di Filippo Sottile

A Chiara, Claudio, Mattia, Nicolò, militanti No Tav

La conversione 01Fine luglio
Un uomo incappucciato fece segno al giornalista.
È quasi l’alba, forse è meglio interrompere…
Ma quale interrompere! sputò l’incappucciato. Spicciati, porta dentro quel coso.
Il giornalista si incappucciò e riluttante entrò nella stanza spingendo un carrello da mensa.
Dentro, i violini stridevano una melodia breve, ossessiva, incalzante. Sei donne nude, bendate, danzavano selvaggiamente intorno a un braciere una sorta di pogo da concerto hardcore. Quando si spingevano troppo vicine alle fiamme, urlavano fino a lacerarsi le corde vocali.
Un secondo girotondo, composto da dodici uomini incappucciati in tonaca cremisi, circondava il rondò delle baccanti. Sulla schiena di ognuno, neri su fondo bianco, campeggiavano un disco, una croce uncinata e una figura più ambigua, che avrebbe potuto essere un tirannosauro di profilo oppure ET colto in un episodio di sonnambulismo.
Il giornalista prese gli oggetti dal carrello uno a uno, li mostrò a tutti – una maschera antigas, un paio di scarponi da montagna, decine di libri diversi, delle tronchesi, una bandiera bianca con treno crociato – e li buttò nel fuoco.
La stanza fu inondata da fumo nero, denso e acre. Le donne presero a vorticare invasate, lambendo di continuo il braciere, gli incappucciati battevano le mani e ballavano il twist, la musica divenne ossessiva e stridente.
Il giornalista, con la gola stretta dai miasmi e gli occhi strizzati e lacrimosi, si allontanò dal braciere e si aggrappò a un pesante tendaggio e quando non poté reggere oltre lo strappò e spalancò la finestra. Le corde dei violini si spezzarono, le baccanti crollarono una sull’altra, gli incappucciati si immobilizzarono.
Il fumo, uscendo dalla finestra, andò a mimetizzarsi nel buio traslucido che precede l’alba. Il tempo parve arrestarsi, poi ci fu un crepitio: un lampo immenso, seguito dal più colossale dei tuoni.
Tutti gli incappucciati si appressarono alla finestra, ansiosi. Sorgeva un’alba livida.
Poi una mano indicò una vetta, lontana, ad ovest, e una voce disse: guardate là.
Cos’è?
Una tromba d’aria, suggerì uno.
La conversione, lo corresse un altro.

Quando l’onorevole pigiò il pulsante non accadde nulla. Il motore della tapparella non si mosse. Provò ad accendere le luci, niente. Invano tirò su e giù la levetta del salvavita.
Più tardi seppe che la tromba d’aria del primo mattino aveva seminato a terra i pali della corrente come stecchetti da shangai e l’intero quartiere era in black out, ma lì per lì l’onorevole pensò solo che fosse cominciata una giornata storta.
Si possono tirar su le tapparelle motorizzate quando manca la corrente? L’onorevole non lo sapeva e Marcello, il filippino di casa, non lo sapeva neanche lui. L’onorevole lo udì qualche secondo armeggiare inutilmente alla finestra, poi sbottò:
Lascia stare, cinese di merda.
Si vestì alla cieca nell’oscurità della casa, uscì sul pianerottolo e provò a chiamare l’ascensore. Poi dovette arrendersi all’evidenza, la corrente non mancava solo in casa sua: trasse un sospiro stizzito e discese le dodici rampe di scale che lo separavano dal cortiletto interno del palazzo.
Lì, il giudizio sulla giornata che sarebbe venuta ebbe a completarsi.
Il tiglio che sopravviveva in cortile era crollato, divelto alla base. L’onorevole alzò lo sguardo intorno.
Che scherzo del cazzo!
Ai balconi, ordinatamente stesi, pendevano panni messi ad asciugare: non un geranio rovesciato, non un armadietto aperto, né una tenda strappata o un vetro in frantumi. Fece un passo verso l’albero e poi il sangue gli andò in caglio. Schiacciato sotto i bitorzoli e i nodi dei rami riconobbe il cadavere del suo vespone. Poggiò il dorso della mano alle labbra e seppe che quella sarebbe stata nella top ten delle giornate più merdose che mai avesse visto.

