di Sofia Bacchini

Alla fine dell’ ‘800, il sociologo statunitense W. E. B. Du Bois – attivista per i diritti degli afroamericani e poi tra i fondatori del movimento panafricano – attraverso un’inchiesta sul ghetto nero di Philadelphia elabora il concetto della linea del colore. La razza era un dispositivo materiale che assegnava gli individui alle diverse classi sociali in base al colore della pelle, determinando una società di tipo selettivo, delle soggettività sottomesse e un’idea di cittadinanza gerarchizzata sulla linea del colore. E la razza, oggi, è anche dispositivo simbolico: determina un progetto politico ed economico che deve impregnare le rappresentazioni per poter essere funzionale ed efficace. Il migrante è alla base stessa dei meccanismi di inclusione ed esclusione dalla comunità, andando a toccare la sua stessa identità.

Questa linea del colore è dunque un confine, materiale e simbolico, e possiamo riconoscere il suo segno ovunque oggi, in un’Italia alla deriva in cui sembra che le persone richiedenti asilo siano il problema più grande. Le quali non sono più donne e uomini alla ricerca di una vita migliore, spesso alla mercé di mafie straniere e nostrane, ma, orrendamente trasformati dalla stampa asservita all’una o l’altra parte, diventano stantii cliché di origine coloniale: da una parte l’uomo nero imbroglione che stupra le nostre donne[1] e droga i nostri giovani o la madame senza scrupoli, dall’altra il “buon selvaggio”, la vittima da proteggere, il “negro da cortile”[2].

A chi interessa realmente sapere chi sono queste donne e questi uomini? Andare oltre la rappresentazione brutale e interessata, lo stereotipo, oltre la strumentalizzazione politica?

L’Europa, e la sua storia, sono dietro al progetto migratorio di queste persone ancor prima che esso prenda effettivamente corpo. Il contesto africano (e non solo) dal quale provengono è stato plasmato dall’esperienza coloniale, e ancor prima dal fenomeno della tratta degli schiavi, e oggi presenta ovunque i lasciti della spoliazione e delle trasformazioni sociali, umane, politiche e territoriali. Non solo, l’elefantiaca presenza militare dell’ “occidente” in Africa e l’accaparramento selvaggio delle risorse prime da parte delle maggior compagnie petrolifere e minerarie determinano nuovi flussi migratori, nuove rotte obbligate per sfuggire dalla miseria e dalla violenza.

Il nostro sistema di accoglienza divide nettamente tra “richiedenti asilo” e “migranti economici”, stabilendo una differenza qualitativa tra le due categorie, legittimando (e non sempre) la domanda di chi fugge dalle guerre – spesso e volentieri generate dagli interventi stranieri – ma distinguendo invece nettamente chi fugge dalla miseria. Questa distinzione diventa efficace perchè permette, in termini di comunicazione politica strategica, di occultare la responsabilità dell’Europa nella produzione delle migrazioni transnazionali, e al tempo stesso di mostrare il suo volto umanitario, condannando ipocritamente i conflitti e le violazioni dei diritti umani. Il problema è che non solo la guerra, ma anche la povertà genera il trauma, che viene interiorizzato nella storia e nel corpo di queste donne e questi uomini.

E proprio la storia (con la s minuscola) e la memoria sono diventati un campo di battaglia: all’arrivo in Italia, la storia di queste persone diventa un altro strumento fondamentale per decidere chi va bene e chi no. È una storia manipolata, la loro, raccontata altre mille volte prima e già plasmata, ritagliata, modificata per potersi adattare al nostro giudizio. Quante volte si sente ripetere che queste storie «sono tutte uguali»: ci troviamo di fronte a veri e propri processi narrativi che devono adattarsi ai nostri criteri di “coerenza”, “plausibilità” e “credibilità”, creando e ricreando storie immaginarie che noi stessi abbiamo contribuito a modificare. La Commissione Territoriale è considerata come una giuria implacabile chiamata a valutare la vita di una persona dalla nascita fino a quel momento per stabilire se si conforma o no alla nostre aspettative, alle nostre necessità, alle esigenze del nostro sistema produttivo, e andandosi a sommare alle aspettative sul che cosa andremo a farne con la storia di questa vita e creando delle relazioni di potere asimmetriche basate ancora una volta sulla linea del colore.

