di Marco Galeotti

war.jpgTutti i capitoli di “Poco di buono. Il romanzo”

MEMORIA

Una sessantina di chilometri li separavano da quella che una volta era la frontiera, sessanta chilometri pieni di paesi: dopo Alassio da dove erano partiti e la Laiguglia di Hans, c’erano Andora, San Bartolomeo, Diano Marina, Oneglia, Porto Maurizio, San Lorenzo, Santo Stefano, Riva Ligure, Arma di Taggia, Sanremo, Ospedaletti, Bordighera, Vallecrosia e Ventimiglia.
Quattordici bar e poi dritti fino al Principato: questo era il giro da fare.
Con calma, nessuno li inseguiva, almeno per ora.
Capo Mele li divideva da Andora e quelle curve… quante volte le avevano fatte! In macchina, in scooter, persino in bici anni addietro.
Quante storie dietro ogni albero, quante sotto le pietre; storie scritte sul mare con parole che solo il vento sapeva raccontare, quel vento tenero e continuo che gli scompigliava i capelli e li faceva sentire bene.
Intriso di iodio, carezzevole, largo.

Andora non é un bel posto ed é difficile trovare un motivo per fermarsi, specialmente se si ascoltano uscire dello spazio per la musica della Storia Grigia, le parole di un Vinicio che sostiene che “camminando non c’é strada per andare che non sia di camminare”. Però, pensandoci meglio, prima che finisse quell’unico rettilineo che é Andora, s’accorseso che una Meta c’era. Eccome. Era stata il Meta di Notte, locale che fra gli anni ottanta e i primi novanta era famoso per i matinée. Aveva sofferto molte chiusure, ma tra una e l’altra aveva visto Ito e l’Altro ai loro inizi, quattordicenni o quindicenni che, prematuri adolescenti, si becciavano le prime ragazze, facendo a gara a chi ne aveva di più.

Entravano gratis, addirittura per un periodo vennero pagati per distribuire volantini della discoteca nelle scuole del ponente. Se la persona entrava con il biglietto firmato da loro, pagava ottomila lire anziché diecimila, e loro avevano una percentuale. Per questo motivo ricattavano gli amici sfigati, guadagnanosi attraverso le entrate un cinquantino di fumo, che generalmente fumavano con gli stessi amici sfigati di cui forse erano gli idoli. O forse no.

Erano in competizione con altri tipi a cui il proprietario del Meta dava i biglietti d’ingresso, ma vincevano quasi sempre.
Il Meta di Notte era quasi un ossimoro, visto che costruiva la sua fortuna la domenica pomeriggio. Ora là, sulle ceneri di quel comunque glorioso posto per ballare, era nato un anonimo bar, ma, ancora una volta, bastava il ricordo.
Jaz si fermò a fissare Ito nelle palle degli occhi, a due metri dall’entrata del bar, mentre gli Altri avevano già ordinato quattro birrette. Lo guardava talmente bene che a Ito gli venne duro immediatamente, e lei sicuramente se ne accorse.

“Come ti va tutto? Ë passato tanto tempo…”. Gli disse.
“Bene, ma partirei domani per il Cile con te”.
“Allora non ti va bene!”.
“Sí, mi va bene, davvero. Ma partirei. Pensaci…”.

Entrarono e raggiunsero gli Altri e le birrette. Erano fresche, simpatiche. Stavano lí, frizzando nei bicchieri della Stella Artois, cercando di mettere bollicine dentro le loro vite.
Glu glu glu. E ciao Andora.

Su per Capo Mimosa e giù verso San Bartolomeo, guardando Cervo, un posto che li rimproverava sempre: lassù, immobile, in piedi verso il mare. Si diceva che quando portavi una ragazza a Cervo voleva dire che era finita, che non avevi più niente da farle e da dirle. Ed é per questo, oltre che per la sua posizione geografica, che anni prima era stato escluso dal giro dei bar.

