di Gioacchino Toni

guernica_onu1 -New York, sede della Nazioni Unite, febbraio 2003: l’arazzo che riproduce Guernica di Pablo Picasso, affisso nello spazio che porta alla sala del Consiglio di Sicurezza, viene velocemente coperto da un lungo e più rassicurante drappo blu. Nella sede di quell’organismo internazionale che dichiara l’obiettivo di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, si stanno discutendo le misure da adottare nei confronti dell’Iraq e ci si prepara a dare il via ad un massiccio bombardamento in nome della pace e della democrazia. Quell’immagine appesa alla parete non è adatta ad un registro ufficiale che parla di interventi preventivi, umanitari, chirurgici, tutti volti a celare gli esiti dei bombardamenti. Meglio provvedere a coprire l’arazzo. Il registro ufficiale deve mantenersi coerente e coeso. Le immagini non devono contraddire il discorso. Non male l’uscita del portavoce dell’Onu, Fred Eckhard, che si affretta a dichiarare che il motivo del drappo blu steso sull’arazzo è imputabile alla confusione visiva data da quel misto di bianchi, neri e grigi. Di meglio si ricorda solo Cesare Maldini, all’epoca Commissario tecnico della nazionale di calcio italiana, quando, accusato di aver bestemmiato in diretta televisiva, nel corso della partita contro l’Austria, ha commentato: “Non ho detto Dio, ma Zio…”.

L’episodio dell’arazzo celato dai solerti funzionari delle Nazioni unite, è un esempio di come il potere si preoccupi di gestire la propria immagine, il modo in cui vuole essere visto. In generale, affinché tale autoritratto possa avere efficacia retorica nei confronti dei dominati, sono necessarie alcune concessioni ai presunti interessi di quest’ultimi: i governanti che aspirano all’egemonia devono produrre giustificazioni ideologiche di governare per conto dei propri sudditi. Lo studioso James C. Scott, nel suo Il dominio e l’arte della resistenza, uscito in lingua inglese nel 1990, poi tradotto e pubblicato in italiano da Elèuthera nel 2006, esplicita come il discorso contenuto in quello che definisce “verbale pubblico” sia sostanzialmente asimmetrico, essendo “programmato per fare impressione, per affermare e legittimare il potere delle élite dominanti, e per nascondere o mitigare i panni sporchi del loro dominio”. Scott sottolinea come tale verbale pubblico sia conforme al modo con cui i potenti vogliono far apparire le cose, e di come sia orientato sul copione messo in scena del gruppo dominante, ma, se si analizza solo questo, mette in guardia l’autore, è chiaro che se ne deduce un’egemonia totale a favore del potere. Se non viene individuata ed analizzata l’esistenza del “verbale segreto” proprio dei dominati, l’analisi rischia di appiattirsi sul solo registro pubblico favorendo interpretazioni egemoniche delle relazioni di potere. Se non si analizzano forme, pur celate, di dissenso e di resistenza, l’egemonia dei dominanti pare davvero granitica ed inattaccabile. Il processo di dominazione genera, infatti, tanto una condotta pubblica egemonica, quanto un discorso dietro le quinte che riguarda ciò che, secondo l’autore, non può essere detto, per questioni di opportunità contingente, di fronte al potere. Se è pur vero che spesso governanti e governati collaborano tacitamente ad una rappresentazione falsata sotto forma di verbale pubblico, esso non rappresenta la storia completa; all’analisi dei ruoli interpretati sulla scena pubblica da potenti e subalterni, deve aggiungersi quella relativa ai rispettivi discorsi segreti.

