di Fabio Ciabatti

Alain Badiou, Ribellarsi è giusto! L’attualità del maggio 68, Orthotes Editrice, 2018, pp. 107, € 14.

Perché continuare a parlare del ’68 a cinquant’anni di distanza dal maggio francese? Perché, risponde Alain Badiou, nonostante moltissimo sia cambiato da allora, noi siamo contemporanei del ’68, abbiamo lo stesso problema: riprendere e al tempo stesso reinventare il comunismo. Per poter fare questa affermazione Badiou deve leggere le vicende di quell’anno (e di quelli che verranno dopo) alla luce di una vera operazione filosofica, deve cioè interpretarle attraverso il concetto di “evento”.

Ma di quale ’68 stiamo parlando? Nel breve testo Ribellarsi e giusto! l’autore ne individua quattro e questa segmentazione spiega come mai le memorie e i bilanci storico-politici possano essere molto differenti. In primo luogo c’è il ’68 liceale e studentesco, quello più noto e spettacolare con le manifestazioni di massa, gli scontri e le barricate. Si è trattato di un fenomeno mondiale, ma che ha riguardato una minoranza proveniente dalla borghesia dominante (e questo spiega il successivo ritorno all’ordine di molti militanti e leader dell’epoca). Da un punto di vista ideologico questa gioventù si caratterizzava per un misto di virulenza anarchica, dogmatica marxista e accettazione generalizzata della legittimità della violenza (anche se essa fu agita per lo più da piccoli gruppi organizzati in funzione essenzialmente antirepressiva).
Il secondo ’68, sostiene Badiou, è quello operaio che diede luogo al più imponente sciopero generale della storia francese. Esso si è articolato intorno alle grandi fabbriche e alle imprese nazionalizzate, essenzialmente strutturato e animato dai sindacati, in specie la CGT, legata al Partito comunista francese. Partito e sindacato cercarono di isolare il contesto operaio dalla rivolta studentesca, ma questo non impedì lo svilupparsi di caratteristiche comuni. In primo luogo il movimento nelle fabbriche fu iniziato da giovani operai al di fuori delle strutture sindacali, utilizzando metodi di lotta non convenzionali come gli scioperi selvaggi (che in realtà partirono nel ’67, prima della rivolta studentesca) e, soprattutto, l’occupazione delle fabbriche, pratica ereditata dai grandi scioperi del ’37 e del ’47, ma mai sperimentata in forma così estesa. Anche nel ’68 operaio, inoltre, ci fu un’ampia accettazione della violenza, come testimoniano i sequestri dei dirigenti e gli scontri con i quadri locali e i CRS (la celere francese). Infine, quando il protocollo di intesa negoziato da Partito comunista e CGT fu presentato nelle fabbriche per porre fine agli scioperi, gli operai lo respinsero nonostante le numerose conquiste che esso assicurava. Questo rifiuto manifestava una soggettività operaia che associava allo sciopero qualcosa di ancora indistinto che però andava al di là della classica dialettica sindacale.
Il terzo ’68, prosegue Badiou, è quello libertario, figlio del comunismo utopico e del surrealismo. Questioni dominanti erano la trasformazione dei costumi, i nuovi rapporti amorosi e le libertà individuali. Una sorta di calderone anarchico, sostiene Badiou, che vide il trionfo dell’estetica sulla politica e che influenzerà la sfera culturale con le sue idee di un nuovo linguaggio pubblico, di un nuovo stile di azione collettiva ecc.

