[Nel recente volume di Stefano Boni, Orizzontale e verticale. Le figure del potere (elèuthera, 2021), l’autore analizza le raffigurazioni spaziali e la messa in scena dei corpi ricavandone informazioni circa la soggiacente struttura di potere. A partire dall’opposizione tra orizzontale e verticale Boni affronta alcune importanti questioni riguardanti il tipo di ordine che costituisce l’orizzontalità, la convivenza di diversi ordini verticali, la possibilità di un ribaltamento o di un annullamento dell’ordine verticale con ciò che ne consegue a livello di identità collettiva, l’individuazione dei simboli elevati verticalmente all’interno di contesti sociali contemporanei che si dichiarano orizzontali.

Si riporta di seguito un breve stralcio dell’introduzione al volume ringraziando la casa editrice elèuthera per la gentile concessione – ght]


Logiche politiche inscritte nello spazio

di Stefano Boni

[…] L’assetto spaziale consente di costruire, regolamentare e rendere manifesto il potere e il valore degli attori sociali, individuali o collettivi, che interagiscono nella parità di rilevanza di tutti i presenti oppure all’interno di una gerarchia istituzionalizzata. I contesti che tendono a privilegiare disposizioni orizzontali rivelano al contempo un moto libero e quindi parzialmente caotico delle parti, ma anche azioni collettive coordinate attraverso figure piane, principalmente il cerchio. Sistemi sociali gerarchici usano invece primariamente la dimensione verticale, distinguendo, a volte in maniera graduata, chi sta in basso da chi sta in alto: la collocazione in altezza esprime il rango di ciascuno mediante posture corporali, coreografie rituali, metafore della società, opere d’arte, strutture architettoniche (piramidi, palchi, balconi, pulpiti, cumuli di terra cotta al sole, scalinate, tribune, luoghi di culto, monumenti) e un’infinita serie di oggetti associati a posizioni apicali (troni, statue, portantine, carri, bighe, sedie mobili, corone). Sotto e sopra appaiono, a un primo approccio, come polarità simmetriche, ma un’analisi più attenta mostra che alto e basso sono usati nei diversi circuiti culturali per esprimere lo squilibrio valoriale delle parti che interagiscono.

La collocazione degli umani nello spazio è sia operativa, posizionando ciascuno al suo posto, che normativa, producendo un senso socialmente condiviso su come debba essere concepita la differenziazione sociale e quindi su quali siano i meccanismi attraverso cui gli elementi costitutivi (gli individui ma più spesso i gruppi parentali, i ceti sociali, le caste, le corporazioni professionali, le unità residenziali) debbano generare un’unità capace di includere le diverse componenti e al tempo stesso di trascenderle in un’identità collettiva. Le rappresentazioni del corpo sociale nello spazio (la sua forma, le sue caratteristiche, le parti che lo compongono e la loro disposizione) non sono quindi solamente un’illustrazione dei rapporti esistenti tra esseri umani, ma hanno quasi sempre una dimensione imperativa e morale, ovvero illustrano qual è la collocazione appropriata per ciascuno, come le diverse categorie sociali sono tenute a comportarsi affinché si possa generare una prosperità generale. […]

L’ipotesi avanzata in questo testo è che orizzontalità e verticalità esprimano logiche organizzative alternative: una ricognizione del loro uso nella storia e nelle culture ci permette, da un lato, di prendere in rassegna la diversità delle loro espressioni, dall’altro di confrontarle alla ricerca di regolarità e ricorrenze. Se tutte le relazioni si inscrivono e si esprimono nello spazio, non sorprende che quelle politiche utilizzino i due assi, quello verticale (distinguendo chi sta in alto da chi sta in basso) e quello orizzontale (ponendo tutti sullo stesso livello) per definire e aggiornare il potere e il valore delle parti. […] In questo tentativo di sistematizzazione dei modelli di organizzazione sociale e politica e dei loro usi dello spazio, individuo quindi due logiche di ordinamento, quella orizzontale e quella verticale. In certi contesti, una delle due diventa prevalente, pervade diversi ambiti, si erge a principio morale condiviso e si manifesta con coerenza. In altri, le due logiche convivono, contrapponendosi o ibridandosi, sia quando si bilanciano nella gestione di uno specifico ambito, sia quando distinguono gli ambiti in cui prevale una e quelli in cui prevale l’altra. In altri ancora, c’è una dissonanza tra la logica pubblicamente dichiarata e quella effettivamente praticata […].

Organizzazioni orizzontali e verticali esprimono logiche diverse rispetto al rapporto tra individuo e collettività mediante la gestione di identità, valore e potere. C’è tendenzialmente una correlazione tra i tre aspetti che danno vita a due logiche alternative: quella orizzontale si può caratterizzare in maniera sintetica come la combinazione di identità percepite come singolarità performative, un valore paritario e un potere diffuso; quella verticale associa invece identità categorizzate ed essenzializzate, una distribuzione gerarchica del valore e una concentrazione del potere. […] Sebbene una delle due logiche, in alcuni contesti storici e geografici, assuma una chiara preponderanza, sono entrambe tendenzialmente universali perché presenti, se non nella pratica, come opzione relazionale pensabile in qualunque contesto culturale. Ogni tessuto sociale tende ad avere, perlomeno in forma embrionale (ovvero in prassi culturali marginali, stigmatizzate, settoriali) e immaginifica (ovvero come concettualizzazione dell’alternativa utopica di una diversità desiderabile), la compresenza delle due logiche. Quando prevale in maniera evidente uno dei due modelli, quello minoritario viene marginalizzato, neutralizzato, circoscritto a specifici contesti periferici. Le società tendenzialmente egualitarie quasi invariabilmente mostrano forme di valorizzazione differenziate per genere ed età che si traducono in parziali accentramenti di potere. Le società strutturate sulla disuguaglianza gerarchizzata di identità essenzializzate lasciano spazi per il riconoscimento della singolarità, ambiti in cui è prevista la diffusione del potere e contesti in cui vige la reciprocità egualitaria. Le logiche non appaiono mai in maniera pura, nessun circuito culturale è il prototipo di orizzontalità o verticalità […].

