di Walter Catalano

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Ci sono voluti trent’anni perché questo romanzo, Armageddon Rag, scritto nel 1983 – nel pieno del riflusso che  aveva ormai eclissato, in Usa come in Europa, ogni residuo del Movimento degli anni ’60 e ’70 – venisse tradotto in italiano. C’è da dire che il libro, alla sua uscita negli Stati Uniti, pur raccogliendo buone critiche era stato un solenne fiasco commerciale che aveva rischiato di stroncare la promettente carriera di George R.R. Martin, ancora lontano dai fasti di “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. I tempi non erano ancora maturi e questo atipico “thriller” (in mancanza di una definizione più esatta l’editore italiano, Gargoyle, lo etichetta con questo termine abusato) , non abbastanza misterioso per essere un mystery, non abbastanza terrificante per essere un horror – così lo descrisse l’autore quasi a volersi giustificare – si apprezza infatti soprattutto,  e oggi più che mai, come testimonianza sulle relazioni pericolose fra musica rock e rivoluzione politica, fra arte e radicalismo, come specchio delle speranze e delle delusioni di un’intera generazione.

La cornice fantastica del testo appena traveste un marcato autobiografismo: lo scrittore in crisi Sandy Blair – ex militante radicale e critico musicale di punta durante il flower power – viene ingaggiato dal direttore, già suo sodale e socio, di un rotocalco un tempo underground, per scrivere un pezzo sull’efferato omicidio di un famoso promoter rock, Jamie Lynch. Blair segue gli indizi che lo portano a rintracciare i dispersi componenti superstiti di una band una volta famosa: l’immaginario quartetto dei Nazgul – nome ispirato a personaggi ripresi dal Tolkien de Il Signore degli Anelli (libro cardine del Movimento negli Usa e non, come da noi, solo dei fascistelli…).  Scopre così che un misterioso personaggio – Edan Morse, fiancheggiatore delle frange più estremiste del Movimento – vuole organizzare la reunion del gruppo – la cui carriera è stata stroncata nel 1971 dall’assassinio in diretta sulla scena del cantante, Pat Hobbins detto Hobbit – e ha addirittura addestrato un sosia a sostituire il membro scomparso.

Utilizzando le suggestioni magiche e rituali della musica rock e in particolare di un pezzo dei Nazgul, Armageddon Rag, Morse vuole ricostruire e rivivere l’evento sacrificale dell’omicidio del cantante come avvenne nel 1971, per invertire il corso del tempo e della storia e dare una nuova possibilità, questa volta vittoriosa, alla rivoluzione che avrebbe potuto deflagrare allora ma non ebbe corso. La trama è intervallata e scandita dalle reminescenze di Blair via, via che, in una sorta di road movie, ripercorre l’itinerario sulle tracce dei Nazgul ricontattando i suoi vecchi compagni di università e di Movimento: un “the way we were”  un po’ nostalgico, un po’ disincantato  fra passati ideali e presenti delusioni  e, sullo sfondo, lo spettro della spietata repressione poliziesca di Chicago nell’agosto del 1968, alla conclusione della Convention democratica e della campagna per la presidenza del candidato progressista Eugene McCarthy, traumatica fine delle illusioni pacifiste del Movimento e preludio all’elezione presidenziale del bieco Nixon.

Fra gli aspetti più godibili del romanzo c’è il modo in cui Martin ricostruisce le psicologie dei vari musicisti e le dinamiche di relazione all’interno della immaginaria band dei Nazgul – colte  nei backstages  della tournée, fra un pre e un post concerto – e la precisione maniacale, degna di un Borges rockettaro, con la quale inventa credibili  quanto fantasiose discografie (con tanto di titoli e descrizioni delle copertine dei dischi) e un intero canzoniere, completo di testi e scalette dei concerti.  Tutti questi particolari fanno del libro una  raffinata  leccornia  per l’appassionato di rock, ma altre pagine lo rendono anche una commovente ricostruzione d’epoca e una sottile riflessione sulla rivoluzione ed il radicalismo politico.