Per poter essere accettati, per poter affacciarsi a questa parte di mondo, solitamente bisogna aderire alla categoria di “vittima”, con tutto ciò che esso comporta: l’idea di individui fragili e deboli che necessitano protezione, l’esclusione dalla storia e la condanna ad un eterno presente non di soggetti parlanti e agenti, ma di oggetti parlati e agiti. Spesso, in particolare tra le donne obbligate o meno a prostituirsi,  non vi è un’auto-percezione in quanto vittime e questo genera uno scarto traumatico tra la nostra rappresentazione di ciò che loro sono e l’auto-rappresentazione che queste donne hanno di loro stesse. Alle donne in particolare ci si approccia generalmente tra compassione e repressione: la categoria della vittima le rende più facilmente riconoscibili, ma allo stesso tempo rimangono portatrici di un femminile da rieducare, bisogna ricondurle a modelli di femminilità “emancipata” o alla maternità. Queste donne sono per noi corpi femminili da liberare, da avvicinare alla nostra proposta di un certo tipo di donna.

Per poter rimanere nella civile Europa bisogna dunque essere disposti a mettere da parte tutti quei “sogni muscolari del colonizzato” di cui parlava Frantz Fanon[3] ed assoggettare completamente il proprio corpo ad un corpo produttivo, assecondando esigenze altrui, oppure al corpo sofferente della vittima, alimentando la progressiva perdita di potere e di controllo sulla propria vita che già il sistema dell’accoglienza produce. La dimensione del desiderio nel progetto migratorio non viene presa in considerazione, ma tutto si legge piuttosto attraverso la categoria del bisogno. Il desiderio, spesso, è anche quello di far parte di un mondo globale e propagandato come tale, e attraverso il viaggio parteciparne al flusso e opporsi ad un ordine sociale percepito come ingiusto, lottando contro la condanna ad essere locali.

Bisognerebbe anzitutto posizionarsi, e rendersi conto delle relazioni inique di potere e gli stereotipi a cui queste persone vengono condannate. Le rappresentazioni cambiano a seconda delle esigenze, economiche e produttive prima di tutto, ma anche politiche ed elettorali. Le ideologie razziste sono, insomma, il riflesso di altri fattori strutturali, e gli stereotipi invece diventano delle giustificazioni dello sfruttamento a cui si sottopongono le persone. Sfruttamento e razzismo, quindi, sono in dialettica tra loro, dove i pregiudizi razzisti nascono proprio all’interno di questo sfruttamento, e allo stesso tempo lo strutturano.  Determinano allo stesso tempo la riproduzione di una forma di potere sul corpo del soggetto «colonizzato»: da una parte, il potere di escluderlo dal progetto di comunità, e dall’altra il potere di usare questo suo corpo come forza-lavoro, permettendo la riproduzione del sistema e generando una contraddizione strutturale.

Il fenomeno dell’immigrazione, tuttavia, ha anche una funzione specchio sulla società: ci rimanda indietro i nostri limiti, aiutandoci a riconoscerli e, eventualmente, provare a costruire qualcosa di migliore. Du Bois aveva individuato i neri, nonostante fossero sfruttati da sempre, come filo conduttore dell’intera storia americana, e come coloro che avevano immaginato il tipo più avanzato di democrazia fatto fino a quel momento. Il processo di soggettivazione dei movimenti neri aveva avuto un ruolo fondamentale nella riorganizzazione e nella rimessa in discussione del concetto stesso di democrazia, e non solo per loro, ma per tutti. Non vedo quale miglior auspicio augurare alla nostra decrepita Europa.

 

Su, compagni, è meglio decidere di cambiare sponda. La grande notte nella quale fummo immersi, dobbiamo scuoterla e venirne fuori. Il giorno nuovo che già si leva deve trovarci fermi, preparati e risoluti. 

Dobbiamo lasciar stare i nostri sogni, abbandonare le vecchie credenze e le amicizie di prima della vita. Non perdiamo tempo in sterili litanie o in mimetismi stomachevoli. Lasciamo quest’Europa che non la finisce più di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, a tutti gli angoli delle sue stesse strade, a tutti gli angoli del mondo.

(Frantz Fanon, I dannati della terra)

 

[1]Ania Loomba, Colonialismo/Postcolonialismo (pag. 165)

[2]Malcom X, A Message to the Grassroots, 10 novembre 1963

[3]Frantz Fanon, I dannati della terra (pag. 16)

 

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