di Gian Filippo Pizzo

Avevo già iniziato a redigere questo articolo quando, per scrupolo, mi è venuto in mente di controllare il significato esatto del termine. Ecco la spiegazione che ne dà Wikipedia: “Per distopia (o antiutopia, pseudo-utopia, utopia negativa o cacotopia s’intende una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa. Il termine, da pronunciarsi ‘distopìa’, è stato coniato in contrapposizione a utopia ed è utilizzato soprattutto per descrivere un’ipotetica società (spesso collocata nel futuro) nella quale alcune tendenze sociali, politiche e tecnologiche percepite come negative o pericolose sono portate al loro limite estremo”. La definizione corrisponde a quello che ho sempre pensato, più o meno (non mi è chiaro l’aspetto tecnologico, e anche quello sociale, se considerati da soli), ma il punto è che quando Wikipedia stila gli elenchi delle opere letterarie e cinematografiche ecco che ne compaiono molte che non si attagliano alla definizione.

Per esempio, Blade Runner: è vero che il film descrive una LosAngeles futura molto degradata fisicamente e moralmente, è vero che c’è inquinamento e che gli animali sono quasi scomparsi, è vero che la situazione non è per nulla agevole – soprattutto per i replicanti! – ma tutto questo non deriva da una diversa organizzazione politica, da un nuovo regime, è semplicemente il risultato di una involuzione della società legata ai disastri ambientali. Nel film non si fa riferimento alla politica o all’assetto amministrativo, mentre  nel libro che lo ha ispirato (Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick), c’è solo un accenno al fatto che San Francisco dopo una catastrofe nucleare mondiale sia governata da un dittatore. Stesso discorso si può fare per un altro capolavoro, The Road, dal romanzo capolavoro anch’esso La Strada di Cormac McCarthy: qui siamo in un futuro post nucleare in cui l’umanità sopravvissuta vive allo stato brado in branchi e in cui è possibile (come rivela il finale) che ci siano comunità “buone”. Anche in questo caso non c’è in pratica nessuna menzione a strutture politiche o sociali, quindi il suo inserimento nella categoria dell’antiutopia mi sembra dubbio. E, guardando gli elenchi di Wikipedia tanti altri esempi si potrebbero fare: mi limito senza discuterne ad accennare a tre opere, sempre romanzo + film: I figli degli uomini, Fatherland, Non lasciami.

Ho deciso quindi di attenermi a quello che è il mio concetto di utopia negativa, legato essenzialmente all’aspetto politico, quindi con una discussione più approfondita delle strutture istituzionali.

L’antiutopia letteraria nasce probabilmente con I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift del 1726, più esattamente con le ultime due isole visitate al nostro viaggiatore (non farò accenno ai molti film perché omettono queste parti) ma si sviluppa nella seconda metà dell’Ottocento, e ancora di più nel Novecento dopo la Prima Guerra Mondiale e soprattutto dopo la Seconda. Tralasciando capisaldi quali Il tallone di ferro (1908) di Jack London, le opere di Karel Čapek e Noi (1921) di Evgenij Zamjatin, che non hanno avuto trasposizioni cinematografiche, la prima citazione da fare è per Metropolis (1927) di Fritz Lang, co-sceneggiato da lui e dalla moglie Thea von Harbou sulla base di un romanzo (pubblicato a puntate nel 1925) che Lang stesso aveva chiesto alla moglie di scrivere perché ne fosse tratto un film. Il film ha qualche differenza con la trama del libro, in particolare sono stati omessi tutti gli accenni all’occulto che era una passione di Thea: tra le altre, mancano tutti i colloqui di Joh Fredersen con l’anziana madre – l’ultimo dei quali conclude il romanzo, dopo la riappacificazione sociale della pellicola – e la scena iniziale del racconto introduce subito la figura di Freder che suona l’organo nella sua stanza mentre ripensa al suo incontro, in un club, con una bella giovane (ovviamente Maria). A parte questa e altre differenze minori, romanzo e film procedono di pari passo, sia come trama che come valenza. Tutti, credo, abbiamo in mente anche solo per averne visto qualche spezzone le scene dell’ambiente dorato dove vivono i ricchi e quelle degli operai quasi privi di volontà che lavorano incessantemente alla macchina che fa funzionare la città tecnologicamente avanzatissima, raffigurata come il dio fenicio Moloch; la giovane Maria che invita i proletari alla pazienza e la “robotrix” che si sostituisce a lei fomentando la rivolta; lo scienziato folle Rotwang, la drammatica rivoluzione e quel finale che sa di posticcio con un apologo simile a quello di Menenio Agrippa che ristabilisce l’ordine sostenendo che tutti hanno un ruolo nella società e ciascuno deve attenervisi per il bene di tutti. Un capolavoro della distopia con scene e personaggi ormai entrati nella coscienza collettiva, veri archetipi junghiani.