Non voglio anticipare il finale rovinando la sorpresa del potenziale lettore (di un “thriller” si tratta, in fondo…) ma qualche commento bisogna pur farlo, perché forse il finale – la “morale” degli ultimi capitoli – è emblematica di certo pensiero radical-moderato tipicamente statunitense (e non solo). Sandy Blair – come probabilmente anche George R.R. Martin – resta a metà strada, complice riluttante dei cospiratori (condivide il fine ma non i mezzi e si rivela in fondo più vicino a un democratico kennediano che a uno Weatherman o anche solo a uno yippie), si rifiuta di usare la violenza e alla fine impedisce lo spargimento di sangue (“il potere del sangue” è la frase ricorrente sulle labbra di Morse, lo stregone-rivoluzionario che troppo tardi si rende conto di essere stato ingannato dalle forze oscure: l’auspicato Armageddon – scopo finale di tutto il tortuoso intrigo – una volta scatenato, resterebbe tale per sempre: guerra totale in cui il sangue chiamerebbe altro sangue, all’infinito, senza mai produrre una nuova società purificata dalla rivoluzione…): Sandy Blair sarà il jolly del mazzo – come canta il testo del profetico brano Armageddon Rag – ma proprio per questo sarà anche l’ingranaggio che inceppa il meccanismo.  Tutti i personaggi del romanzo (almeno quelli dalla parte giusta) hanno le loro ragioni e le loro giustificazioni, anche il più negativo (che non è Morse) è in fondo vittima del fanatismo: una sorta di Neacev hippie che sacrifica ogni cosa alla rivoluzione e non esita di fronte a nessun crimine: l’eccesso di idealismo genera mostri, sembra volerci dire Martin.

Sandy Blair, esorcizzato il male, si rifugerà nel piccolo mondo degli amici ritrovati, riconnessi alle loro radici libertarie e comunitarie: la prima rivoluzione da fare è dentro di noi – ci suggerisce – cominciando dal nostro piccolo mondo, dalle nostre relazioni più strette (ma questo vuol dire aprirsi all’altro o chiudersi in una riserva indiana ?…Vecchio problema). Userà i diritti d’autore del suo ultimo libro (sulla reunion dei Nazgul ovviamente) per cercare di liberare con mezzi legali il suo vecchio amico Slum – figura simbolo dei torti che non si è stati capaci di raddrizzare – vittima di un padre fascista che lo ha segregato e spinto alla follia; ritroverà, dopo turbinosi e sfortunati amori, la  vecchia fidanzata hippie dei suoi anni giovanili. Un ritorno alle origini ma su nuove basi, un consolidarsi negli affetti che non è ritirata nel privato: da lì, senza palingenesi rivoluzionarie, si riparte per cambiare il mondo intorno a noi a poco a poco. Bisogna riconnettere i fili, riprendere dal punto interrotto, non perdere i contatti con il proprio passato, il passato di un’intera generazione che forse ha qualcosa da testimoniare alle generazioni successive.

Un bel finale, tutto sommato, anche se – sarà forse l’aria degli anni ’80 – Martin, a voler essere severi, parte radical e finisce liberal….  Fra i nomi del pantheon rock che compaiono, in esergo, con versi delle loro canzoni ad epigrafe di ogni capitolo di Armageddon Rag (ci sono i Beatles, Jimi Hendrix, i Doors, i Grateful Dead, i Creedence Clearwater Revival e molti altri) manca un nome minore ma significativo: Phil Ochs – indotto al suicidio nel 1976 dalle persecuzioni dell’FBI a causa del suo impegno politico – un’assenza pesante: meglio chiudere ricordando qualche verso, particolarmente intonato alla questione, di un suo vecchio pezzo del 1966, ‘Love Me, I’m a Liberal’: “Piansi quando spararono a Medgar Evers/ Piangevo come una fontana / Mi disperai quando spararono a Kennedy / Come se avessi perso un padre / Ma Malcolm X se l’è cercata / E ha avuto ciò che si meritava / E allora amami, amami, amami, sono un progressista //…. Certo un tempo ero giovane e impulsivo / Portavo ogni tipo di distintivi / Frequentavo persino i convegni socialisti / E ho imparato i canti del Movimento / Ma ora sono più maturo e saggio / E perciò ti denuncerò / E allora amami, amami, amami, sono un progressista “.

 

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