Alberto Basiani, Francesco Magno, Moldavia e Transinistria. Una storia tra Russia e Occidente, Il Mulino, Roma 2026, 208 pp. 17€
La Moldavia, o Moldova, piccolo paese sul versante orientale d’Europa, da qualche tempo compare assai spesso nelle pagine dei quotidiani, con un interesse che schiaccia tutta la vita della repubblica, stretta tra la Romania e il confine ucraino, a una questione di geopolitica e di guerra ibrida.
Al momento delle elezioni di fine 2025, la questione che veniva riportata come dirimente era la scelta tra linea europeista e filo-putiniana. I problemi interni schiacciati sul fiume Dnestr, dove vi è il confine ufficiale (o ufficioso) con la Repubblica separatista di Transinistria. Spariscono invece dalle analisi le condizioni materiali della popolazione che vive in Moldavia, le sue preoccupazioni e aspirazioni quotidiane.
Spariscono i problemi di reddito, l’emigrazione, il capitalismo predatorio dei piccoli oligarchi e la corruzione delle istituzioni pubbliche, il cui contrasto, tra l’altro, ha anche portato al potere l’attuale presidente Maia Sandu.
E vengono immancabilmente cancellate quelle differenze regionali, etno-linguistiche, che in realtà nascondono questioni ben più materiali. La Moldavia, come molti altri territori, rimane così schiacciata nel ruolo orientalizzante di pedina geopolitica, priva di una reale volontà, e lo è, per di più, sulla base di una sostanziale ignoranza generalizzata del contesto. È assai difficile, perlomeno in Italia, incappare in una ricerca, analitica o letteraria che sia, che tratti della repubblica moldava o quella transinistriana.
Su quest’ultima, al limite, vi sono o sperticate analisi geopolitiche che la dipingono come un bastione russo in Europa, pronto ad esplodere a comando. Oppure racconti di viaggio che immancabilmente cominciano con “attraversi la frontiera e fai un salto nel passato”, come se quel luogo non avesse un suo presente e una sua identità, ma fosse la scenografia di un museo delle cere, allestita per compiacere gli occhi del visitatore occidentale.
Il libro di Basiani e Magno è una felice produzione, che va a colmare questa lacuna attraverso un volume completo, agile e facilmente leggibile che ripercorre le tappe dei territori della fu Bessarabia, dall’età moderna ad oggi.
Il volume comincia andando a osservare come il Principato di Moldavia costituiva la faglia tellurica dove si giocavano le frizioni tra imperi zarista e ottomano e come attorno a queste frizioni, con gli spostamenti di sovranità sui territori si producessero leggi, ordini nonché trasferimenti linguistici e di popolazione che andavano a stratificare un’identità che mescolava il romeno con il russo, l’ucraino e ceppi minori ma ben radicati, come quello gagauzo che ha tuttora la sua capitale, Comrat, nell’area meridionale del paese.
Attraversa poi la feroce convulsione del periodo interbellico, in cui l’Europa orientale ha vissuto un’esplosione di violenza in cui nascevano e morivano rapidamente nuovi stati, si intrecciavano istanze rivoluzionarie, portate dal vento dell’Ottobre, e feroci tentativi di restaurazione monarchica e nazionalista, non di rado intrecciati a un sanguinoso antisemitismo. Probabilmente la Moldavia, rispetto ad altri territori come l’Ucraina, ha conosciuto una più limitata discesa nel sangue, ma non di meno è stata toccata dagli stravolgimenti che raggiungeranno l’apice con l’occupazione romena al fianco della Wehrmacht nazista, la successiva liberazione e l’inglobamento nella galassia delle repubbliche sorelle dell’unione sovietica.
La Moldavia post bellica continua a muoversi su quella soglia di confine che l’ha sempre interessata, stavolta spostandosi decisamente nell’orbita di Mosca.
Quello che i sovietici raccolgono e devono ricostruire è un territorio dove l’agricoltura è ancora in una fase più che arretrata, dove la guerra ha sfregiato profondamente i territori, dove malnutrizione, malattie infantili e aspettative di vita risultano drammatici e, come è accaduto con le altre Repubbliche Sorelle, il periodo socialista costituisce quell’ambigua memoria dove repressione ed eterodirezione, anche burocraticamente ottusa, sono il pegno che il paese paga per liberarsi dalle pastoie del passato.
