di Danilo Arona

ItArriva il momento in cui occorre affrontare certe tematiche di forma e struttura narrativa. Perché sono affascinanti, coinvolgono la dinamica e l’evoluzione dei generi e soprattutto ti riguardano come autore. Bisogna farlo perché in quel poco mondo che ancora legge qualcuno magari non capisce e altri riescono persino ad accusarti di penuria ideativa. C’è anche per fortuna chi capisce e bene, e lo ringrazio. Uno per tutti, Lorenzo Coppolino di mangialibri.com che, scrivendo su Land’s End – Il teorema della distruzione, dice così:

«… un mix di generi, citazioni e suggestioni da cui viene fuori un prodotto altamente originale e coinvolgente pur nel suo essere smaccatamente e impunemente derivativo. Già mi sembra di sentire i soliti rompiscatole che gridano al plagio ma, detto tra noi, penso che trascurino l’aspetto della passione viscerale per una o più cose e il desiderio di volerle omaggiare e rielaborare con la propria qualità e con gli occhi, inarrivabili, dell’estimatore sfegatato. E qui si intravedono tantissime passioni, soprattutto cinematografiche e letterarie che vanno da David Lynch a John Carpenter, da Alfred Hitchcock a Kevin Billington, passando per Daphne Du Maurier e Bram Stoker, Henry James e Ray Bradbury. »

È perfetto e anche lusinghiero. Ma il punto è un altro: ovvero, non ci si può dimenticare che oggi il citazionismo, tanto al cinema che in letteratura, è una delle anime, forse la più importante, del genere (poi, ci starebbe bene una disamina sulla definizione del genere che al momento rimandiamo…). Perché, appunto, qualcuno, liberissimo di farlo, potrebbe urlare al plagio.

Certo, pensare che chiunque possa plagiare mostri sacri e immortali quali Carpenter o la somma Daphne e farla franca è idea di clamorosa ingenuità. La sola scelta di una location nota come Cornovaglia con il suo problematico carico avicolo e climatico è una dichiarazione di intenti che non può che suonare come omaggio, sincero e doveroso, alla regina di tutte le scogliere, la suprema Du Maurier, mai troppo celebrata e mi pare negletta senza giustizia dalle più giovani generazioni. Su quest’aspetto non dovrebbero sussistere dubbi pena la mia sospetta infermità di mente. Ma, se posso insistere ancora per poche righe sul personale, la mia narrativa è quasi tutta citazionistica, intenzionalmente, e credo che l’apice di tanta metodica sia un romanzo di qualche anno fa che s’intitola Io sono le voci (un lavoro che spero presto di restituire alla sua forma originaria), dove alcuni serial killer praticano la bella arte dell’omicidio ispirandosi a  famosi film “gialli” e non solo, ripetendo nella realtà le movenze cinematografiche di alcuni efferati delitti lì messi in scena. Faccenda, va ricordato, tutt’altro che inventata. La psichiatria classifica questi particolari assassini, diffusi soltanto in America, come Copycat Movie Killer e la sindrome che li accompagna Copycat Effect. Uno dei più clamorosi esempi di Copycat Murder è la strage di Aurora del 2012 avvenuta in concomitanza con la prima di The Dark Knight Rises

Come dire: il citazionismo, da ossessione patologica reale, diventa tema portante di un romanzo. Ma, come accennavo più sopra, il mio insignificante caso è tutt’altro che isolato. Al cinema, i più grandi maestri del thriller e del fantastico degli ultimi anni – da Carpenter a De Palma, da Craven e da Tarantino – hanno citato con consapevolezza e a piene mani da grandi autori e reciproci film del passato. La filmografia di John è esemplare al proposito: da un Distretto 13 che aggiorna e ingloba Un dollaro d’onore di Howard Hawks, transitando per Fog ossequiante La nave maledetta di Armando de Ossorio, per giungere a Il seme della follia dove lo stesso citazionismo è un lovecraftiano virus della mente, il percorso del nostro include pure preziose variazioni sul tema come Pericolo in agguato, La cosa, Fuga da Los Angeles che sono “doppi” di altri film, l’ultimo addirittura proprio, 1997 Fuga da New York.