L’auto era incolonnata con altre migliaia in un serpentone che invano tentava di aggirare gli alberi caduti, le gru arrotolate, le pensiline divelte, i pali stroncati. L’onorevole sedeva dietro e tamburellava sul ginocchio, il funzionario Digos, di fianco all’autista, continuava a dire che un casino così non l’aveva mai visto, che in casa sua, con tutto che aveva ante e imposte chiuse, sembrava che gli sparassero l’acqua in soggiorno con l’idrante.
Glielo giuro onorevole, ci saranno stati non meno di sessanta, settanta litri d’acqua a terra, e tutto nel giro di tre minuti, quattro al massimo, a cinque non ci arriviamo.
Poi, sbirciandone le smorfie insofferenti nello specchietto, gli disse di non preoccuparsi, che sarebbero arrivati in tempo per l’ispezione.
Sarà tutto ritardato oggi, mica ha piovuto solo per noi, anche in valle ha fatto un macello.
L’onorevole prese dalla giacca il suo intelligentofono e scrisse:
Nnostante la trimba d’aria procediamo la mia visita al cantiere e confermata.

Premette invio e attese una ventina di secondi, poi imprecò a mezza voce. Il Digos, mascherando un sorrisetto, disse che anche i telefoni erano a puttane.
Stettero una decina di minuti in silenzio. L’auto, impantanata fra le rovine della città, avanzava lenta e a strattoni fra mille altre. Poi l’onorevole chiese: quegli stronzi dei No Tav che fanno?

L’autostrada era chiusa, la tromba d’aria aveva sparato un telonato nella corsia opposta o qualcosa del genere. Furono costretti a uscire a Borgone. Mentre aspettavano in coda di potersi immettere sulla statale, l’onorevole avrebbe voluto chiedere al funzionario Digos se c’era già un piano per far arrivare la talpa in cantiere senza che i No Tav potessero inventarsi un blocco autostradale o chissà quale altra cazzata, ma la frase gli si spezzò fra le labbra. Si appiccicò al finestrino e balbettò:
Quella cos’è?
Cosa?
Quella! Laggiù!
Ma cosa?’
Ma quante ce n’è?!
Ogni tre pali della luce una bandiera. Un drappo celeste, con la scritta gialla oro. Sì Tav, in grande e sotto, in corsivo, per il progresso.
Per i chilometri successivi fino quasi alle porte di Susa il funzionario e l’onorevole discussero. Chi poteva averle messe, e come mai nessuna zecca di attivista si era preso la briga di toglierle? L’onorevole rideva nervoso, certo, era uno smacco per il movimento e la cosa non poteva che mandarlo in solluchero, ma che la cosa si fosse organizzata senza interpellarlo gli rugava: a chi non era chiaro che la delega ai No Tav era sua?
Alle porte di Susa dovettero rallentare: centinaia di persone bloccavano la carreggiata.
Eccoli i merdosi.
L’onorevole si preparò a salutarli a medio alzato, ci aveva meditato a lungo, la cosa gli avrebbe fatto gioco, pensava, i militanti più allocchi non si sarebbero occupati d’altro che di quel gesto, per giorni.
Poi lesse uno striscione: TAV, Iddio lo vuole, firmato Cattolici per la Vita della Valle. Spostò lo sguardo sui manifestanti, sorridevano emozionati, tutti, e battevano le mani. Non pareva affatto un applauso a sfottere. L’onorevole si smarrì, poi lesse ancora: Non vogliamo rimanere fuori dall’Europa! Un omaccione con un copricapo da vichingo teneva alto un cartellone: TAV ca custa lon ca custa! c’era scritto. E poi ancora: Salviamo la Val Susa, facciamo subito il tunnel!
La mano con cui stava per mandare quella gente a farsi fottere gli restò a mezz’aria, poi esitante fece un cenno di saluto. La folla gridò e applaudì, gioiosa.

L’onorevole non ce la faceva proprio a concentrarsi sulle parole del dirigente tecnico e nemmeno a fare la manfrina in favore d’obiettivo, il suo sguardo era attratto di continuo dai movimenti alle reti. Gruppi variopinti di manifestanti avvicinavano gli uomini in divisa, offrivano loro frutti e bevande e soprattutto incitavano gli operai: dateci sotto, gridavano e cantavano forte: In Val Susa il TAV arriverà.
Anche il giornalista – l’onorevole lo riconobbe in lontananza – assisteva attonito alla scena, taccuino a mezz’aria, bocca spalancata e occhiaie da orsetto lavatore.
Il monologo del tecnico nel frattempo non si era arrestato, l’onorevole chiuse le dita a carciofo e chiese .
Ma da quando vi siete organizzati così?
In che senso? Chiese quello.
L’onorevole indicò la gente fuori dalle reti, le bandiere celesti.
Ah, ma io pensavo che l’aveste organizzata voi per telecamere e fotografi.
Io non ne sapevo niente.
Bello però.
Sì, disse l’onorevole con poca convinzione, poi lo piantò in asso, prese il telefono e chiamò il prefetto.