Scegliere l’uso politico dello spazio come chiave per osservare le forme organizzative umane significa adottare un’ottica dichiaratamente parziale la cui fecondità va giudicata dall’utilità degli spunti che offre. […] Rispetto ad altre comparazioni ad ampio spettro delle figure politiche […], quella che propongo ha tre particolarità. Prima, la documentazione non è confinata, come in molti altri lavori comparativi, al contesto europeo, ma esplora la diversità umana, o almeno quella su cui si ha a disposizione una documentazione convincente. Seconda, cerco, per quanto possibile, di esplorare i sistemi simbolici egemonici e le espressioni di ordini alternativi non partendo dai testi dotti concernenti questioni teologiche, filosofiche, dottrinarie o giuridiche; ho scelto piuttosto di soffermarmi sulle forme di organizzazione effettivamente raffigurate e diffusamente praticate che non sempre – anzi quasi mai – coincidono con le rappresentazioni dell’avanguardia intellettuale. Terza, non mi interessa tanto puntualizzare l’esatta datazione della formulazione teorico-letteraria di nuove figure politiche quanto i cambiamenti ideologici di lungo periodo.

Tale taglio metodologico mi ha spinto, rispetto a opere comparative centrate sui testi, a prestare un’attenzione prevalente alle figure che illustrano la disposizione delle parti sociali all’interno di identità politiche collettive. L’analisi visiva rispetto a quella testuale consente di rimanere più vicini alle letture diffuse nel tessuto sociale: buona parte della documentazione presa in esame fa parte del vissuto ordinario delle varie componenti del corpo sociale. Quando, in mancanza di immagini, esamino testi […], non mi soffermo sul pensiero di un letterato geniale ma sull’espressione scritta di forme utilizzate diffusamente. Un’antropologia politica per immagini è giustificata sia dal fatto che la comprensione del mondo passa imprescindibilmente dalle geometrie spaziali sia dalla chiarezza con cui queste rivelano la strutturazione prevalente delle relazioni di potere. […]

Perseguire questo progetto radicalmente comparativo mi obbliga a definire con estremo rigore ciò che viene confrontato e con quale prospettiva. L’oggetto della comparazione che segue rimanda alle disposizioni in eventi e alle raffigurazioni pubbliche del potere, del valore e delle identità: le geometrie risultanti sono osservabili nella cultura materiale (troni, portantine, palchi), nelle forme architettoniche (dimensione e forma degli edifici), nella disposizione delle persone nei raduni (danze, trionfi, udienze a corte, riti, incontri per «fare giustizia», parlamenti), nelle posture corporee (inchini), nelle raffigurazioni dei potenti (statue, dipinti) e, a partire dal Seicento, nelle stampe popolari e nella propaganda politica. Ho vagliato diverse centinaia di raffigurazioni in cui l’uso politico degli assi geometrici risulta particolarmente cogente; i singoli documenti vengono qui volutamente estirpati dal loro specifico contesto di produzione e utilizzo (mi limiterò a brevi cenni di contestualizzazione) per leggerli attraverso un’analisi comparativa come espressioni puntuali e tangibili di logiche trans-culturali. Questo approccio getta una luce inedita sulle ideologie e sulle prassi che ordinano la collocazione della differenza nella dimensione verticale e orizzontale sia per la facilità di lettura delle raffigurazioni sia perché certe opzioni coreografiche vengono riproposte in diverse epoche e luoghi.

Per capire ciò che segue è cruciale tener presente che per buona parte della storia il materiale artistico, archeologico e testuale disponibile è stato quasi sempre emanazione diretta del potere religioso e politico egemonico ed è stato in buona parte generato per legittimare l’ordine gerarchico esistente. […] C’è quindi una scarsa documentazione sulla percezione e sulle aspirazioni politiche sia dei sottoposti all’interno degli Stati sia dei contesti orizzontali che hanno prodotto un’architettura e una cultura materiale di facile deperimento e tendono a essere orali; di conseguenza, la documentazione più ricca sulle relazioni orizzontali è quella offerta dai lavori etnografici. […]

Le domande che legano questo testo riguardano i modi di usare politicamente lo spazio nelle diverse fasi storiche e in circuiti umani lontani dal nostro modo di vivere. Questo percorso ci permette di mettere a fuoco le peculiarità della nostra epoca […]. Ha senso guardare lontano per capire meglio ciò che ci sta vicino, ciò che facciamo fatica a vedere perché ci siamo immersi […] Esaminare altre forme di rappresentazione della società consente di adottare uno sguardo «esterno» sul nostro presente: l’organizzazione sociale contemporanea esprime una logica orizzontale o verticale? Quale peso hanno oggi orizzontalità e verticalità nella retorica politica e nella distribuzione effettiva del potere sia nelle democrazie liberali che nei governi socialisti? Rispetto alla verticalità politica e religiosa storicamente affermata, qual è il peso odierno di quella tecnologica e finanziaria? Quali dilemmi propone una forma organizzativa che sostiene formalmente di essere fondata su principi egualitari mentre accentua dinamiche di gerarchia verticale? Questi interrogativi offrono stimoli non solo per alimentare uno scetticismo e un’inquietudine già diffuse ma per concepire alternative possibili.

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