Due film alla ricerca del mito: All is by my side e Il treno va a Mosca

di Mauro Baldrati

Jimi_frontALL IS BY MY SIDE

Lo sbarco di Jimi Hendrix a Londra, nel settembre 1966, fu uno degli eventi epocali del ‘900. Non solo per la forza dirompente del personaggio, che portava con sé una carovana – proprio come il caravanserraglio di Lord Byron – di originalità, aggressività manageriale, superficialità psicologica abbinata a una tenacia artistica totalitaria. Perché Jimi era un totalitario, proprio come il suo mito Bob Dylan, e come lo stesso Keith Richards, che noi conosciamo come demone trasgressivo distruttivo; in realtà avevano un unico obiettivo: la musica. Dylan stava chiuso tutto il giorno nelle stanze ammobiliate ad ascoltare fino allo sfinimento i dischi di Robert Johnson e dei vecchi bluesmen rigorosamente fuori moda, Jimi strimpellava, faceva manutenzione alla Stracocaster (appartenuta a Keith Richards), ascoltava a sua volta i bluesmen e immaginava di potere comporre e suonare, un giorno che si perdeva nel limbo, la sua musica.
Keith Richards non usciva mai, prima della caduta negli abissi chimici dell’eroina e della cocaina, perché cercava unicamente la compagnia della chitarra, che era tutta la sua vita. Per questo, oggi, a qualcuno di noi questi personaggi epici possono sembrare qualunquisti: Dylan ha sempre rifiutato qualsiasi coinvolgimento nei movimenti di contestazione, nonostante i richiami, gli appelli, le richieste di adesione. Jimi era contro la guerra, era per l’amore, per la vita colorata e abbacinante, ma ridicolizzava, col suo sorriso timido e disimpegnato da gigione americano, ogni tentativo di incasellarlo in un progetto ideologico. Il film All is by my side di John Ridley, presentato in anteprima al Biografilm Festival di Bologna (entrerà in distribuzione nelle sale in autunno – si spera non doppiato) lo restituisce bene. La scena dell’incontro col black panther inglese è emblematica: sei qui per fare la scimmia da circo per i bianchi, gli dice, per impersonare il pittoresco, cattivo selvaggio col quale si trastullano. Prendi coscienza, vieni con noi, aiuta la tua gente che lotta. Diventa un simbolo. Jimi ridacchia, mentre tira dal joint di superganja. Gli dice: come mai mi accogli con questa cazzate cosmiche? Lotta = cazzate cosmiche?! E’ necessario andare oltre. Lui e Dylan non erano qualunquisti. Semplicemente la carica di energia creativa di cui disponevano era indirizzata su un obiettivo unico: la rivoluzione artistica. Non c’era tempo né spazio per distoglierla. Non c’era alcuna possibilità di dirottarla su altri obiettivi, dove si sarebbe dispersa e corrotta. Dove si sarebbe estinta.

La rivoluzione di Jimi Hendrix trovò un ambiente favorevole nella Londra degli anni ’60, un territorio fertile, accogliente, desideroso di stupore e trasgressione. Jimi aveva navigato a lungo e inutilmente per il Greenwich, suonando come chitarrista di fila per vari gruppi R & B, senza trovare uno sbocco. L’ambiente, dirà lui stesso, era “settorializzato”: soul, blues, country, ognuno doveva avere la sua etichetta. Non c’erano spazi per la ricerca. Inoltre alcuni produttori, tra i quali il manager dei Rolling Stones, lo avevano ascoltato e giudicato scarsamente interessante, “uno dei tanti”.

E qui la leggenda che vuole sempre una donna dietro al successo dei grandi uomini sembra trovare conferma. Una delle icone psichedeliche di quegli anni, Linda Keith, già fidanzata sofferente di Keith Richards (a lei fu dedicata Ruby Tuesday), si invaghì di Jimi e decise di aiutarlo, di sostenerlo, di promuoverlo. Il film – com’è nei suoi diritti – si prende alcune licenze: nella realtà Linda era tormentata, autodistruttiva, utilizzatrice di droghe pesanti, instabile dal punto di vista psichiatrico. Nel film è una ragazza un po’ malinconica, ma solida, votata con abnegazione assoluta al raggiungimento dell’autocoscienza creativa di Jimi, del quale ha intuito la genialità ma anche la delusione che rischia di ucciderlo artisticamente. Lo presenta a un manager-non manager, forse l’unico in grado di capirlo, perché disposto ad accettare il rischio e la sfida: Chas Chandler, il bassista degli Animals ritiratosi dalle scene. E’ fatta. Sì, quel ragazzone semisconosciuto e sottovalutato aveva enormi potenzialità. Ci voleva solo qualcuno in grado di tirarle fuori dal carapace che le imprigionava. Chas è determinato, astuto, tenace e, per quanto possibile in quell’ambiente di feroci e svalvolati ragazzotti catapultati nel businness miliardario delle rockstar, onesto.