James C. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza. I “verbali segreti” dietro la storia ufficiale, Elèuthera, Milano, 2012 (Prima ed. 2006), 302 pagine, € 15,00

James C. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza. I “verbali segreti” dietro la storia ufficiale, Elèuthera, Milano, 2012 (Prima ed. 2006), 302 pagine, € 15,00

Le relazioni tra discorso e potere risultano più evidenti ove maggiore è la divergenza tra verbale pubblico e verbale segreto, dunque Scott privilegia, nel suo saggio, studi incentrati su schiavitù, servitù o subordinazione di casta. Fuori dalla scena pubblica spesso si crea uno spazio (mascherature linguistiche, codici rituali…) in cui ogni gruppo subordinato crea un verbale segreto. Secondo Scott, mettendo a confronto il verbale segreto del debole con quello del potente ed entrambi con il verbale pubblico delle relazioni di potere, la resistenza al dominio può essere affrontata in maniera nuova. Il verbale segreto, che mantiene il dissenso celato, non esplicito, adotta diverse modalità di mascheramento dell’insubordinazione ideologica, ad esempio i contadini e gli schiavi hanno espresso segretamente la propria lotta per opporsi all’appropriazione materiale del loro lavoro, della loro produzione e della loro proprietà attraverso il bracconaggio, l’indolenza, le appropriazioni, le forme di dissimulazione, la fuga ecc. Tali forme di insubordinazione sono dette da Scott “infrapolitica dei senza potere”.
È curioso come i gruppi dominanti, nel notare l’abilità dei subordinati nella gestione dell’apparenza nelle situazioni condizionate dal potere, preferiscano non vedere in essa una strategia di autodifesa, e scelgano di ricorrere all’accusa di falsità innata nei sottoposti, evidenziando la loro indole truffaldina ed ingenerosa. Diversi studi hanno indagato come storicamente attorno, ad esempio, all’appropriazione di beni del signore da parte del contadino, si inneschi un meccanismo simbolico complesso. Lo storico Massimo Montanari segnala come lo “stereotipo del contadino-ladro (colonus ergo fur), diffusissimo nella cultura italiana del XV-XVI secolo, non dev’essere solamente un’ossessione del ceto padronale: il furto costituisce anche dal punto di vista del contadino la forma più semplice (talora l’unica possibile) di lotta contro il privilegio sociale”. Lo studioso Florent Quellier, riferendosi alla Francia del Seicento, segnala come il furto di alimenti, oltre a rispondere ad un bisogno di stretta sopravvivenza, possa nascondere anche un fine simbolico: rubare nel giardino dei signori, che marca la distinzione sociale del proprietario, significa colpire il simbolo del privilegio padronale. [Gli esempi di Montanari e Quellier sono tratti da: “Ideologia della differenza e strategia dell’appropriazione. Il proverbio come luogo del conflitto di classe” pubblicato su Carmilla]

Sebbene il pregevole saggio di Scott si proponga di mostrare l’esistenza tra i dominati di forme di resistenza attuate attraverso quello che definisce “verbale segreto”, in questo scritto si preferisce ricavare dalla sua ricerca una riflessione riguardante il “verbale pubblico” gestito dai dominanti. È per certi versi un uso del testo parziale, politicamente “al ribasso”, rispetto alle finalità dell’autore, ma non mancheranno occasioni per ricorrere alla sua ricerca circa le forme di resistenza.