Infine c’è il quarto ’68 che è costituito dalla diagonale (attenzione, non la sintesi) degli altri tre. Per spiegarsi Badiou ricorre a un racconto personale. Siamo in una piccola università di provincia che, sulla scia degli eventi parigini, è in sciopero. Nasce l’idea di una manifestazione che si deve concludere davanti alla principale fabbrica locale, anch’essa in sciopero. “Cosa andavamo a fare laggiù? Non lo sapevamo, avevamo solo la vaga idea che la rivolta studentesca e lo sciopero operaio dovessero unirsi senza l’intermediazione delle organizzazioni classiche”. Nonostante la diffidenza di un gruppo di sindacalisti, si avvicinò qualche giovane operaio e poi altri ancora. “Iniziammo delle discussioni informali. Avvenne una sorta di fusione locale”. Si fissarono delle riunioni comuni all’interno della città e “costruimmo così la possibilità di una diagonale attiva tra i due Maggio 68”.1 Dal punto di vista dell’atteggiamento soggettivo, l’atmosfera era segnata da “un entusiasmo al tempo stesso gioioso e angosciato”, tipico della filosofia del terzo ’68.2
Il quarto ’68, secondo Badiou, esprime la convinzione che la vecchia concezione della politica è giunta al termine e avvia la difficile ricerca di una forma nuova dell’agire collettivo. La vecchia concezione parte dall’idea che la possibilità dell’emancipazione è inscritta e perfino programmata nella realtà storica e sociale grazie all’esistenza di un agente storico, oggettivamente dato, che per trasformarsi in potenza soggettiva deve essere rappresentato da un partito. Questo deve essere presente in tutti i luoghi di potere e di intervento per trasportarvi la forza e il contenuto dei movimenti sociali i quali, lasciati a se stessi, possono soltanto esprimere rivendicazioni particolari e organizzarsi in forma sindacale.
Le organizzazioni tradizionali e la democrazia rappresentativa, di cui esse rappresentavano i necessari organi, vennero aspramente criticate e delegittimate durante il ’68. La ricerca di una nuova politica avvenne però alla cieca anche perché la critica del vecchio fu fatta utilizzando il suo stesso linguaggio. Di qui la tematica chiaramente insufficiente del tradimento. Seppur a tentoni, qualcosa di nuovo è però emerso, non tanto in concomitanza dell’esplosione del maggio, ma attraverso il decennio successivo, grazie a una ricerca, al contempo pratica e teorica, svolta da un pugno di intellettuali, da un migliaio di studenti e liceali, da qualche centinaio di operai e di donne delle case popolari e anche da un bel po’ di proletari spesso provenienti dll’Africa.
Il ’68, in particolare il quarto, ha dunque reso possibile, anche se in forma meramente temporanea e localizzata, come nella città di provincia di cui ci racconta Badiou, qualcosa che immediatamente prima era assolutamente inverosimile, inimmaginabile. È questa la cifra di un evento, inteso nel senso filosofico di Badiou: un accadimento le cui conseguenze sono necessarie anche se imprevedibili prima dell’accadimento stesso. L’evento ’68 ci ha rivelato che, se una nuova politica comunista è possibile “essa partirà dai legami di massa, sarà un attraversamento delle classificazioni stabilite, non organizzerà ciascuno al suo posto ma al contrario consentirà degli spostamenti, materiali e mentali, strabilianti”.3 Il quarto ’68 ci ha mostrato che “il rovesciamento dell’inesorabile, della sordida gerarchia delle fortune, delle libertà e dei poteri erano politicamente possibili attraverso un interventismo inedito e la ricerca esitante di forme organizzative adeguate all’evento”.4 Tutto ciò appartiene, in senso stretto, al quarto ’68, l’unico che secondo Badiou ha avuto le caratteristiche dell’evento, in quanto è l’unico che, al di là dell’esplosione iniziale, innesca nuovi e straordinari processi di lunga durata.

Anche il lungo ’68 francese fu però interrotto: a livello intellettuale dalla “controcorrente ideologica e rinnegata” chiamata nouvelle philosophie, successivamente dalla vittoria elettorale della sinistra del socialista Mitterand e, infine, dal trionfo di un capitalismo tornato alla sua primitiva ferocia liberale. L’elezione di Mitterand, come tutti i ritorni all’ordine, ha prodotto una breve illusione in una larga parte del popolo. Per le giovani generazioni, ci ricorda Badiou, è stato necessario riapprendere dolorosamente che la sinistra non è una nuova possibilità della vita politica, ma solo uno spettro fortemente segnato dalle stigmate della putrefazione.
Purtroppo dobbiamo notare che il ciclo dell’illusione e della disillusione sembra ripresentarsi in continuazione. Per rompere la gabbia di questa coazione a ripetere, apparentemente inesorabile, le indicazioni di Badiou non saranno forse sufficienti, ma sono senz’altro preziose. Secondo il filosofo francese dobbiamo in primo luogo mantenere viva l’ipotesi storica di un mondo liberato dalla legge del profitto. È più importante sostenere che il mondo attuale non è necessario piuttosto che affermare “a vuoto” che un altro mondo è possibile, perché nella “vera politica”, così come definita attraverso la logica dell’evento, si va dalla non-necessità alla possibilità. In secondo luogo, la principale virtù politica che oggi ci manca è il coraggio. Non solo il coraggio di affrontare la polizia, senz’altro necessario, ma anche quello di difendere e di praticare le nostre idee, di utilizzare quelle parole che non osiamo più pronunciare. Spetta a noi criticarle, dare loro un nuovo senso, sulla scia del ’68. “Noi dobbiamo poter dire ancora ‘popolo’, ‘operaio’, ‘abolizione della proprietà privata’ etc., senza sembrare inattuali”.5 Infine, secondo Badiou, dobbiamo tornare a porci il problema dell’organizzazione, facendo tesoro dei multiformi esperimenti cominciati nel ’68 e partecipando alle sperimentazioni locali e alle battaglie politiche attuali da cui nascono nuove figure organizzative. Ben sapendo che la questione più difficile da risolvere è proprio quella di sapere di quale tipo di forma associativa abbiamo bisogno. In breve “dobbiamo avere il coraggio di avere un’idea. Una grande idea”6 attraverso la quale legarci alle immense masse di operai e di poveri che vagano sulla superficie della terra per trovare un luogo in cui vivere. Per tornare a dire “Ribellarsi è giusto”.


  1. Alain Badiou, Ribellarsi è giusto!, Orthotes Editrice, 2018, pp. 60-61. 

  2. Ivi, p. 63. In realtà Badiou attribuisce un valore secondario al terzo ’68, nei confronti del quale traspare, in modo forse ingeneroso, una certa antipatia. 

  3. Ivi, p. 65. 

  4. Ivi, p. 66. 

  5. Ivi, p. 71. 

  6. Ivi, p. 76. 

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