A Londra si stava sviluppando un evento straordinario che offriva enormi opportunità: giovani musicisti molto preparati, chitarristi, bassisti, batteristi, cantanti e compositori, andavano a Chicago e nel Delta del Mississippi in cerca dei bluesmen. Li ascoltavano, li studiavano, ci suonavano insieme e spesso se li portavano a Londra. Nasceva il British Blues, un fenomeno artistico di enorme portata, perché salvò il blues afroamericano dall’estinzione. Lo fece rivivere. Lo ringiovanì. Lo contaminò.

Jimi_electricJimi era perfetto. Bluesman autodidatta di grande abilità, oltre che animale selvaggio da palcoscenico, stupì il mondo intero, scatenò entusiasmi, fanatismi. La contaminazione in lui bruciava come fuoco. Gli stili esplodevano, si fondevano come metalli roventi. La leggenda vuole che i “grandi”, Eric Clapton in primo luogo, Jeff Beck, Pete Townshend, i Beatles tutti, fossero addirittura spaventati dal suo virtuosismo. Al di là di ogni dubbio la musica di Jimi era unica. E’ vero che non si era mai sentito nulla di simile. Un misto di innovazione, di sfida, di rielaborazione del blues. Un misto di energia brutale e di stile, di body art, ma anche di semplicità quasi infantile. Durante la formazione degli Experience Jimi osserva Mitch Mitchell e Noel Redding, li valuta, ma sembra che gli interessino solo i capelli, che sono “fichi”, proprio come quelli del suo mito Bob Dylan.

Nel film la “swinging London” è restituita bene, e il film soddisfa, strappa brividi, qualche malinconia. Gli attori sono tutti centrati, persino lui, il rapper francese André 3000, anche se necessita di un breve periodo di assestamento. Infatti all’inizio si resta leggermente sconcertati: è un po’ più brutto di Jimi, più nero, e ha un vistoso neo sul lato sinistro della faccia che proprio non c’entra nulla. Eppure ce la fa: riesce a interpretare molto bene la morbidezza di Jimi, la timidezza, le espressioni facciali, quel masticare continuamente la gomma, quell’accendersi una sigaretta dopo l’altra (è uno dei film più tabagisti della storia, neanche Sorrentino può reggere il confronto), quel ridacchiare ininterrotto che tutto smitizza. Anche la violenza, e l’egoismo dell’artista novecentesco, che si scarica sulla fidanzata Kathy Etchingham, con un paio di scene che oggi possono risultare inaccettabili. Kathy ha protestato, ha minacciato cause legali, dicendo che è tutto falso, ma non è possibile distinguere tra la verità e la continua richiesta di compensi degli antichi protagonisti per rilasciare interviste. E Kathy si è offerta per collaborare alla realizzazione del film, ma non ha ricevuto risposta. Ma forse il punto è un altro: erano tempi di forte squilibrio psicologico, già compromesso dall’abuso di droghe, dall’ansia del successo, dall’incertezza non solo del futuro, ma del presente. Possiamo dire che era una guerra. E’ meglio mettere da parte i giudizi.

All is by my side è anche un po’ carente di musica, ma purtroppo tutto l’impianto hendrixiano è controllato dalla spietata organizzazione, retta dalla sorellastra, che non concede i diritti su nulla. O meglio, li concederebbe, ma a quale prezzo? Così non è stato possibile suonare un solo pezzo di Jimi. Ma la musica è comunque potente, adeguata, blues furioso e originale, ottimamente eseguito. E per noi hendrixiani totalitari è uno scherzetto sostituire i pezzi con le nostre versioni imparate a memoria di Crosstown Traffic o di Foxy Lady.

IL TRENO VA A MOSCA

alfonsinesiAlfonsine (RA) è un paese particolare. E’ un paese speciale. Nel 1945 fu completamente distrutto dagli invasori tedeschi in ritirata, che fecero saltare tutti gli edifici, lasciando un enorme ammasso di macerie. Era un paese di sognatori. Durante la settimana rossa (giugno 1914), il sindaco Garavini, socialista, convinto come tutti che finalmente fosse scoppiata la rivoluzione, il 10 giugno alle 17,30 disse, alla folla di operai, contadini, anarchici, socialisti, repubblicani che si apprestavano ad assaltare il circolo monarchico: Compagni! Lavoratori! Finalmente Vittorio Emanuele è caduto! Finalmente è caduto l’odiato governo della borghesia! Finalmente comandiamo noi! Siamo noi ora i padroni della situazione e del governo! Andate nelle case e tirate in petto alla borghesia!

Alfonsine era, da sempre, un paese antifascista: molti giovani e molte donne entrarono nelle formazioni partigiane, in montagne e nelle campagne, nelle Brigate Garibaldi, e alla fine della guerra fu decorato con la medaglia d’argento.
La maggioranza dei suoi cittadini ha sempre creduto nel socialismo: nel dopoguerra il P.C.I. non è mai sceso, nei suffragi, sotto all’80%. Ma se l’URSS era considerata il punto di riferimento del progresso socialista, i sognatori alfonsinesi erano anche molto realisti e, come spesso accadeva in Bassaromagna, coraggiosi e sinceri: Pietro Ingrao racconta che la sezione del P.C.I. alfonsinese fu l’unica, in Europa, a votare contro l’invasione dell’Ungheria, nel 1956.