Senza perderci nelle derive hitchockiane di De Palma o nel gioco perverso dei rimandi dei vari Scream di Craven, va da sé che il già detto, il già scritto e il già visto siano sì ammissioni autoriali sullo scarso assortimento di archetipi narrativi da sfruttare, ma soprattutto omaggi, spesso anche comode poltrone, all’interno di un genere fortemente autoreferenziale. Nei serial TV poi la tendenza addirittura si accentua; Stranger Things, gli American Horror Story, The Walking Dead, The Strain, per limitarci ai titoli più conosciuti, pescano a piene mani da un passato, lontano e/o vicino, che ha segnato l’immaginario di generazioni di autori.

Transitando in letteratura, il Re in persona non fa mistero di “citare”. Tutti i suoi Uomini Neri – peraltro Forme diverse di un’unica Cosa – sono macrocitazioni che provengono da un vissuto assimilato soprattutto sugli schermi, al cinema e in TV. Randall Flagg (L’ombra dello scorpione), Colui che Cammina Dietro i Filari (I figli del granturco), il Grande e Terribile Oz (Pet Sematary), il Babbo Traditore Jack Torrance (The Shining). Frank Dodd, il poliziotto killer seriale de La zona morta, ma è anche nello stesso libro Gregg Stillson, il mancato presidente degli USA. Rainbird ne L’incendiaria, Norman – il marito maniaco di Rose Madder nel romanzo omonimo -, lo Stark de La metà oscura, l’assassino delle due sorelline ne Il miglio verde, il “Babauone” di Desperation e l’essere misterioso fatto di buio che spia Jessie incatenata alla spalliera del letto ne Il gioco di Gerald. Si potrebbe ancora andare avanti per molte righe, ma per sintetizzare ha ragione Roberto Pugliese[1] quando scrive che lo spauracchio nei lavori del nostro si può definire come un’escrescenza fantastica coltivata nei più diversi terreni. In quest’ottica a volte si presenta persino come un meta-testo come lo sgabuzzino in cui Carrie viene rinchiusa per punizione dalla madre Donna Nera e dentro il quale il piccolo Tad Trenton (Cujo) vede “una cosa che veglia con occhi come tizzoni”.

It, autentica summa di citazioni elevata all’infinito, irrompe come Super-Spauracchio di più generazioni in una cittadina chiamata Derry. Pure lui una Cosa carpenteriana la cui Forma si ridefinisce in base alla prospettiva di visione: cangiante e multiforme, con il potere di incarnare metalinguisticamente le paure cinematografiche dell’infanzia in solitudine (la pinna dello squalo di Spielberg, l’Occhio che Cammina del film I mostri delle rocce atomiche, uno zombie, un vampiro, il Mostro della Laguna Nera, l’Uomo Lupo, la forma primordiale e sessuale del ragno), It sceglie come maschera dominante e ingannatrice quella di Pennywise, il pagliaccio, ennesimo impostore al pari del Babbo Cattivo e falso amico dei bambini. Ed è su questo livello di falsità che l’escrescenza fantastica al crocevia tra Immaginario e Mondo Reale (John Wayne Gacy) va a materiarsi in un orco solido e freudianamente perturbante.

King quindi come grande magazzino mnemonico (e magazziniere) di decadi di mostri che altro non attendono di essere richiamati nel mondo reale attraverso un Buco nella Realtà. King e ovviamente i suoi epigoni che testimoniano quanto l’horror e il fantastico siano portatori di un metalinguaggio che può apparire spregiudicato, ma che in verità riflette sull’evoluzione dei temi peculiari, non di rado modificandoli con grande intelligenza. Ad esempio, un film come It Follows di David Robert Mitchell, zeppo di citazioni quasi subliminali, lo fa con notevole intelligenza. Proprio perché il citazionismo scorre sotterraneo, per nulla esibito a tutto schermo. Ma esiste, funziona e fa paura.

[1]       . Roberto Pugliese, A uso e consumo di King, La cosa vista n° 13, Centro Universitario Cinematografico, Trieste, 1990.

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