Cervo, e in basso il peccato.
“Senti caro, che ne dici se continuiamo sull’onda del ricordo?”. Fece Ito
“Chiquito?”. Rimbalzò l’altro.
Nadine e Jaz stavano parlando di cose, là dietro, e loro non le sentivano per via di Fabrizio, troppo importante per essere diviso con i sedili posteriori e i loro discorsi.
”Come faró a dire a mia madre che ho paura?” Cantavano, attraverso la sua musicavoce catartica, i drogati di tutto il mondo.
Il Chiquito, un’altra meta del passato con a fianco un bar, e questo gli faceva comodo. Fermandosi lí avevano già deciso di prendere in seguito la terza birretta, quella di Diano Marina, al Sortilegio, o meglio, di fronte.
“Dai, fatto Diano basta con i ricordi e le storie vecchie, oggi succederà di tutto!” propose giustamente Nadine.
Ma era piú forte di loro, era la loro pinche vita e avevano solo quella e gli si era scritta sulla pelle con i colori indelebili di quei posti e con il loro sale eccetera eccetera. E chi erano Nadine e Jaz in confronto al loro mondo, a tutto il resto? Solo una parte del tutto. Una bella, condiscendente e intelligente parte, ma sempre una parte.
Si scatenarono in risposta all’affermazione della donna, decine di racconti che, con abilità dialettica, i due sapevano rendere mito. Magari sarebbero andati avanti fino alla fine e avrebbero dovuto saperlo quelle due che si portavano in Francia con nomi o soprannomi francofoni come biglietto da visita.

In effetti, lo sapevano.
Scaltre, si finsero interessatissime, come solo le donne sanno fare.
Solo le donne sanno essere così interessanti e interessate a quello che dici, così bionde così more, così sante così porche.
Solo le donne, che belle le donne. Quanto piacevano a loro! Conquistandole e anche tradendole, ne avevano sempre rispettato l’essenza, perché, dicevano, la donna é un viaggio, un divenire continuo di emozioni, e loro ne intercettavano il cammino nel momenti in cui gli andavano bene tipi così.
Sembrava strano, visto i precedenti, ma tutti erano convinti, Ito e l’Altro parlando di loro stessi, così come le ragazze, che in fin dei conti li conoscevano abbastanza bene, che quei due si erano innamorati e strainnamorati ed avevano sofferto tantissimo per amore.
Così erano fatti d’altronde, gente di sofferenza, costretta a sanguinare, con un animo nobile e meschino al tempo.
Nobile e meschino, come soffrire per Donna.
Donna é il mondo perché grazie a lei il mondo esiste e resiste.

Capo Berta, verso quei posti che vollero chiamare Imperia, quei posti di mugugni e mugugnosi che tanto sentivano dentro.
Oneglia era sicuramente donna.
Dominata dai Doria, divenne poi un’oasi piemontese. Fu assalita dagli spagnoli nel seicento, quando era un moderno centro rivale di Porto Maurizio.
La donna Oneglia, fu premiata per la sua fedeltá nel 1815 dai Savoia, ma, con la cessione di Nizza alla Francia, cedette al rivale Porto il titolo di capoluogo.
La donna Oneglia era coricata sul mare e in qualche modo li aspettava.
Giù dal Berta, in picchiata verso la Spianata.
Ora il problema era dove planare, visto che non volevano incontrare amici e i loro amici erano spesso nei bar, quasi sempre il sabato. Erano l’una e qualcosa di pomeriggio e Oneglia, la donna Oneglia, se la faceva con un sole quasi solleone che la baciava in continuazione. Pensarono che c’era bisogno di un Rapsodia per dare il giusto ritmo a quel momento.
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Il Rapsodia lo faceva solo una persona e, di conseguenza, si beveva solo nel suo bar dove, probabilmente, avrebbero potuto incontrare pochi o nessuno. Forse Mr. Paul, al massimo Mr. Nizza, nessun altro.
Dicesi Rapsodia: “rhum + granatina + lime + ingrediente segreto”.
Per berlo, si doveva passare indenni un interrogatorio sul Genoa e minimizzare sugli altri discorsi proposti dal Signor Arcobaleno, padrone del cocktail e del bar.
Come sfondo, il porto e le sue barche. Le bitte, le scritte sui muri e come sempre il vento.
Sul calcio e sul Genoa erano preparatissimi e riuscirono a rispondere in maniera esaustiva alle domande di Arcobaleno, che, in cinque minuti, sputò fuori tutta la rabbia e l’orgoglio dell’essere genoano: omaggio a Franco Scoglio e alla gradinata nord, frecciatine alla Samp, domande specifiche su Gigi Marulla, Skuhravy, Aguilera, Nappi, Fontolan e Branco, ma anche su partite, arbitraggi, penalizzazioni ingiuste ed altre sventure sofferte dal Vecchio Balordo . Furono talmente bravi e convincenti che i quattro Rapsodia gli vennero offerti con vera commozioni.
“Sempre Forza Genoa!”.
“Sempre”.