Come in tutti i paesi, e forse anche nelle città, in quegli anni la bottega del barbiere è sempre stata un luogo importante di aggregazione e di discussione. Come, del resto, il laboratorio di parrucchiera; in quello di mia madre, ad Alfonsine, arrivavano le donne comuniste che parlavano dei lavori nei campi, coprivano di insulti i democristiani, sbeffeggiavano i preti, prima di concedersi rilassanti incursioni nel gossip, cittadino e nazionale.

I barbieri di Alfonsine erano riuniti i cooperativa. La cooperazione ha sempre avuto un peso importante in tutto il ravennate. Esistevano ancora i valori, quelli che oggi equivalgono a un insulto: egualitarismo, dirigenti pagati poco più degli operai ecc. Non è un mistero che l’agricoltura di quei territori era all’avanguardia mondiale, come innovazione e produzione. I braccianti riuniti in cooperativa lavoravano tutto l’anno, e i contadini che avevano ottenuto le terre un tempo coltivate come mezzadri tracciavano quei campi ordinati, ben tenuti, che i futuri legislatori regionali avrebbero definito una forma di verde paesaggistico periurbano da tutelare ad ogni costo.

Nella cooperativa barbieri di Alfonsine Sauro Ravaglia era un attivista ventenne della F.G.C.I. Da giovane comunista guardava alla Russia, pur con i distinguo e le sofferenze dovute allo stalinismo, che nessuno ignorava, benché fosse considerato disdicevole parlarne. Da romagnolo, e da alfonsinese in particolare, non si accontentava della retorica: voleva andare a fondo, vedere, toccare, capire. Voleva arrivare alla verità. Così, nel 1957, con altri amici, tra cui gli ex partigiani con la passione della cinepresa E’ Profes (soprannome dovuto ai suoi modi professorali, in realtà è stato uno storico vigile urbano del dopoguerra), Enzo Pasi, Genastri, La Pizzarda (non era raro, tra gli omacci alfonsinesi, avere un soprannome femminile), decise di partire per Mosca, dove era in programma il Festival Mondiale della Gioventù. Fu un viaggio in treno durato cinque giorni, che produsse una quantità di riprese in 8 millimetri.

Da quel materiale sterminato, straordinario per freschezza e realismo, due registi poco più che trentenni, Federico Ferrone e Michele Manzolini, con l’ausilio della montatrice Sara Fgaier, hanno tratto un film, Il treno va a Mosca. Sauro, oggi ottantenne, è il narratore, una voce essenziale, dall’inconfondibile accento alfonsinese, che racconta com’erano, com’era lui, e com’erano i luoghi. Le immagini in bianco e nero (alcune riprese anche a colori) si alternano tra le inquadrature di Alfonsine anni ’50, col palazzone della sezione “Terzo Lori” (oggi demolito e sostituito con un edificio moderno), i lavori in campagna, e Mosca, in uno stadio pieno fino all’inverosimile di giovani provenienti da tutto il mondo. Quello che colpisce immediatamente è l’allegria: gli alfonsinesi, e i russi, uomini e donne, non fanno che ridere e scherzare. Gli anni ’50 sono stati anni allegri, perché c’era la rinascita del dopoguerra, l’inizio del boom, l’urbanizzazione, il miraggio del consumismo. Tutto sembrava conquistabile. Tutto era una gigantesca promessa. Forse anche la rivoluzione. Sauro e i compagni ridono, passano un capodanno nella “Terzo Lori” sbalorditivo, perché le immagini dei personaggi, delle maschere, delle luci fanno pensare alle mitiche foto di Weegee, nella New York anni ’40. Poi, verso Mosca, ad ogni stazione ferroviaria trovano folle festanti che salutano i giovani in arrivo. Nascono amicizie, amori. E anche le scoperte: Sauro non si dilunga in denunce, non “tira le somme”, ma non tace sul fatto che in un quartiere di Mosca, dove girano liberamente, senza guida (ma non ci dicevano che nel Regno del Male era impossibile muoversi senza venire fermati dalla polizia politica?), trovano catapecchie, baraccopoli dove vivono stipate decine di persone, che dormono per terra, in attesa dei camion che all’alba li caricano come il bestiame per portarli a lavorare chissà dove. Qualcosa non va nel paradiso del socialismo.

Però Il treno va a Mosca non è un film di denuncia. Non è la cronaca di una disillusione. Sauro e compagni non erano così illusi. I carri armati a Budapest non si cancellavano, né si dimenticavano, anche se l’argomento era pubblicamente inaffrontabile. Il film è un racconto per immagini, un documentario storico, imperdibile per giovani e anziani, perché rappresenta un salto nei tempi e nei luoghi. E’ il racconto dell’amicizia, dell’ideale, ma anche del materialismo e del realismo. L’importante non è dimostrare, convincere, e neanche falsificare, creare la notizia, ripeterla ossessivamente fino a farla diventare realtà, come accade oggi. L’importante, dice Sauro alla fine del film, “è esserci”.

[La foto: gli alfonsinesi in partenza per Mosca. Sauro Ravaglia saluta con la mano]

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