Bullshit_Detectordi Alessandra Daniele

Fango. Macerie. Gente incazzata. Genova in questi giorni non è certo il genere di scenario nel quale a Renzi piaccia essere fotografato. Perciò se n’è tenuto alla larga il più possibile.
Il neopremier ha bisogno di fondali glamour, luccicanti, patinati, da spot. Eleganti vertici internazionali fra stucchi dorati e bandiere multicolori. Bagni di folla festante in assolate piazze turistiche. Talk show USA. Varietà Mediaset.
Matteo Renzi è solo immagine, un’immagine talmente vuota da prendere il colore dello sfondo sul quale viene proiettata. Come la cravatta di Felice Caccamo.
Anche tutta la sua presunta personalità è un’illusione ottica, una ribollita di caratteristiche altrui: la fuffa di Veltroni, l’arroganza di Craxi, la doppiezza di D’Alema, la megalomania truffaldina di Berlusconi. E l’Agenda di Monti.
Il presunto uomo nuovo, ultima risorsa della classe dirigente italiana, è in realtà un pupazzo fatto coi calzini vecchi dei suoi peggiori predecessori. Riverniciato da conduttore Mediaset, e caricato a slogan.
“Il lavoro non è un diritto, è un dovere” ha detto commentando il Jobs Act, come al solito in maniche di camicia da figlio di papà sempre in vacanza. Sarà la magistratura a stabilire se il padre di Renzi sia davvero colpevole di bancarotta fraudolenta, sul piano della politica invece la bancarotta fraudoferma del figlio è ormai evidente: dietro la cortina di retorica decisionista, sotto lo zang tumb tumb retrofuturista della velocità simulata, questo parlamento, questo governo sono in realtà i più inchiodati della Storia della Repubblica.
L’elezione dei giudici della Consulta è al ventesimo tentativo fallito. Tutti i candidati sono stati bruciati, ormai si vota per spregio, Pietro Grasso come Peppa Pig.
E il fatto che siano ancora irrealizzate è l’unica cosa buona che si possa dire delle annunciate Riforme.

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