Nessuno ne sapeva niente, non il prefetto, non il ministero degli interni, non gli spioni che origliavano alle riunioni del coordinamento comitati, eppure, l’onorevole ne era certo, questi Sì Tav erano gli stessi che fino a pochi giorni prima erano No Tav. Il cervello gli andava in corto, che cazzo era successo? Decise che avrebbe mostrato il suo miglior sorriso a quel gioco ambiguo.

La conversione 02

Prese l’intelligentofono e scrisse:
L’ispezione andaya bene tutto procede la Valle comprende finalmente l’inportanza del #Tav

L’autostrada era stata liberata, il telonato rimosso, l’auto blu sfrecciava verso Torino. All’altezza di Avigliana, l’onorevole alzò lo sguardo al Musinè, sui suoi fianchi spogli campeggiava un’enorme scritta, l’aveva vista decine di volte e non mancava talvolta di ossessionarlo in sogno, ma questa volta era diversa, questa volta diceva: TAV = MANNA DAL CIELO.

Agosto
L’onorevole stava per spazientirsi, era disposto a qualsiasi compromesso, ma ateo e materialista lo era sul serio. Vero che il suo ateismo non gli impediva ammiccamenti coi teocon e che il suo materialismo era del tutto astorico, ma in definitiva, pensava, conta la ciccia e stop!
E lì di ciccia non se ne intuiva manco l’odore.
Senti ***, disse abbassando di un bemolle l’intonazione della voce, a me questa storia dei rettiliani e della tromba d’aria che cambia le convinzioni di un’intera valle di zecche proprio non mi convince, non te la prendere.
Ti dico: io c’ero, insisté il giornalista mettendosi sulle punte dei piedi, come volesse infilare la voce con più forza nell’apparecchio. Hanno bruciato la bandiera, gli scarponi e altre cose ed è partita la tromba d’aria e poche ore dopo tu hai visto con i tuoi occhi il cambiamento, non può essere un caso.
Magari non è un caso, ma non sono neanche i balletti di quattro ufologi nazisti a muovere trombe d’aria e a smuovere i No Tav.
Mi hanno detto che stanotte rincareranno la dose, di stare a vedere.
L’onorevole chiuse la comunicazione e pensò: quello s’è bruciato. Poi dimenticò le parole del giornalista.

Il mattino seguente il telefono squillò e seppe che la A32 Torino – Bardonecchia era nel caos.
Non ho capito cosa stanno facendo i No Tav, disse ancora insonnolito.
I No Tav non ci sono, onorevole, ci sono dei Sì Tav. Sono tanti, ad occhio sono almeno cinquemila.
E perché cazzo occupano l’autostrada?
Non stanno occupando, cioè sì stanno occupando, ma non è un blocco vero e proprio.
E cos’è?
Una specie di festa. Stanno scortando i componenti della trivella. Cantano, ballano, si abbracciano.
Ma la polizia?
Li segue.
L’onorevole staccò la comunicazione e chiamò il prefetto:
Caricateli!
Onorevole, che figura ci facciamo se carichiamo anche questi che festeggiano pacificamente?
Ma stanno occupando l’autostrada!
E che sarà mai? Tempo due ore e tutto torna normale, e poi è agosto, facciamo che ce ne andiamo tutti in vacanza sereni, io, lei, i nostri ragazzi e i manifestanti.

