antipatia. Potrebbe essere un semplice gioco, ma forse c’è qualcosa di più dal momento che Adam esprime a più riprese la sua diffidenza nei confronti della narrazione offerta da La porta del sole, affermando di aver conosciuto alcuni dei personaggi di questo libro e di sapere perciò come le cose sono andate veramente. Insomma, già qui emerge la difficoltà rappresentata dal raccontare in modo adeguato la storia dei palestinesi.
Perché, a dirla tutta, Children of the ghetto più che una prosecuzione del suo precedente romanzo può apparire come una riflessione su questo stesso testo dal momento che unisce parti narrative e considerazioni di carattere maggiormente saggistico, grazie alla finzione letteraria che presenta il manoscritto ritrovato come un semilavorato, una bozza di lavoro. Il protagonista del libro più recente si interroga continuamente su cosa significhi scrivere sulla memoria della Nakba e su come sia possibile farlo senza cadere in triti cliché. In questo senso le critiche del protagonista allo scrittore di La porta del sole ci introducono, in forma narrativa e ironica, a un’autoriflessione dell’autore sulla sua stessa opera.
Il secondo strato della narrazione è costituito dall’abbozzo di un romanzo di Adam sulla storia di un antico poeta arabo vissuto al tempo della dinastia degli Omayyadi. Waddah al-Yaman, questo è il suo nome, muore in silenzio nel baule in cui era nascosto nel palazzo dove viveva la sua amante per non farsi scoprire dal re suo marito e salvare la vita della donna dalla vendetta del coniuge. La sua idea è quella di scrivere una grande metafora della storia del suo paese in cui il silenzio doveva apparire come la massima espressione dell’eroismo e dell’amore. Ma improvvisamente realizza che le metafore sono futili perché New York, dove è emigrato, gli ha insegnato che nulla è originale e autentico e che tutto è diventato una metafora. Scopre che è inutile ridurre la storia di Waddah al-Yaman a un simbolo della Palestina e di tutti i perseguitati del mondo, inclusi gli ebrei. Quindi decide di abbandonare completamente la scrittura per metafore, smettendo di scrivere il romanzo sull’antico poeta per recuperare la sua stessa storia e raccontare la verità nuda e cruda, priva di ogni simbolo e allegoria. Anche se tutto ciò può apparire un po’ contorto, quella che emerge di nuovo è la questione di come trovare un modo adeguato per raccontare la storia dei palestinesi. Una storia che Khoury, racconterà a modo suo nella terza parte del romanzo, di cui ci occuperemo nella prossima puntata di questo articolo.
La seconda puntata di questo articolo sarà pubblicata venerdì 25 settembre.
E. Khoury, “Times of struggle and cultural liberation”, in K. Natanel e I. Pappe (a cura di), Palestine in a World on fire, Haymarket Books, Chicago 2024, edizione Kindle, pos. 2001, traduzione mia. ↩
Le citazioni in questo capoverso, nonché quella all’inizio dell’articolo, sono riprese dall’intervista a Elias Khouri di Elisabetta Bartuli, realizzata nel 2023 nell’ambito del festival letterario Babel. Il video dell’intervista è disponibile qui https://www.youtube.com/watch?v=BhncglnBy5c&t=643s. ↩
E. Khoury, La porta del sole, Feltrinelli Editore, Milano 2014, edizione Kindle, p. 31. ↩
Ivi, p. 553. ↩
Ivi, p. 232. ↩
Ivi, p. 231. ↩
Ivi, p. 171. ↩
Ivi, p. 452. ↩
Ivi, p. 187. ↩
Ivi, p. 610. ↩
Ivi, p. 503. ↩
Ivi, p. 24. ↩
Ivi, p. 383. ↩
Ivi, p. 637. ↩
Ivi, p. 352. ↩
Cfr. E. Khoury, “Rethinking the Nakba”, in Critical Inquiry, Volume 38, Number 2, Winter 2012, The University of Chicago Press. Per il presente articolo si è consultata la versione disponibile qui: https://www.academia.edu/56370194/Rethinking_the_Nakba. Traduzione nostra. ↩