meeting -“I rapporti di dominio sono al tempo stesso rapporti di resistenza. Una volta stabilito, il dominio non si regge in piedi da solo. Nella misura in cui viene usato per estorcere lavoro, prodotti, servizi, tasse, contro il volere del dominato, genera considerevole attrito e può essere conservato solo attraverso uno sforzo continuo di rafforzamento, mantenimento e adeguamento. Buona parte di questa opera di mantenimento consiste nella ‘simbolizzazione’ del dominio attraverso rappresentazioni e messe in scena del potere”. Ecco, dunque, che la questione dell’autoritratto del potere viene ad avere un ruolo fondamentale nella perpetuazione del dominio. “Affermare, nascondere, eufemizzare, stigmatizzare e infine fornire un’immagine di umanità sono le azioni fondamentali nella drammaturgia del dominio”. Scott, riprendendo Bourdieu, parla di “eufemizzazione” al fine di indicare l’operazione cosmetica del potere di abbellire certi suoi lati che non possono essere negati. L’imposizione di eufemismi nel verbale pubblico maschera gli aspetti sgradevoli della dominazione, sopratutto dei suoi aspetti coercitivi, al fine di offrire un’immagine più rassicurante. L’esempio dell’arazzo celato, riportato in apertura, è emblematico da questo punto di vista. Ulteriori esempi possono essere individuati analizzando il registro pubblico dell’economia-politica italiana, nel suo ricorrere sempre più spesso ad una, apparentemente neutra, terminologia anglosassone utile sia per ricavare un’immagine di “competenza scientifica” (un po’ come avveniva in passato con l’uso del latino per accrescere l’autorevolezza del relatore), che al fine di celare gli obiettivi realmente perseguiti. Il registro pubblico parla infatti di “Spending review” al posto di “tagli alla spesa pubblica”. Di ricorso ad eufemismi si può parlare anche quando, dovendo spendere qualche parola a proposito del licenziamento di lavoratori, le aziende descrivono l’operazione con frasi tipo: “abbiamo dovuto lasciarli liberi”. Verrebbe quasi da ringraziare le aziende per aver finalmente concesso ai lavoratori di liberarsi dal lavoro, non fosse che in realtà li hanno semplicemente privati dello stipendio, costringendoli al lavoro, per giunta non pagato, del cercar lavoro. Scott sottolinea come questo ricorso all’eufemismo da parte dei potenti non riguardi soltanto il linguaggio, ma sia individuabile anche nei gesti, nei rituali, nelle architetture ecc. Si tratta, in definitiva, dell’edificazione di un vero e proprio “compiaciuto autoritratto delle élite dominanti”. Il potere, attraverso le sue appendici mediatiche, può dirci che l’ennesimo intervento militare che sta per compiere ha mero ed urgente scopo umanitario o che la Tav è un’opera indispensabile al bene comune, ma può fare anche il contrario, cioè stigmatizzare quanti mettono in discussione la realtà ufficiale. Gli oppositori vengono facilmente etichettati come criminali o teppisti. Achtung Banditen!
È importante per i gruppi dominanti produrre un’immagine pubblica di coesione e convinzioni comuni perché, sostiene Scott, “aumenta il potere apparente dell’élite, condizionando presumibilmente i calcoli che i subordinati possono fare circa i rischi della non conformità o della sfida”.

demo CHSull’onda dell’indignazione popolare per l’infame massacro attuato da un commando armato presso la redazione del giornale satirico francese “Charlie Hebdo”, il club dei potenti non manca di sfruttare le manifestazioni popolari mettendosi alla testa del corteo parigino, presentandosi come portavoce della volontà popolare di difendere l’occidentale libertà d’espressione messa sotto attacco dal fondamentalismo islamico. Il potere mette in scena se stesso presentandosi così come condottiero investito direttamente dal popolo e, di questi tempi, tutto ciò può venir comodo al fine di giustificare qualche nuovo intervento armato in giro per il mondo. Certo, le immagini del corteo sono un’arma a doppio taglio, non sfugge il rovescio della medaglia: il vuoto che circonda i potenti, per quanto dettato da  motivi di sicurezza, tradisce, al di là dell’evento specifico, ancora una volta la separazione di questi rispetto alla gente comune. Una sorta di “effetto Versailles”, come accade nelle foto di gruppo che immortalano questa élite mondiale nei luoghi “da cartolina”, via via sempre più isolati. Tali meeting internazionali, inutili dal punto di vista economico e politico, visto che le scelte e le decisioni più importanti vengono prese in altri momenti, in altre sedi e spesso da altre agenzie, tentano di far convivere un ampolloso cerimoniale ufficiale, volto a conferire a questa leadership un’immagine aulica, solenne, distaccata, quasi sovrannaturale, in una variante contemporanea sempre più kitsch, una via di mezzo tra la notte degli oscar hollywoodiani ed i banchetti del Re Sole, con la necessità di mostrarsi all’opera per gli interessi della gente comune. Ai mass media spetta il compito di cucire l’immagine bipolare con cui si presenta il potere, curando, cialtronescamente, soprattutto “l’aspetto umano dei dominanti”, attraverso valanghe di aneddoti circa le amicizie cameratesche nate nei vertici, gli abiti delle signore, le preferenze culinarie, il rompicapo circa la collocazione delle fioriere, le gag in favore di telecamera e via dicendo. Un maldestro tentativo del potere di mantenersi in bilico tra un’immagine austera e carismatica, come si conviene a chi deve mantenere le redini ben salde, ed un’immagine pop, se non proprio da ami du peuple, almeno da potente dal volto umano, con i pregi e difetti del popolo di cui vuole essere espressione. Ogni paese viene pertanto rappresentato dal proprio stereotipo, come in una di quelle barzellette che principia con: “Ci sono un italiano, un francese ed un tedesco…”. L’infotainment che ne deriva sembra oscillare continuamente tra spettacolo ed avanspettacolo del potere.