Le vacanze dell’onorevole furono ben poco serene.
Qui c’è puzza di bruciato, continuava a ripetersi.
Ogni mattina, nella veranda della sua villetta al mare, accanto alla colazione, il domestico Marcello gli presentava il ventaglio dei giornali amici. L’onorevole sorseggiava distrattamente il succo di frutta, addentava un toast e si tuffava fra le pagine alla ricerca di notizie sulla Val Susa.
Un giorno quasi si strozzò. Un trafiletto riportava che i Sì Tav avevano promosso uno studio medico che stimava intorno al quindici per cento l’aumento di tumori legati all’amianto, all’uranio e inquinanti vari. Un militante commentava che il quindici per cento non era una gran cifra, e che comunque qualche morto in più avrebbe aiutato la ripresa e tenuto a bada gli indici di disoccupazione da tempo in perenne ascesa.
Fu ancora peggio qualche giorno dopo: lesse un’intervista in cui una portavoce dei Sì Tav asseriva candidamente che la popolazione era disposta a una pacifica convivenza con la malavita organizzata, se questo voleva dire fare il treno e quindi gli interessi della valle e dell’Europa. Il toast gli si fermò in gola e se non fosse intervenuto Marcello con la manovra di Heimlich se ne sarebbe andato all’altro mondo.

Proprio quel pomeriggio ricevette una chiamata del giornalista, il quale saltò ogni preambolo e gli chiese se leggesse i giornali.
Certo che li leggo.
Ne ero sicuro. Hai visto che forza?
A me pare che sfottono: ‘sti Sì Tav fietono di No Tav.
Aspetta qualche giorno e non avrai più dubbi. Siamo al rito conclusivo.
In che senso?
Renderemo la conversione irreversibile.
E come?
Ci occorre un bamb… ehm, del materiale per officiare il sacrificio.
Cosa?
Non ti preoccupare onorevole, sarà il tuo trionfo.
Mah!
Ma certo, devi solo giocartela bene, come se l’opera di mediazione fosse tua, so che sai come fare.
La ragione ha prevalso? Chiese l’onorevole beffardo.
Esatto. Ovviamente, poi, il nostro intervento ha un prezzo.
Ammesso che ci sia stato il vostro intervento.
Io non ti dico niente, stai a guardare.

Nella veranda della sua casa al mare, l’onorevole lesse ancora una notizia che gli diede da pensare. In una cronachetta stringata, ma tortuosa, si parlava di un bambino scomparso da qualche giorno da un comune a pochi chilometri da Torino. Due righe sotto le prime tre frasi, veniva fuori che il comune era Giaglione. A tre quarti dell’articolo, nel mettere in luce la preoccupazione dei genitori, l’articolista aveva ritenuto necessario precisare che però questi avevano dei trascorsi con la legge: sarebbero stati fermati per vicende legate alle proteste contro il Tav. La chiusa, comunque, era delle più classiche: gli inquirenti non escludono nessuna pista e insieme a squadre di volontari battono i boschi circostanti alla ricerca del piccolo Moreno.
L’onorevole chiuse il giornale, si grattò il mento e sperò che servisse davvero.

Autunno e inverno
A settembre, migliaia di uomini e donne di tutte le età, muniti di libretti di lavoro, presero d’assalto il cantiere chiedendo un’occupazione, e quando se la videro negare cominciarono a gridare che il governo non manteneva le promesse, che quello era il segnale che non c’era la volontà reale di portare a compimento quell’opera strategica nei tempi stabiliti. Sui siti del Movimento Sì Tav, comparì un commento all’azione in cui si diceva che era vergognoso che le autorità e le aziende non avessero accettato neanche i lavoratori in nero che il movimento, conscio dello spropositato costo del lavoro, aveva generosamente offerto.
A ottobre, ci furono delle mobilitazioni che chiedevano di proseguire con il progetto approvato, quello che prevedeva anche il tunnel sotto l’Orsiera, e l’abbandono della soluzione “low cost”: Non arrendiamoci alla crisi – recitavano gli striscioni – spendiamo bene i nostri soldi!
A novembre, gli ospedali di Susa e Avigliana e tutte le scuole della valle furono paralizzate: i manifestanti presidiavano le strutture al grido di: Abbiamo trovato i soldi dell’opera! Treno subito!
A dicembre, il movimento chiese una commissione di controllo esterna che potesse misurare, se non proprio quotidianamente almeno una volta alla settimana, i progressi fatti dalla trivella, e non ottenendola tirò su un presidio permanente davanti ai cancelli del cantiere per controllare che le operazioni di scavo procedessero sul serio.
La tensione giunse al picco e il 19 dicembre, in una giornata campale di cariche e lacrimogeni, il presidio fu sgomberato.
Mentre i fumi ancora stagnavano su tutta la valle, l’onorevole aveva chiamato il giornalista.
Tu sei ancora sicuro che sono stati i tuoi filorettiliani a convertire i No Tav?
Certo, non ci sono dubbi! Altrimenti spiegami: dove sono andati a finire?
Ammettiamo che sia così, hanno fatto un bel casino.
Forse si sono fatti prendere un po’ la mano.
Digli che rivoglio i No Tav. Subito!

