di Marta Collot

In qualsiasi manuale scolastico di geografia si può trovare un capitolo riguardante il paesaggio. Chiunque abbia fatto le scuole medie in questo paese ha dovuto sottolinearne la definizione e impararne le differenziazioni, in particolare quella che distingue il paesaggio modificato dall’uomo, detto antropico, e quello propriamente naturale, non segnato dall’azione umana. Il modo più semplice per modificare il paesaggio è costruire un ponte o una strada. Per quanto piccolo sia l’intervento, rimane irreversibilmente. È possibile che nei libri più recenti ci sia un paragrafo dedicato agli effetti collaterali di queste modificazioni, e se anche non si è freschi di studi, purtroppo eventi come quelli che hanno segnato lo scorso novembre s’incaricano di ricordarcene l’importanza.

Di fronte alle acque che hanno sommerso Venezia, incuranti di vent’anni di una malsana triade fatta di leghismo, negazionismo climatico e mazzette per il MOSE, a quelle che hanno devastato Matera e Reggio Calabria, che hanno provocato le frane sulla Savona-Torino, i media e le istituzioni non hanno saputo che usare espressioni come “disastri naturali”, che sono molto comode per occultare la devastazione dei territori e dell’ambiente. Se è vero che il luogo comune della scomparsa delle “mezze stagioni” può far sorridere, il sorriso passa subito se si riflette sul fatto che viviamo in un’unica, perenne e continua stagione: quella delle emergenze e delle “allerta meteo”.

Da anni, in tutta Italia, si verificano tragedie in concomitanza con eventi climatici “straordinari”, come i più di cento millimetri di pioggia nei tre giorni centrali di novembre. Etichettarli come naturali ci riporta ai libri di scuola: l’azione dell’uomo non c’entra, o al limite sta in secondo piano. L’asfalto delle nostre strade luccica ancora e il pensiero di quanto accaduto nell’ultimo mese ci impone con maggior forza di riflettere su quanto ci sia di “naturale” nelle catastrofi che segnano il paese ogni volta che è percorso dal maltempo.
Da quando sempre più persone si uniscono alla sacrosanta denuncia dei problemi ambientali, sono sempre più visibili le differenziazioni riguardo a ciò che voglia davvero dire “salvare il pianeta”, a seconda di chi enunci il discorso. Il linguaggio, dopo tutto, è ideologia, e non fermarsi alle parole, guardare dietro la loro apparenza, è sempre un utile esercizio.

Le sfumature di “green” che ci appaiono sono molte: da quella più sincera, verde come i Prati di Caprara, a quella che ricorda di più la filigrana delle banconote. Allo stesso modo c’è chi si prende davvero a cuore la salute del pianeta e degli esseri umani che lo popolano, e chi tiene di più a salvare i bilanci aziendali e il ciclo di accumulazione del capitale.

“L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio” diceva Chico Mendes, ma è anche vero che il “giardinaggio” della Green Economy, che le classi dominanti vogliono imporre, non è altro che la loro lotta contro le classi subalterne. Come altrimenti definire la
contraddizione  tra il bisogno di un pianeta vivibile e il profitto? Lo testimoniano da anni il movimento No-Tav e Nicoletta Dosio, pronta ad andare in carcere per mostrare le vere priorità dello stato di fronte alle richieste di giustizia ambientale.

Anche l’Emilia-Romagna, balzata al disonore delle cronache per gli altissimi livelli di inquinamento della sua aria e di consumo di suolo, è teatro di tale scontro: le classi dirigenti di questa regione, Partito Democratico in testa, non perdono occasione, soprattutto in campagna elettorale, di porsi come l’avanguardia di magnifiche sorti all’insegna dell’ecologia. Va da sé che, anche in questo caso, tante chiacchiere servono a distrarre dalla vocazione alle cementificazioni e alle “grandi opere” inutili di quel pezzo locale del “partito del Pil”, trasversale a tutti gli schieramenti parlamentari.

Nei giorni successivi all’esondazione dell’Idice a Budrio (BO), a causa della quale sono state sfollate più di 250 persone, il presidente della regione Bonaccini ha dichiarato di aver richiesto al governo centrale, nel corso del suo mandato, poco più di 100 milioni di euro per finanziare progetti atti a contrastare il “rischio idrogeologico”. Nel contempo, la regione ha deciso di spendere 100 milioni di euro del proprio bilancio nella costruzione della bretella autostradale Sassuolo-Campogalliano. Insieme alle spese per altre opere inutili, compreso il tram bolognese, la regione ha richiesto 1500 milioni: il profitto batte il rischio idrogeologico 15 a 1. Giorni fa il Comune di Campogalliano è stato in allerta idrogeologica e due giorni di piogge intense hanno prodotto la seconda alluvione in paesi della cintura bolognese nel giro di nove mesi. Tutto ciò nel silenzio complice della cosiddetta “opposizione” di destra e dei 5 Stelle.

La Green Economy emiliano-romagnola sembra proprio un lussuoso locale all’ultima moda in cui non si servono bottiglie in plastica, ma in cui un bicchiere d’acqua del rubinetto costa più di un caffè, mentre i dipendenti del locale vengono pagati cinque euro all’ora. Questo si è portati a pensare quando si viene a sapere dei cento lavoratori della BIO-ON, che rischiano di perdere il posto perché l’azienda in cui lavorano non è la punta di diamante del “capitalismo verde” che si è sempre autoproclamata, anche tramite i suoi bilanci.

Se è vero, com’è vero, che nella lunga marcia verso un pianeta vivibile il nemico rischia di marciare alla nostra testa se non lo smascheriamo, la lotta è da condurre su due fronti: contro il capitalismo smart, eco-friendly, che vuole solo accumulare capitali, e contro chi, come la Lega, nega categoricamente il problema, etichettando ogni giusta preoccupazione a riguardo come una mossa propagandistica dei “buonisti” e di Greta Thunberg.

Il bisogno di un’aria respirabile, di un cibo sano, di acque non inquinate, di territori al sicuro da frane e alluvioni non è conciliabile con il profitto su cui si vuole basare la “transizione ecologica”, ed è necessario quindi porsi le domande fondamentali. Un anno fa iniziarono a farlo i Gilets Jaunes: chi deve pagare i costi della transizione, i lavoratori o le multinazionali? Chi deve gestirla, il mercato o gli enti pubblici? Chi deve progettarla, i settori di “ricerca e sviluppo” dei colossi industriali o le università pubbliche?

La giornata del 29 novembre ha visto cortei in tutta Italia per il quarto sciopero globale del clima e uno sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base con manifestazione nazionale a Taranto per supportare gli operai dell’ex-Ilva, dopo la resa di CGIL-CISL-UIL e dello stato di fronte al copione già scritto dalla multinazionale ArcelorMittal. Credo si debba partire da qui per costruire concretamente una risposta alle domande di cui sopra.

 

Marta Collot è candidata alla presidenza della regione Emilia Romagna per Potere al Popolo.

Share