di Luca Baiada

1 8 0 0 2 5. Ricordo questo numero e non l’ho mai scritto prima d’ora. L’ho visto una volta, non era su carta né su uno schermo né su un oggetto. È sul braccio di un uomo.

A Sergio Fogagnolo i nazifascisti uccisero il padre nel 1944; era piccolissimo, chiede giustizia da una vita. Un suo amico ebreo sopravvissuto ad Auschwitz e a Mauthausen, Teo Ducci, aveva «180025» sul braccio, e Fogagnolo gli aveva promesso che alla sua morte il numero non sarebbe svanito. C’è chi mantiene la parola. Fogagnolo non fa spettacolo del tatuaggio, ma col caldo porta le maniche corte.

Da qualche anno la Germania, per non risarcire le famiglie delle vittime di stragi e deportazioni, finanzia con poca spesa iniziative culturali, per esempio l’Atlante delle stragi, che ha il sostegno del Ministero degli esteri e dell’Anpi. C’è chi protesta: Berlino fa la faccia bella e gli italiani restano a mani vuote. Ma l’anno scorso l’allora presidente dell’Anpi, Carlo Smuraglia, in un comunicato ha chiamato i contestatori «piccolo coro» e ha aggiunto: «La nostra pazienza ha un limite». Smuraglia ha accennato all’eventualità di agire in giudizio contro di loro, e ne ha nominato in particolare uno: «Da qualche tempo il prof Lido Lazzerini (sopravvissuto alla strage di Monchio del 4-5 maggio 1944) ha imbastito una polemica sul tema dei rapporti con la Germania, le riparazioni e soprattutto i risarcimenti».

Qualsiasi opinione si abbia dell’Atlante delle stragi come prodotto culturale – la mia è critica – è certo che contiene molti dati. Comprende un corposo volume e un sito consultabile con apparecchi da tavolo, portatili, tascabili, ultrapiatti eccetera. Insomma, ci si aspetta che la memoria ci guadagni.

Effettivamente, a Lazzerini i nazifascisti uccisero il padre e due zii, ma non a Monchio come ha scritto Smuraglia, a Mommio. In realtà si sta parlando di tre luoghi diversi, e tutti subirono violenze tedesche, perché la violenza fu ovunque: Monchio delle Corti, un comune in provincia di Parma; Monchio località del comune di Palagano, in provincia di Modena; Mommio località del comune di Fivizzano, in provincia di Massa Carrara. I due Monchio sono in Emilia Romagna, Mommio è in Toscana.

I nomi sono simili e la caccia all’errore è pignoleria. Farne una colpa di Smuraglia sarebbe ingeneroso e fuorviante: l’errore è nel metodo, non del singolo, e chiunque avrebbe potuto sbagliare. Ma proprio questo dimostra che la memoria catalogale, quella con l’elenco freddo e minuzioso, non funziona. Dell’Iliade, chi non ha dinanzi agli occhi il cavallo di Troia? E chi rammenta un solo nome dal Catalogo delle navi, nel secondo libro? Eppure il Catalogo occupa più di duecento versi, e il cavallo, che sta impresso nei cuori, in tutta l’Iliade non c’è.

Il comunicato dell’Anpi, difendendo l’Atlante delle stragi, ne prende una avvenuta in Lunigiana e la colloca in Emilia. Così era nel testo originario, perché adesso, sul sito dell’associazione, la strage del maggio 1944 si chiama col nome giusto: Mommio.

Scrivere su Internet non è come segnare la carne, perché la carne è altro. Le persone, calde e mortali come la pelle che le veste, possono fare cose spaventose e meravigliose. Le preferisco ai computer.

Ricordare, scrivere, sbagliare, cambiare. Insomma, vivere. Ezechiele – uno che per scuotere il suo popolo lo paragona a una prostituta – mangia un rotolo scritto dentro e fuori; è dolce come miele e gli fa profetare: «Toglierò dal loro corpo il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne». E poi dice che la cultura non si mangia.

Cremuzio Cordo – uno che sotto la prepotenza di Tiberio scrive di storia lodando Bruto e Cassio – lo accusano di lesa maestà e si lascia morire di fame. Il suo rotolo lo bruciano e un cittadino protesta: «Gettate nel rogo anche me, che so quelle storie a memoria!». Però. Di Cremuzio scrivono Livio, Quintiliano, Tacito, Svetonio e Dione Cassio; sul cittadino pronto a bruciare come in Fahrenheit 451 insiste Giuseppe Mazzini. Sono notizie che scottano.

Nel film Il treno, del 1964, il macchinista Papa Boule (è Michel Simon, formidabile) parla con un collega nel caffè di una stazione, nella Francia occupata; c’è un treno tedesco carico di opere d’arte francesi. Il collega: «Hai letto che c’è scritto su quelle casse?» – Papa Boule: «Io non credo a niente di quello che scrivono. Quadri? Tu apri una cassa e ci trovi champagne e profumi e le altre cose che ci stanno rubando». Ma Papa Boule ha buona memoria: «Renoir!? Conoscevo una modella, che posava per Renoir. Puzzava di vernice». Saboterà la locomotiva, sputerà su un tedesco e sarà fucilato.

Invece nel film Un condannato a morte è fuggito, del 1956, il partigiano prigioniero riceve una spilla da balia per aprire le manette. Sul cartoccio in cui è nascosta legge una sola parola: courage. La fuga riuscirà.

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