La sera dopo, l’onorevole sedeva in una poltrona di spine. Lui, il più acceso ultrà dell’Alta Velocità, provava a dirimere davanti alla telecamere la questione dello sgombero violento del presidio Sì Tav.
Onorevole, questo Tav serve o non serve al paese? Hanno ragione questi cittadini di lamentarsi? Hanno ragione di dire che i lavori vanno a rilento? Che non si è aperta nessuna reale prospettiva occupazionale per la Valle di Susa e per la nazione? Che ancora troppi fondi pubblici vengono sprecati per i piccoli ospedali o per la scuola?
Fortunatamente, non si trattava di discutere sul serio, c’era in studio anche un parlamentare del Movimento 5 Forche con cui era possibile accapigliarsi, senza rispondere a nessuna domanda. Ma le immagini degli scontri avevano fatto il giro del mondo e la storiella che si era cercato di colpire i professionisti della violenza che avevano preso in ostaggio il movimento, stavolta, era proprio dura a ripetersi.
Una faticaccia, aggravata dal fatto che dopo essersi in qualche modo barcamenato per due ore, alternando insulti al pentaforcuto e analisi di statistiche inventate lì per lì, quell’imbecille del conduttore aveva chiuso la trasmissione dando la parola a un militante:
Siamo alle prese con i ritardi di questo cunicolo esplorativo, di questo passo quand’è che vedremo non dico il treno, ma almeno la stazione internazionale di Susa? Vogliamo il tunnel vero, non ci basta quello geognostico!

Il giornalista ascoltava come uno che si sta pisciando addosso e non osa dirlo.
Non possiamo farci dettare l’agenda da questi Sì Tav. Se non ce li scrolliamo di dosso subito, questi ce li portiamo dietro per tutta l’opera: a controllare, a mettere il becco, ma siamo pazzi?! E chi li sente gli amici…
Che amici?
L’onorevole non aveva risposto, impegnato a inseguire il filo tortuoso dei suoi pensieri.
Senza contare che non è che c’abbiamo solo quest’opera, ci sono opere strategiche in tutta Italia da fare. Questi si rischia che fanno scuola, son pericolosi! Pensaci: torme di ficcanaso in ogni cantiere d’Italia a guardare se le cose si fanno, se c’è lavoro nero, sicurezza e compagnia briscola.
Ma hanno detto che a loro va bene il lavoro nero e pure la criminalità organizzata… provò a inserirsi inutilmente il giornalista.
Se mi avesse dato retta subito…
Chi?
Il prefetto, quando scortarono la trivella gli dissi di caricarli.
Come se le cariche avessero mai convinto qualcuno a smettere di rompere i coglioni.
Eppure bisogna far qualcosa.
Guarda, volevo proprio dirti questo, stiamo mettendo a punto un contro-rito che li dovrebbe far ritornare No Tav. Una cosa grossa, appena avremo tutto l’occorrente verrà apposta il Gran Maestro da Praga.
Lascia stare, niente stregonerie, faccio a modo mio. Buon anno.

Gennaio – Febbraio
Nel mese successivo, mentre scomparivano cinque fanciulli ambosessi dalla valle, e il movimento Sì Tav si prodigava a organizzare un mega evento a cui avrebbero partecipato tutti gli artisti a favore della costruzione del tunnel di base (si diceva che Antonello Venditti avrebbe scritto e cantato una canzone proprio per l’occasione), l’onorevole si immerse in un fiume carsico di conversazioni, incontri e mediazioni. Paziente come la goccia che costruisce stalattiti e stalagmiti, fece incontrare gente che giurava di odiarsi e conciliò gli interessi di individui e fondazioni che si professavano disinteressate. Passo passo, sapientemente, guidò nel buio poteri e capitali, lobby e amicizie.
Quella che poteva sembrare una rinuncia, spiegava meticolosamente a tutti, avrebbe assunto presto un altro aspetto: che pazientassero.
Fu un capolavoro di strategia e persuasività, e portò l’Italia allo storico voto del 31 gennaio. Il parlamento decise unanimemente – con i voti del Movimento 5 Forche e Sinistra Ecologia Liberista – che i treni da Torino a Lione, se proprio dovevano andarci, ci sarebbero andati sulla vecchia linea. E stop.
Quella sera, ai microfoni dell’edizione piemontese del telegiornale, l’onorevole fece una dichiarazione che lasciò interdetti i più:
Questa non è solo una vittoria di tutta la nazione, è soprattutto un grave pericolo scongiurato per le casse dello stato. Lobby locali, legate ai meschini interessi di qualche modesto imprenditore, hanno provato a trascinare il paese, per anni – anni? decenni! – in questa avventura senza senso del tunnel di base. Una inutile macchina mangia soldi. Possiamo gridare evviva e brindare per questo scampato disastro finanziario ed ecologico. Ma voglio dire anche che per me questa è una vittoria personale, la vittoria di chi pensa che la politica sia una cosa concreta e reale che si fa dialogando alla luce del sole e non dipende da macumbe e riti occulti.