Nel registro pubblico contemporaneo si ricorre spesso a termini che contengono/suggeriscono già un giudizio di merito, il fine ultimo. Embelmatico è il caso della riforma “La buona scuola”; se si chiama così, sarà indirizzata ad una buona scuola e chi la contesta ne contesta la finalità sbandierata, cioè ottenere, appunto, una buona scuola. Un meccanismo analogo è stato utilizzato, a suo tempo, nella scelta del nome “Polo delle libertà e del buon governo”; chi si oppone a tale raggruppamento politico, si oppone alle finalità di “libertà” e di “buon governo”. A tal proposito, il rimando al celebre ciclo pittorico, del Buono e del Cattivo governo, del Lorenzetti, presso il Palazzo Pubblico di Siena, è immediato. Mentre però nel caso degli affreschi trecenteschi, oltre agli effetti in città e nel contado del buono e del cattivo governo, ci vengono mostrate anche, attraverso allegorie, le qualità che contraddistinguono i due tipi di governo che determinano quegli effetti, l’immagine politica contemporanea sembra saltare le fasi intermedie; questa, forte di una sua supposta qualità taumaturgica, propone direttamente l’esito, non importa, né saprebbe spiegare, con quali mezzi ed attraverso quali qualità. Per certi versi si propone come esito. Quella riforma È la Buona scuola. Quella formazione politica È il Buon governo.

RenziL’attualità palesa in tutta evidenza quanto la reale partecipazione popolare alle scelte politiche ed economiche anche nei paesi occidentali, che pur si ergono ad esportatori di democrazia, sia sostanzialmente inconsistente; il caso greco è esemplare da questo punto di vista anche per i più restii ad ammetterlo. Con un potere propenso a governare sempre più direttamente, ormai incurante persino di mettere in scena una parvenza di legittimazione, il tentativo di creare/dare un’immagine dei potenti volta ad esibire la legittimazione popolare sembra farsi sempre più approssimativo. Si sono visti politici accontentarsi di cercare il loro unico contatto con coloro che vorrebbero rappresentare attraverso lo sguardo in favore di telecamera o limitarsi a dimorare presso salotti televisivi che mettono in scena spaccati di società in cui ogni personaggio presente recita la propria parte di un copione sempre più ridotto all’osso. Ci si trova di fronte ad un sempre più insistito ricorso, da parte dei potenti, ad un registro colloquiale, ove non mancano impostate gestualità e terminologie veraci, alla patetica ricerca dell’effetto-realtà. Si sono visti politici rintanarsi sempre più spesso in protette dichiarazioni video preconfezionate dagli uffici stampa o commentare le più impopolari scelte politiche attraverso battute di una manciata di caratteri su social network utilizzati come bacheche su cui appendere editti dal registro informale. La manifestazione che più di ogni altra, però, tradisce l’autoreferenzialità sostanziale dei potenti, si ha nel ricorso di questi al selfie. Il potere pare fotografare compiaciuto se stesso autocelebrandosi attraverso una specie di macchina celibe, in una sorta di pratica onanistica volta al mero autosoddisfacimento.

 

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