di Alessandro Villari

Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Tempi Nuovi Laterza, 2017, pp. 173, € 14,00.

Ho iniziato a scrivere queste note a margine del libro di Marta Fana a bordo di un volo Ryanair. La vertenza (internazionale) sulle condizioni di lavoro inaccettabili imposte dalla compagnia a piloti e hostess, che in Italia hanno proclamato il loro primo sciopero nazionale per il prossimo 26 ottobre, è scoppiata quando il volume probabilmente era già in stampa. Non è perciò citata direttamente, ma se ne trova ugualmente una descrizione piuttosto accurata nel passaggio in cui l’autrice spiega come “dietro la frenesia del risparmio, della ricerca della spedizione gratuita su cui una commessa si concentra per assolvere alla sua funzione di consumatore si annidano sia l’impoverimento del lavoratore-consumatore sia lo sfruttamento del lavoro nella logistica”. Basta sostituire spedizione gratuita con volo più economico e logistica con trasporto aereo e il gioco è fatto.

Lo spostamento dell’“inquadratura” operato dalla narrazione dominante, dai diritti dei lavoratori ai diritti dei consumatori, è appunto uno dei dispositivi più penetranti ed efficaci per isolare i settori più combattivi del mondo del lavoro, in particolare quelli della logistica e dei trasporti, e depotenziarne le lotte. L’autrice lo spiega con chiarezza, insieme agli altri strumenti fondamentali dell’armamentario ideologico padronale: la “meritocrazia”, brandita come un’accetta per tagliare i diritti fondamentali (all’istruzione, alla salute, alla casa) e imporre all’ingresso una selezione di classe; la “flessibilità”, che da vent’anni a questa parte avrebbe dovuto garantire più opportunità di lavoro per le giovani generazioni ma al contrario ha significato per tutti minori tutele e condizioni di lavoro peggiori e più incerte; strettamente connesso ai primi, l’individualismo, il principio per cui ci si deve “fare da sé” in una competizione al ribasso in cui a essere premiato è chi è disposto a farsi sfruttare di più, fino al lavoro gratuito spacciato come imperdibile opportunità nelle settimane di Expo, oppure imposto agli studenti medi con l’alternanza scuola-lavoro.

Con una prosa appassionata e carica di partecipazione, in ogni capitolo di questo viaggio allucinante attraverso le mille forme dello sfruttamento Marta Fana racconta storie esemplari raccolte nel suo lavoro di inchiesta, e analoghe a quelle che ognuno ha conosciuto o sperimentato con mano in questi anni, e le confronta con la propaganda e la fraseologia del potere economico e politico. Quindi tratteggia con precisione il susseguirsi delle controriforme che di questo sfruttamento sempre più intenso hanno creato gli strumenti legali ed economici: dall’istituzione del lavoro interinale e di altri “contratti atipici” con il Pacchetto Treu del 1997 alla liberalizzazione dei contratti a termine nel 2001; dalla Legge Biagi con l’esplosione cambriana dei contratti precari nel 2003 alla possibilità di stipulare contratti aziendali peggiorativi dei contratti collettivi nazionali di lavoro introdotta dalla “manovra di Ferragosto” nel 2011; dalla legge Fornero con la prima poderosa picconata all’articolo 18 nel 2012 alla completa deregolamentazione dei contratti a termine frutto del decreto Poletti nel 2014, fino al Jobs Act del 2015. All’elenco mi permetto solo di aggiungere il Collegato Lavoro del 2010, che ha introdotto nuove forme di ricatto attraverso l’obbligo di impugnare i contratti precari entro 60 giorni dalla loro scadenza. Ognuno di questi strumenti risponde alle esigenze di un padronato straccione e parassitario, che per aumentare la propria quota di profitto ha scelto da tempo, e a maggior ragione nell’epoca della crisi, la scorciatoia della riduzione del costo del lavoro invece della strada degli investimenti e dell’innovazione. Non c’è da stupirsi: è il capitalismo, bellezza.

Il pregio più evidente del libro risiede nella capacità dell’autrice di svelare queste dinamiche, dimostrandone scientificamente, anche grazie a un utilizzo rigoroso e intelligente dei dati statistici, gli effetti in termini di progressiva e costante perdita di diritti, di peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di riduzione delle tutele, di pari passo con un colossale trasferimento di ricchezza dalle tasche dei lavoratori ai profitti delle imprese. La tesi è in fondo questa: la flessibilità in tutte le sue forme ha arricchito, e molto, solo i padroni, mentre ha impoverito e privato di prospettive tutti i lavoratori, specialmente quelli appartenenti a generazioni che ormai solo con una buona dose di sarcasmo si possono definire giovani.

Decenni di concertazione e di arrendevolezza da parte delle organizzazioni che avrebbero dovuto rappresentarla hanno disarmato la classe lavoratrice, aiutando il padronato a convincerla perfino di non esistere in quanto classe, ma solo come somma di individui in competizione tra loro. L’obiettivo dichiarato di Non è lavoro, è sfruttamento è farsi strumento di un riarmo collettivo, possibile a partire dall’abbattimento dei muri artificiali che dividono oggi lavoratori subordinati e finte partite IVA, assunti a termine e con le tutele crescenti, operai della logistica e commessi della grande distribuzione: barriere immaginarie prima ancora che contrattuali, imposte dalla classe dominante che non perde occasione per far valere l’antico principio divide et impera.

Con il suo lavoro Marta Fana offre un grande contributo per compiere questo primo passo. Rimane aperta la questione delle forme con cui organizzare una classe lavoratrice finalmente risvegliata: ma questo è un altro nodo, non era compito di questo libro scioglierlo.

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