La Moldavia come granaio dell’URSS non è un territorio fortunato, produce ed esporta molto di più di quanto gli è consentito consumare, eppure accanto alla repressione vede svilupparsi il sistema educativo, incrementare le produzioni, alzarsi l’aspettativa di vita, aumentare nel tempo il coinvolgimento della sua popolazione nelle strutture statali e l’emersione di un corpo sociale consapevole.
Senza questi avanzamenti, che non da oggi si cerca di nascondere, non sarebbe stata possibile nemmeno quella risposta critica verso l’Unione Sovietica e l’internazionalismo di cui si faceva portatrice una parte dell’intellettualità nazionale. Nemmeno avrebbe avuto strumenti per farsi sempre più forte, a partire dalla questione linguistica (ovvero se il moldavo fosse lingua a sé oppure ceppo del romeno) l’humus delle opposizioni che poi esploderanno sotto il periodo gorbacioviano della Perestroika.
Le questioni linguistica e nazionale, come generalmente su tutto il fianco sinistro dell’URSS, diventano il cavallo di Troia attraverso cui formazioni nazionaliste cominciano ad avanzare un’agenda radicale, spesso non scevra da connotati etnici e russofobi.
Il caso moldavo non presenta quei tratti marcati del nazionalismo ucraino di marca galiziana, ma non di meno sviluppa un sentimento reazionario che vede come orizzonte non una patria indipendente ma una Moldavia unificata alla Romania, senza che peraltro Bucarest sia granché interessata al progetto.
La caduta sovietica, quel collasso che viene ricordato come battesimo di nazioni indipendenti ma che nella stragrande maggioranza dei casi fu terreno di caccia per predatori di risorse e politicanti in cerca di carriera, per la Moldavia indipendente diventa il peccato originale che segnerà tutta la sua vita successiva.
Con la guerra di secessione del 1991-92 che porterà alla nascita della repubblica separatista della Transinistria, o Pridnestrovie secondo la dizione ufficiale, la Moldavia indipendente nascerà mutilata di una regione produttiva fondamentale, sconquassata economicamente dal conflitto e viziata nella sua vita interna dagli strascichi di questo.
Se il nazionalismo pan-romeno è stato il tentativo d’ascesa di una borghesia in nuce che reclamava il suo posto ai vertici del modo di produzione, non di meno quella russofona legata all’apparato della burocrazia sovietica, e concentrata sulla riva orientale del Dnestr, mantenne l’obiettivo di tenere salde le redini di quel comando, forte di una concentrazione industriale su un’area geografica ristretta, definita e privilegiata.
È utile il libro di Basiani e Magno perché, senza negare le componenti identitarie e linguistiche, va al nodo della questione nei conflitti dell’indipendenza post sovietica.
La regione gagauza, che contratta un’autonomia relativa, e quella transinistriana, che strappa la sua sovranità attraverso l’azione armata e l’ausilio della XIV divisione dell’Armata Rossa, ormai senza più uno stato d’appartenenza, non sono che l’eruzione di contraddizioni tra blocchi di potere che arruolano le necessità popolari sotto il segno dell’identità per stabilire chi dominerà (e si arricchirà) sulle spoglie del socialismo reale.
Che cosa rimane oggi di questo travaglio? Una repubblica frammentata che ancora combatte con le sue questioni irrisolte; un territorio non riconosciuto dalla comunità internazionale che si fregia di un’iconografia marxista-leninista per camuffare l’apparato oligarchico che l’avversario europeo nasconde sotto il linguaggio liberale.
Resta un paese che, al di là delle retoriche istituzionali, più che l’Europa o la Russia cerca una una possibilità di miglioramento economico e sociale e che necessita di ricucire la frattura identitaria tra i suoi vari pezzi.
Continuare a trattare il paese alla stregua di una no man’s land che Mosca e Brussells si contendono, non fa che reiterare quest’immagine distorta che cancella le voci e le volontà delle sue popolazioni, tanto nel racconto quanto nelle scelte della politica.
Riprendere in mano la storia dell’identità e dei conflitti che attraversano Moldavia e Transinistria è l’unica premessa possibile per osservare onestamente non solo questa nazione, ma tutto lo spazio postsovietico europeo su cui oggi si riversa un registro proto-coloniale, funesto presagio di possibili nuovi disastri della parabola euroliberale.




