di Gioacchino Toni

Gilles Châtelet, Vivere e pensare come porci. L’istigazione all’invidia e alla noia nelle democrazie-mercato, a cura di Mimmo Pichierri, Meltemi, Milano, 2021, pp. 120, € 15,00

Ad oltre due decenni di distanza dalla sua uscita in Francia nel 1998 e dopo una sua prima pubblicazione in Italia nel 2002 per i tipi di Arcana, arriva in questi giorni nelle librerie italiane una nuova edizione di quello che il curatore del volume definisce il punto d’arrivo di quel percorso personale condotto da Gilles Châtelet «all’insegna dell’insofferenza verso il dominio delle cose e di una tendenza irrefrenabile alla rivolta, coniugata con un fortissimo spirito di resistenza nei confronti di ogni forma di irreggimentazione, sia che abbia luogo a livello sociale e politico, oppure istituzionale, ma anche a livello filosofico ed epistemologico» (p. 27).

Come sottolinea lo stesso Châtelet, il titolo dell’opera – Vivre et penser comme des porcs – deriva dal luogo comune che vuole nel suino l’esempio per eccellenza dell’ingordigia, del consumo alimentare smodato, senza limiti che è precisamente quello, secondo il francese, che è divenuto il consumatore contemporaneo: un essere in preda ad una foga bulimica priva di remore e confini merceologici ed etici.

Si tratta di un testo indubbiamente ancorato all’universo francese degli anni Ottanta e Novanta e che, in alcuni casi, può risultare non immediatamente comprensibile a chi non ne conosce le specificità e i protagonisti, ma non è difficile cogliere nei bersagli che Châtelet prende di mira qualcosa di più esteso e che ha i suoi corrispettivi anche in altri paesi, Italia compresa, a partire dalla crescente pervasività dell’immaginario veicolato dalle televisioni commerciali che hanno contribuito e non poco ad affievolire la conflittualità dei decenni precedenti ed a tirare la volata della ristrutturazione economico-politica e culturale in atto in Europa. Come sottolinea Pichierri nella prefazione al volume, non è difficile riscontrare analogie tra le modalità con cui tali cambiamenti sono stati portati avanti nella Francia di Mitterrand, nell’Italia di Craxi e nel Regno Unito di Tony Blair.

I protagonisti dell’ultima stagione di partecipazione politica del Novecento sono poi stati anche gli autori della sua normalizzazione e del suo passaggio all’era del mercato globale integrato, che non lascia più alcuno spicchio di esistenza al di fuori della transazione monetaria totale; non è un caso, lo si ricordava prima, che i grandi condottieri europei già citati – Mitterrand, Craxi e Blair – appartengano tutti all’area della cosiddetta sinistra riformista, o autonomista, come si usava dire in Italia per marcare l’orgogliosa indipendenza dalle nefandezze del PCI, ancora sospettato di nostalgie sovietiche, e che, come ricorda Châtelet, si definisce da subito post sinistra; ancora ricordiamo la “Milano da bere”, esempio concreto di fine della storia, in cui una classe dirigente nuova, ipermoderna (postmoderna?) e disinvolta si lanciava in felici collusioni con imprenditori il cui irresistibile successo aveva un’origine quanto meno opaca […], facendosi portatrice del nuovo e del bello, della gioia ludica infinita [supportata] da una potenza di fuoco nel campo dei media che mai in Europa erano stati appannaggio di gruppi privati (pp. 12-13).

Sembra proprio che, come sostenuto da Gianni Agnelli, occorresse rivolgersi alla sinistra per attuare riforme di destra. Così in effetti è stato. Questa post sinistra italiana, francese e inglese (in quest’ultimo caso proseguendo e portando a compimento quanto iniziato dal thatcherismo), si è prestata a quella che Châtelet ha definito la Controriforma liberale, quella «nuova ideologia trionfante del neoliberismo» – scrive Pichierri – «i cui riferimenti colti sono i due massimi esponenti della scuola marginalista austriaca delle scienze sociali: Ludwig von Mises, che ha inventato il termine libertariano, e Friedrich August von Hayek, padre dell’anarco-capitalismo (guarda caso due nobili appartenenti a famiglie di grandissime influenze accademiche, specie il secondo)» (p. 14).

Ecco dunque quel passaggio dall’ottimismo libertario al cinismo libertariano che Châtelet non esita a definire come vero e proprio processo di putrefazione che conduce, nuovamente, alla cieca fede nella capacità del mercato di autoregolarsi sacrificando, se necessario, la vita di milioni di persone.