Metropolis non piacque a Herbert George Wells, il quale lo giudicò superficiale e noioso e che più tardi scrisse la sua visione del futuro nel saggio The Shape of Things to Come (1934) che avrebbe ispirato il film di Cameron Menzies Nel 2000 guerra o pace (1936, noto anche come La vita futura) del quale lo stesso Wells fu supervisore: lo citiamo solo en passant, non essendo tratto da un romanzo. Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley è uno dei testi più citati sull’argomento, anche se dal punto di vista narrativo è piuttosto carente perché non vi è una vera e propria trama ma dei personaggi ( il più importante è John “il selvaggio”, nato  in maniera naturale ed educato fuori dalla civiltà, con cui entra in contrasto) chiamati a illustrare le meraviglie del mondo dell’Era Ford, l’era in cui tutto si basa sulla produzione in serie (anche la procreazione), si impara attraverso l’ipnopedia , non esiste più la famiglia e i cittadini sono divisi in caste. La distopia di Huxley è di ardua trasposizione cinematografica, per quanto alla lettura resti ancora interessante e in tal senso abbia ispirato moltissimi scrittori di fantascienza. Per trasferirla sullo schermo occorre semplificare, condensare, minimizzare molti episodi, ma il rischio che si corre è quello di tradire il testo in maniera eccessiva. È quello che puntualmente succede nelle due trasposizioni che ha avuto, Il mondo nuovo (1980) di Burt Brinckerhoff, miniserie televisiva, e l’inedito da noi Brave New World di Leslie Libman e Larry Williams, che oltretutto interpola il testo dal punto di vista scientifico (si parla di manipolazione genetica ma il libro fu scritto prima della scoperta del DNA) e inserisce un “lieto fine” molto discutibile.

Il capolavoro assoluto, ancora oggi, dell’utopia negativa è 1984 (1949) di George Orwell, che al contrario del precedente ha una trama sviluppata e persino coinvolgente, visto che narra le sventure di Winston Smith, impiegato addetto a correggere i vecchi libri e giornali per adeguarli all’ideologia revisionista della dittatura del “Grande Fratello”, in un’Inghilterra che fa parte di Oceania, uno dei tre blocchi in conflitto tra loro in cui si è divisa la geopolitica dopo una catastrofe atomica, gli altri essendo Eurasia e Estasia. Smith, contrario al regime ma tranquillo, conosce Julia che fa parte di un’organizzazione segreta, diventano amanti e rivoluzionari, si incontrano clandestinamente, vengono scoperti, imprigionati, sottoposti a tortura e, infine, al lavaggio del cervello: usciti di galera si incontreranno per caso in un parco, si confesseranno di essersi traditi a vicenda ma comunque ormai sono diventati sostenitori del “bispensiero” del regime. Indipendentemente che si tratti di un’opera anticomunista, come sostengono alcuni, o semplicemente anti totalitaria, come dice la maggior parte dei critici, 1984 è un apologo contro i regimi, contro la manipolazione del pensiero, la pubblicità  e la falsificazione dei fatti storici, ma non va trascurata la splendida caratterizzazione della psicologia del protagonista, che molti non evidenziano.

Ebbe tre trasposizioni per lo schermo, la prima nel 1954 in un adattamento televisivo BBC di Nigel Kneale (il creatore di Quatermass) che suscitò polemiche e interrogazioni parlamentari perché il contenuto fu giudicato eversivo; segue la trama pur con qualche inserimento non sempre necessario e qualche lungaggine di troppo, ma è ancora oggi fruibile e apprezzabile anche per l’ottima interpretazione di un giovane Peter Cushing (chi sa l’inglese può trovarlo su Youtube). La seconda nel film diretto da Michael Anderson distribuito in Italia come Nel 2000 non sorge il sole (1956), molto fedele al romanzo eccetto che per il finale in cui i due ribelli vengono fucilati, ma con un tono molto cupo che esalta la drammaticità della vicenda in maniera eccessiva e pesante. La versione migliore è la terza, distribuita in Italia come Orwell 1984 proprio nel fatidico anno, con due eccezionali John Hurt e Richard Burton alla sua ultima interpretazione; fedelissima al romanzo sia come trama che come essenza  – per questo il regista Michael Redford fu accusato di mancanza di creatività – ne rende visivamente in ogni scena il disagio esistenziale del protagonista e l’orrore di un futuro totalizzante. Orwell aveva già scritto nel 1945 anche La fattoria degli animali, anche questo portato sugli schermi, una parabola che in quanto tale non mi sembra rientrare appieno nel discorso, come del resto il successivo Il signore delle mosche (1954) di William Golding.