Se Oneglia era baciata dal sole, Porto non poteva che godere ancora di più della sua compagnia, e i borghi che lo formano, infatti, ne erano letteralmente posseduti: solo la Fondura tentava di nascondersi invano, mentre il Parrasio lo prendeva fino in fondo, la Foce e la Marina gli facevano le coccole e gli altri lo guardavano innamorati dalle alture.

Porto, giá. Loro, che si sentivano marinai post-moderni che vivevano sulle coste di altri mondi, loro con dentro la saudade, erano liguri vagabondi incapaci di dimenticare il mare.
Porto morto se ci vivi e hai 18 anni, dopo un’infanzia passata a salire e scendere, a prendere a calci un pallone in campetti disgraziati, a subire i ragazzi più grandi giocando per strada, aspettando l’estate per diventare piccoli uomini di sale. Tutto chiude a Porto e molti se ne vanno, ma tutto, incredibilmente, rimane. Porto che si guarda in silenzio, tace e si tace. Il molo lungo che sembra ogni giorno piú lungo.
A l’é cuscí. Nu ghe ninte da fa’. Nu ghe miga ninte au Portu. Ghe solu u Portu. .
I bar chiusi e i loro segreti, lo spirito di Porto che, quando sei lontano, grida. E unghie taglienti che ti prendono la pelle della schiena e graffiano forte per farti ammettere di essere figlio della tua terra e di amarla fino a star male.

Il Circolo Velico non esisteva più e non era rimasto neanche il suo scheletro. Non c’era più Ramon, non c’era Scí. Mariaccio aveva chiuso, la Scala Azzurra non era più la Scala Azzurra, la Bocciofila era stata rasa al suolo. I nomi dei bar di un tempo echeggiavano nell’aria.
“Bazzillus” fischiava il vento, “Systemet” gli rispondevano i monti.
Una malinconia e una capacità di dimenticare argentine, una voglia di bere cristallina. Dove andare?
“Entriamo nel primo che troviamo”. Fece Jaz.
“Dai”. Solidarizzò Nadine.
Loro guidavano muti, proprio come quando, adolescenti sbronzi, uno era al volante e l’Altro gli cambiava le marce e si passavano la boccia di vino che avevano imboscato al ristorante e non esistevano i punti sulla patente ma solo una fottuta paura di non essere in grado di arrivare. in silenzio, eseguirono l’ordine femminile ed in silenzio si fermarono poco prima della fine del paese.

“Guarda, Ito!”.
“Non ci posso credere, é Sci!”.
“Ma allora non é morto!”.
“Sci!!”.
“Ciao ragazzi… mmh… mi sono assentato per un po’… ecco… beh ora sono di nuovo qui… bella storia… volete una birretta?”.
“Certo”.
“Ecco. E una anche per Ramon”.
“Ramon!”.
“Ciao ragazzi,avete mille lire?”.
“Allora Sci come butta?”.
“Mmh… ecco… butta bene e butta male, l’importante é che butti.
E butta, ragazzi, butta. Oggi ci sono tutti quelli che si erano assentati, é un giorno di festa, quasi… ecco…”.