Si è così realizzata davvero un’autoregolazione del controllo sociale che non ha quasi più bisogno neppure della forza pubblica per reprimere il dissenso, il quale viene invece soppresso nella culla delle famiglie nucleari; in questo modo, afferma Châtelet, si è riusciti ad addomesticare l’uomo ordinario trasformandolo “in una creatura statistica”, ossia l’uomo medio che fa parlare i sondaggi, con il risultato ulteriore che un dato oggettivo viene ad assumere forza normativa, nel senso che il cittadino-campione, atomo produttore-consumatore di beni e servizi socio-politici, diventa il modello a cui tendere, il riferimento da imitare a tutti i costi, senza più nemmeno la parvenza di un’alternativa di vita. In questo passaggio si registra comunque un progresso, sottolinea con amara ironia Châtelet: all’alba della società di massa, i figli delle classi lavoratrici erano considerati carne da cannone, buoni solo per essere mandati dalle trincee allo sbaraglio contro le linee di fuoco del nemico […], mentre alla fine del secolo la mutazione conduce a (e consente di) trattarli come carne da consenso, vera e propria pasta da informare, dove il verbo informare è da intendersi nella sua doppia accezione, ossia nel senso di riempire di informazioni ma anche, e complementarmente, nel senso di dare forma, di plasmare, come si fa con la plastilina o con l’impasto per il pane. Comincia così a prendere forma il miracolo: la materia prima dell’impasto consensuale viene abilmente manipolata fino a trasformarsi quasi naturalmente in unanimità populista delle maggioranze silenziose. La sinergia tra il populismo classico e l’ondata yuppie ha quindi generato il tecno-populismo, addirittura anni luce prima dell’avvento dei social network, vero protagonista della voracità postmoderna, dedita senza sosta alla ricerca del best of dei beni e servizi di tutto il pianeta per ingozzarcisi fino a scoppiare, e allo stesso tempo altera e spocchiosa nel riempire i social della sua acredine ignorante che tutto giudica e tutto valuta, nell’era dell’uno vale uno, dove ogni imbecille si permette di assumere le pose ieratiche di un Savonarola prêt-à-porter (pp. 16-17).

Nel prendere in esame le modalità con cui negli anni Ottanta e Novanta è stata fomentata ostilità nei confronti di ogni benché minima visione critica nei confronti delle imperanti dinamiche economico-politiche, Châtelet tratteggia quello che diverrà il tecno-populismo espresso e diffuso dalle tastiere dei social e dai politici più intraprendenti del nuovo millennio. «L’intimazione è chiara», sintetizza Pichierri nella prefazione al volume: «bisogna rifiutare come la peste ogni rimasuglio di tensione utopica e bandire qualunque riferimento a Marx e alle contraddizioni genocide del capitalismo, al punto che nel settembre del 2020, nel pieno di una pandemia mondiale, il dipartimento per l’Istruzione del Regno Unito ha ritenuto prioritario inserire nelle proprie linee guida, rivolte a insegnanti e dirigenti scolastici, un indirizzo che bandisce nella scuola ogni riferimento all’anticapitalismo, classificato come “posizione politica estrema” al pari dell’antisemitismo, dei nemici della libertà di espressione e di chi promuove attività illegali!» (p. 20).

Dietro all’insistenza con cui si indica ai rancorosi da tastiera il nemico di turno – “chiudere i porti!”, “serrate i confini”, sono i mantra ripetuti – l’obiettivo, sottolinea Pichierri, pare essere quello di

trasformare i popoli occidentali in funzioni-auditel servili e provinciali, con buona pace delle loro élite intellettuali ormai ridotte a vile manovalanza della Mano Invisibile, che anima queste fucine di facilità mentale che sono diventate le democrazie-mercato. La loro funzione è ormai solo quella di costruire centinaia di milioni di psicologie di consumatori-campione, mentre li vediamo divorati dall’invidia e dalla brama – anche loro, ma oserei dire soprattutto loro, così frustrati dalla primazia della gente di spettacolo – di accaparrarsi ai prezzi più bassi tutti quei graziosi giocattolini che gravitano sul mercato mondiale. “dovete ottimizzare, massimizzare così come respirate!”: è questo lo slogan della classe media mondiale, che vede ormai a portata di mano il prodotto più maturo della Fine della Storia: la realizzazione di una yogurtiera per la produzione di classe media, che gestisce i più infimi fermenti mentali ed affettivi dei nostri protozoi sociali, proprio mentre si spaccia questo volgare capolinea della storia come il completo trionfo dell’individuo. Ma si tratta purtroppo di una caricatura fraudolenta dell’individuo, effetto di un’illusione ottica che spaccia la coazione all’invidia e al conformismo per libertà e autonomia, e che assomiglia più allo spettatore passivo intossicato dai reality show che ad una effettiva autoposizione in un mondo che funziona sulla produzione in serie, di qualunque cosa, fosse anche la commozione per fatti banali ma che riguardano persone che in qualche modo sono al centro dei riflettori (p. 22-23)

La macchina critica messa a punto da Châtelet, contraddistinta da rigore analitico e polemica incendiaria, lontana mille miglia dal pensiero debole che ha infestato gli anni Ottanta e Novanta, mira dritta al cuore della «stanca consensualità del pensiero contemporaneo». La lettura di Vivere e pensare come porci rappresenta una boccata di ossigeno utile nell’asfissia caratterizzante l’attualità dei coprifuoco, del distanziamento sociale e della chiamata all’unità nei confronti di nemici costruiti e propagati da immaginari tossici.

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