La reazione del Movimento Sì Tav era stata ampiamente prevista: un assalto al cantiere per impedire che uomini e mezzi smobilitassero. L’onorevole osservava le operazioni di contenimento e repressione dall’elicottero. Era galvanizzato, continuava a chiedere al pilota cosa fosse questo tasto o quella leva, se potevano sparare lacrimogeni anche in volo e via così. Quando finalmente si ricompose, il pilota gli spiegò che stavano aspettando che il corteo si serrasse davanti ai cancelli, a quel punto le forze dell’ordine lo avrebbero chiuso su due fronti, tagliando le vie di fuga.
Sarà una mattanza.
Sì, i ragazzi se la meritano, pensi che la massa di volontari era così imponente che abbiamo dovuto fare un sorteggio per capire chi poteva sfogarsi e chi stava a casa.
Quando il momento fu propizio e dall’elicottero diedero il segnale per serrare la morsa intorno ai manifestanti, accadde una cosa strana. Visto dall’alto il corteo sembrò sfaldarsi, la carrozzabile che da Giaglione portava al cancello del cantiere si svuotò e i manifestanti parvero sciogliersi nel fitto dei boschi.
Ma che cazz…
Proprio in quel momento l’intelligentofono dell’onorevole squillò:
Ci siamo riusciti, il rito è riuscito!
Cosa?
Sono io! Il rito è riuscito, lo senti?
Cosa?
Gridano di nuovo a sarà dura, lo senti?
In che senso?
Ma non ci fu necessità che il giornalista gli spiegasse alcunché: sulle spalle di un manifestante riconobbe – cinque mesi almeno che non se ne vedevano in valle – una bandiera bianca, con un treno nero, crociato in rosso.
Bastardi, mormorò l’onorevole, mi hanno fottuto.

Marzo – Vigilia delle elezioni
Il giornalista reggeva il microfono e faceva la bocca a culo di gallina, a dimostrare tutto il suo interesse. L’onorevole, con calma e disinvoltura, infilava una frase dietro l’altra.
Diecimila anni fa, dopo l’ultima glaciazione, si formò un grande lago di quasi quaranta chilometri quadrati, dodici di lunghezza e una larghezza variabile fra uno e tre chilometri. Il lago di Rivoli. Se quel lago l’avessimo ora, alle porte di Torino, a pochi passi dai monti, avremmo una grande attrattiva turistica. Alberghi, mezzi natanti, sci nautico, balneazione, lungolaghi pieni di gelaterie e ristoranti. Torino non sarebbe più la vecchia industriale decaduta, ma l’attraente ninfa del Nord Ovest. È il momento di trovare una nuova vocazione per questa città e questa regione. Il lago di Rivoli è la soluzione, un grande impulso per l’economia, non solo per le frotte di turisti che richiamerebbe trecentosessantacinque giorni l’anno, ma anche per l’edilizia.
Si tratta infatti di costruire le abitazioni per i duecentomila sfollati della futura zona lacustre e almeno altrettante da adibire a case vacanze, villaggi turistici eccetera. Ci saranno poi da costruire nuove strade di collegamento con le valli Susa e Sangone e nuove ferrovie.
Riprendiamoci la risorsa economica che la natura ci volle ingiustamente sottrarre diecimila anni fa. È il momento della ripresa. Uno stato forte, keynesiano, innovativo, giovane, lungimirante può condurci fuori dalle secche delle vecchie repubbliche. È il momento di abbandonare gli antichi sistemi fallimentari, è il momento della conversione, è il momento del lago di Rivoli.
Gli occhi dell’onorevole brillarono di gioia.

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