Attengono parzialmente al tema Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury e Arancia meccanica (1962) di Anthony Burgess, parzialmente perché non ci danno un quadro complessivo della società futura: il primo ci dice soltanto che i libri saranno odiati e proibiti, tanto che i pompieri invece di spegnere gli incendi sono preposti a bruciare i libri, provocando la ribellione del pompiere Montag che alla fine si rifugerà in una comunità in cui membri imparano a memoria i capolavori della letteratura per poterli tramandare (lo splendido film omonimo fu girato da François Truffaut nel 1966). Il secondo descrive una Londra in cui i giovani “drughi” si danno impunemente a ogni sorta di nefandezza, compresi stupri e “ultraviolenza”, ma la cura riabilitante cui verrà sottoposto il protagonista Alex lo ridurrà una larva incapace di agire: l’epocale film dallo stesso titolo fu diretto da Stanley Kubrick nel 1971. Solo una breve citazione per Largo! Largo! (1966) di Harry Harrison, da cui è stato tratto nel 1973 il film 2022: i sopravvissuti di Richard Fleischer con Charlton Heston e un commovente Edward G. Robinson, perché si tratta di opere – sia il libro che il film – non particolarmente impegnate ma di intrattenimento: la sovrappopolazione costringe la società a eliminare gli anziani, ma quello che il popolo non sa è che l’alimento base della nutrizione chiamato Soylent Green non è fatto di “soia e lenticchie” ma dai cadaveri degli eliminati…  Quasi stesso discorso per La fuga di Logan (1967) di William F. Nolan e George Clayton Johnson – il film di Michael Anderson e la serie televisiva omonimi sono rispettivamente del 1976 e 1977-78 – dove il limite dell’esistenza è fissato addirittura a soli 21 anni, così Logan diserta da poliziotto e decide di fuggire assieme a coloro che prima cacciava.

 

E arriviamo a Margaret Atwood (la quale più avanti sfiorerà nuovamente il tema con la trilogia post apocalittica di MaddAddam, che però rientra nei casi che ho citato all’inizio) che nel 1985 pubblica Il racconto dell’ancella, l’ultima grande antiutopia del secolo, ambientata in un futuro non molto lontano. A posto degli Stati Uniti del nord c’è la Repubblica di Galaad, totalitaria e teocratica, che si è data il compito – Bibbia alla mano, esattamente  Genesi 30,1-4 – di sopperire al calo demografico dovuto all’infertilità femminile causata dall’inquinamento  radioattivo e chimico (c’è anche quella maschile, ma non se ne può parlare). Per questo le poche donne fertili vengono forzatamente trasformate in “ancelle” e smistate in varie famiglie allo scopo di avere rapporti sessuali con il capo famiglia (alla presenza della moglie e della servitù) fino a quando non resteranno incinte: dopo il parto il bambino sarà loro tolto ed esse riassegnate a un’altra famiglia. A corollario di questo vengono proibite le altre religioni, il divorzio, l’omosessualità  e la fornicazione (i colpevoli vengono impiccati ed esposti pubblicamente), la società è divisa in caste, non c’è denaro e i beni si acquistano con dei buoni, ma come in tutte le dittature l’élite si concede di nascosto tutti i divertimenti proibiti. La storia è raccontata da una di queste ancelle – divenuta tale perché sposata in seconde nozze, e privata della sua bambina – in una musicassetta che si finge ritrovata nel futuro, ma non la rivelerò, se non per accennare che c’è comunque chi si ribella. La canadese Atwood sferra un durissimo colpo alla società americana, al suo peculiare concetto di patria, al militarismo, al fascismo sotteso, al razzismo, all’idea che gli americani hanno del ruolo della donna, al falso perbenismo e al puritanesimo.

Visto che il romanzo, grazie alla recentissima versione televisiva, sta avendo nuovo successo in tutto il mondo, è bene sottolineare che le critiche di Atwood sono sempre valide, anzi nell’era di Trump ancora di più. La prima versione per lo schermo è cinematografica: stesso titolo italiano, regia di Volker Schlöndorff, sceneggiatura magistrale del futuro premio Nobel Harold Pinter, interpreti azzeccati Natasha Richardson, Faye Dunaway e Robert Duvall, anno 1990. In soli 109 minuti il film riesce a rendere tutto quello che c’è nel libro grazie a dialoghi scarni, inquadrature essenziali, vicenda condotta con linearità ma senza trascurare di dare il giusto spessore ai personaggi. Insomma, per me anche il film è un capolavoro e non riesco a spiegarmi il successo e i premi della serie tv (in italiano mantiene il titolo originale The Handmaid’s Tale) del 2017, che diluisce eccessivamente la storia e inserisce nuovi avvenimenti, come ad esempio tutti i flashback in cui la protagonista Difred ricorda la sua vita precedente, che nel romanzo si riducono ad accenni di poche righe. Il tempo dilatato di molte sequenza, i lunghi silenzi, l’insistenza su scene dove non succede niente vorrebbero forse riallacciarsi alla scrittura intimistica di Atwood, ma sulla pagina scritta sono un’altra cosa. Tanto più che la seconda stagione è completamente slegata dal libro, anche se ne costituisce un’evoluzione ragionevole. Comunque, se questo serve a far leggere il romanzo e a far  riflettere, ben venga!

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