Finirono le birre di un sorso e ripartirono, lasciando quell’allucinazione là, tra le bitte del destino. E piccole gocce di sale fuoriuscivano dai loro occhi mentre realizzavano che no, non c’erano più. Neanche loro.

Nadine e Jaz avevano capito che la birra di Porto non la stavano bevendo con loro ma con la loro gente che non c’era più e brindarono a questo fatto intravedendoo ciò che doveva succedere per quei posti qualche anno prima. Stavano per uscire da Porto verso San Lorenzo, ma non uscirono. Non é facile uscire da lì. Nadine vide una cosa che non avrebbe voluto vedere e dopo poco la vide anche Jaz. A giudicare dalla sua faccia, nemmeno lei l’avrebbe voluta vedere.

Stavano tornando dalla Francia belli fieri per quello che avevano saputo e pensavano a dove li avrebbero potuti aspettare, quando un po’ dopo un piccolo paese di cui non sapevano nemmeno il nome, videro una Storia Grigia avanzare lentamente in senso contrario.

“Sono loro!” fecero insieme.
Chi guidava ebbe la prontezza di sbarrargli la strada.
Erano loro, cazzo, erano proprio quei due coglioni che avevano fatto iniziare tutto il casino. Erano loro e li avevano beccati prima del previsto, allora il “tipo fuori” gli aveva detto la verità! Cazzo, non gli sembrava vera la storia del giro dei bar, la paranoia perché la sua donna gli faceva le corna con uno di quei due… come aveva detto che si chiamava? Nadine, forse. Se non li avessero visti per strada li avrebbero comunque beccati, facendo avanti e indietro sull’Aurelia. In questo o quel paese, li avrebbero sicuramente presi.
Ma così… così era più bello! E più facile.
Finalmente, dopo che quel fottuto albanese li aveva seguiti con un amico sparando, dopo che, arrivati ad Alassio, avevano seccato quel pezzo di merda di francese che qualche tempo prima aveva fatto del
male a uno di loro, dopo che erano andati a festeggiare la Morte proprio sotto casa sua… finalmente il cerchio si chiudeva.
Sbarratagli la strada, si guardarono in giro e non c’era nessuno. Allora Barbour tirò fuori una pistola.

“Noooooooo!” Urlarono le donne terrorizzate.
L’Altro guidava e Ito, come sempre, cercò una soluzione.
“Inchioda!” – gridò e poi “fai retromarciaaaaaa!”.
Nel mentre, il suo raziocinio gli ordinò di tirare fuori il ferro di Rave e così fece e gli tremava anche il buco del culo.
Abbassò il finestrino e “Porci fascisti figli di troia” questa volta lo disse lui e l’Altro sgommando si stava allontanando a marcia indietro quando arrivarono due proiettili, uno scheggiò il tergicristallo della Storia e l’altro si perse non si sa dove.
Scapparono, ancora una volta. Sapevano le strade e quei bastardi li inseguivano, ma quando si diressero verso l’entroterra, su per le colline, fino al cielo, là li seminarono. La Storia Grigia e malconcia resisteva e correva per i suoi sterrati, quelle stradine che, evidentemente, i porci che gli stavano al culo non conoscevano.
Si fermarono solo dopo una quindicina di chilometri di curve. Si fermarono solo perché erano arrivati all’ultimo paese in alto prima del nulla. E all’ultimo bar.
“Dino, quattro cognac”.

Dino non parlava mai, forse non sapeva neanche parlare. Ma quel giorno, in quel momento, parlò e, dopo aver osservato i loro volti, ascoltato il loro ansimare e versato da bere, gli chiese che cazzo fosse successo. L’Altro ne approfittò per mettere in pari anche le ragazze e raccontò tutta la storia, mentre Ito di nascosto si preparava il secondo e poi il terzo cognac, pensando che, ormai, in Francia non ci sarebbero arrivati.