di Gianfranco Marelli

Mimmo Grano, I giorni in canna. (Cronaca di un’orda infedele), Prefazione di Gianfranco Marelli, Edizioni Erranti, Cosenza 2018, pp. 498, € 17,50

[Pubblichiamo qui di seguito uno stralcio dalla Prefazione di Gianfranco Marelli al romanzo di formazione di Domenico “Mimmo” Grano, una sorta di autentico controcanto ai “Diari” di Giorgio Cesarano, che in presa diretta descrivevano le prime manifestazioni milanesi da parte di un intellettuale, affermato e avanti con gli anni rispetto agli studenti con i quali scendeva in piazza, raccontando l’esperienza dell’autore attraverso i ricordi e le emozioni, a volte esagerate, che proprio in quegli anni molti avevamo provato e secondo i quali non si poteva vivere meglio di così.] (S.M.)

Quella parola e quel pensiero cresciuto nel frequentare in particolar modo la critica radicale, nei primi anni ’70, sdoganata in Italia dalle traduzioni clandestine dei testi pubblicati sulla rivista “Internationale Situationniste” e dai libri di Guy Debord e Raoul Vaneigem che diedero la stura ad un agire di gruppi che da Milano a Genova, da Caserta a Cosenza, promuovendo iniziative editoriali e lotte locali, contribuirono a far maturare la coscienza e l’impegno di centinaia e centinaia di compagni e compagne che con il loro contributo pratico svecchiarono l’ambiente anarchico e libertario, allora nelle condizioni di far valere la propria pratica organizzativa antiautoritaria e antigerarchica in una tempra dove l’eskimo, la chiave inglese, la molotov, non furono soltanto utilizzati per opporsi alla violenza neofascista, ma anche per imporre la propria “gestione politica” della piazza attraverso il servizio d’ordine: un’allocuzione per mascherare la propria VOGLIA DI POTERE.
Voglia che la critica radicale ferocemente ha combattuto, sia che si trattasse dell’ideologia tardo leninista dei gruppi extraparlamentari, sia che riguardasse il riformismo accomodante e sbirresco dei partiti e dei sindacati di sinistra. Lo esprime compiutamente Antonio nel descrivere i motivi che hanno condotto lui e i suoi sodali a chiamare il proprio gruppo Gemeinwesen, sottolineando la necessità imprescindibile di intrecciare l’esigenza di chiarire, distinguere, precisare i concetti espressi nei volantini, nelle riunioni pubbliche e del proprio gruppo, con l’esperienza di vita culturale collettiva in fase di sperimentazione, praticata pena l’alienazione propria dei “rivoluzionari di professione” che si separano da se stessi, separandosi dalla lotta quotidiana del movimento. Così, raccontando l’occupazione dello stabile di Casal Bertone, la lotta con gli operai della fabbrica sulla Tiburtina, gli “espropri proletari”, lo scontro per la casa a S. Basilio e le tante manifestazioni che in quegli anni occuparono la città eterna, Antonio, Sara e i loro compagni si raccontano mettendo a nudo le proprie certezze e i propri dubbi, le proprie speranze e le proprie paure. O, per meglio dire, la loro/nostra nuova idea di felicità.
In questa escalation emotivo/passionale scaldata, forgiata, illuminata dal fuoco della contestazione non poteva certo mancare l’annosa questione dell’utilizzo della violenza come risposta alla violenza della repressione statale, manifestatasi sin dai tempi della strage di piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969 e successivamente sgranata come i grani di un rosario per tutti gli anni ’70/80 con lo scopo di alimentare la strategia della tensione in combutta con Stato, logge massoniche come la P2, Servizi Segreti e la Cia Statunitense, per fermare un’ipotetica avanzata del comunismo: dalla strage di piazza della Loggia a Brescia nel maggio 1974, alla bomba sul treno “Italicus” nell’agosto del 1974, alla strage alla stazione di Bologna nell’agosto del 1980 che provocò 85 morti e 200 feriti. E che dire delle aggressioni fasciste, dei “caroselli” delle forze dell’ordine al comando del “pistolero” Kossiga, o degli omicidi su commissione, come l’ “inspiegabile” incidente stradale che provocò la morte di 5 anarchici calabresi nella notte del 26 settembre 1970 in viaggio verso Roma per consegnare al settimanale “Umanità nova” il materiale di denuncia riguardante i fatti della rivolta di Reggio Calabria, nonché sulla “madre di tutte le stragi”?
Così l’allegria, la felicità, la creatività del Movimento che erano state le colonne portanti della critica della vita quotidiana si trovarono costrette a poco a poco in un cul de sac, la cui calata di Luciano Lama e dei suoi bonzi sindacali alla Sapienza di Roma segnò il giro di boa che aprì l’ultimo spicchio della regata contestataria di imbarcazioni ormai zavorrate per il troppo peso attribuito all’avventurismo lottarmatista.
Un peso che,dopo il convegno sulla repressione svoltosi a Bologna nel settembre 1977, condusse a picco l’esperienza degli Indiani metropolitani con la loro verve fantasmagorica, mentre trascinò alla deriva ampie flottiglie coi vessilli funerei delle tre dita accomodate a formare la sagoma della P.38, e a ben poco valse l’esperienza delle femministe di fronte a un machismo frutto del più retrogrado e bieco militantismo militarista dell’arlecchinesco “partito armato”.
Di questo e di ben altro ci racconta e si racconta Mimmo Grano attraverso il simbolico eskimo bagnato che ben raffigura il sudore per le tante corse durante le innumerevoli manifestazioni, occupazioni, assemblee di un movimento sempre presente e solidale, sin quando alcuni – per generosità o imbecillità, fate voi – snaturarono l’eskimo in una divisa di lì a poco trasformatasi in una camicia di forza che le solerti forze dell’ordine si apprestarono a stringere addosso al malcapitato di turno.

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