di Valerio Evangelisti

[E’ uscito di recente il saggio di Manolo Morlacchi La linea del Fuoco. L’Argentina da Perón alla lotta armata (Mimesis, 2019, pp. 226, € 18,00). Questa è la mia prefazione.]

Tra gli inizi degli anni Sessanta e il principio degli anni Ottanta, un movimento tellurico stava scuotendo buona parte del mondo. La guerriglia vietnamita, la rivoluzione cubana, l’insorgenza giovanile cinese, l’uccisione del Che in Bolivia, il maggio ‘68 parigino, le lotte operaie in Italia, i troubles in Irlanda, le guerriglie africane, le proteste negli Stati Uniti, sembravano annunciare un crollo imminente del sistema capitalistico e un cambiamento dei rapporti di potere su scala planetaria. Se ci si procura il volume della Fondazione Lelio Basso Per il diritto e la liberazione dei popoli. Le lotte in Africa, Asia e America Latina, a cura di P. Giamacchio (ed. Mazzotta, 1981), c’è da rimanere esterrefatti: la mappa della conflittualità anticapitalista in tre continenti occupa cinquecento pagine stampate fittissime.

È difficile descrivere quel clima a un giovane di oggi. Sta di fatto che i potenti della terra non sembravano più in grado di comandare. Forze diverse tra loro, ma rette da ideali di fondo comuni, li assediavano e combattevano, spesso ricorrendo alle armi. Di questa pluralità sovversiva fece parte, in Argentina, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, in seguito dotato di un proprio braccio armato, l’Esercito Rivoluzionario del Popolo. Questo libro ne descrive la storia completa, in maniera partecipe e appassionante.

I pochi che lo ricordano oggi, parlano del PRT come di un partito “trotskista”, In realtà, descrizioni così rigide sono proprie più degli anni correnti, di debolezza o di sfaldamento delle organizzazioni di sinistra, che dei periodi di crescita e di offensiva dei rivoluzionari argentini, A prescindere dalla rottura formale con la IV Internazionale (la principale fra le tante) nel 1973, il PRT, pur dotato di posizioni dottrinarie ferree, aveva un approccio alla realtà tutt’altro che libresco, e aderì profondamente alla società argentina e alle sue particolarità.

Queste sono ben descritte all’inizio de La linea del fuoco, e consistono nel peronismo – quello anteriore alla caduta di Perón nel 1955 – quale asse dell’intera vita politica nazionale, si fosse contro o si fosse pro. Ma risiedono anche in una caratteristica rara nel continente: la presenza di una numerosa e forte classe operaia, capace di rivolte, scioperi prolungati, scontri di strada. Con essa, rappresentata a livello istituzionale dai corrotti sindacati peronisti ma capace di lotte autonome accanite, il PRT seppe legarsi gradualmente. Tanto che l’organizzazione arrivò a superare, in numero di militanti e di influenza, la forza del fiacco e contraddittorio Partito Comunista Argentino, di rigida osservanza filosovietica e legalitaria. Soprattutto i giovani affluirono nelle file ribelli, attratti da coerenza delle idee e intelligenza nell’azione.

Un vantaggio che non si spense nemmeno al momento della creazione dell’ERP, l’Esercito Rivoluzionario del Popolo. Partito e movimento armato furono a lungo una cosa sola, con una direzione saldamente nelle mani del comando politico. Si leggerà, in queste pagine, di imprese audaci (quanto quelle che resero noti i ben più minoritari Tupamaros dell’Uruguay), di azioni militari ambiziose, di offensive quasi quotidiane. Rari, invece, gli omicidi individuali. Il PRT / ERP puntava all’azione di massa, non a una giustizia di strada di dubbio valore propagandistico.

Vale la pena di conoscere, oggi, questo partito e la sua storia? Chi legga questo eccezionale volume, documentatissimo quanto avvincente, lo scoprirà da solo. La sua sconfitta finale, e la sua scomparsa dal suolo patrio (con qualche sopravvivenza nella diaspora argentina in Europa) dipesero da vari fattori, Un prevalere della lotta armata sulla lotta politica, sensibile negli ultimi anni e in parte legato al tentativo “guevarista” di spostare lo scontro nelle campagne, dove costruire basi rosse in espansione. Uno sforzo che, a mio avviso, contraddiceva le radici urbane del movimento. In secondo luogo, l’incapacità di affrontare un nemico pronto a ricorrere a una sadica ferocia (come fu la dittatura atroce del generale Videla, peggiore di quella cilena di Pinochet) per sopprimere chi si opponesse alla supremazia del capitale monopolistico. Come sempre, sotto ogni latitudine, il liberalismo è pronto a liberarsi dei panni democratici quando si sente in pericolo, per indossare quelli del carnefice privo di scrupoli morali.

Last but not least, vi fu la morte in battaglia, nel 1976, di Mario Roberto “Roby” Santucho, uno dei maggiori e più amati dirigenti rivoluzionari dell’America Latina. Il libro di Manolo Morlacchi è anche un poco un omaggio alla figura nobilissima di Santucho, oltre che il quadro di un periodo storico dell’Argentina. Paese oggi, in condizioni tanto diverse, ancora non placato e rivoltoso. Per fortuna.

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