di Mauro Baldrati

SavMan.jpgOliver Stone è riuscito in un’impresa straordinaria: girare un thriller-hippy anni Settanta con gli strumenti di oggi, tecnici, stilistici, di genere. Sembra possibile sulla carta, ma forse solo un artigiano esperto come il sessantacinquenne regista americano poteva combinare chimicamente l’etica degli eroi indipendenti di Peckinpah con l’epica “minore” di film come Punto Zero, o Butch Cassidy (con una citazione-omaggio nel film stesso), inserendo suggestioni e ultraviolenza pulp. Tratto dal romanzo di un grande maestro del thriller contemporaneo come Don Winslow (che è anche sceneggiatore) Le Belve è un mix riuscito e porta con sé un po’ di storia del cinema, affermazioni di libertà, sfida senza esclusione di colpi ai potenti, con gli eroi buoni che non esitano a tuffarsi nel politicamente scorrettissimo (tipo bruciare vivo un uomo, benché a sua volta criminale e torturatore) per raggiungere lo scopo: difendersi come indipendenti e combattere il crimine organizzato che tutto avvelena e contamina.

In effetti erano liberi, persino felici. L’ex seal in Afganistan Chon, completo di tatuaggi e cicatrici, il pacifista Ben (tipologia dello studente del campus), e la bionda californiana O (diminutivo di Ophelia) vivevano la loro sporca vita come meglio gli pareva: coltivavano una stratosferica marijuana a Laguna Beach, che fruttava loro milioni di dollari, che Ben reinvestiva in progetti umanitari in Africa. Si amavano, in un perfetto ménage a tre fatto di sesso, cenette intime sulla terrazza della loro villa sull’oceano, canne e pipette di “purino” (cioè le cime di ganja senza tabacco). La gelosia era assente, così ogni compiacimento di tipo edipico – e qui davvero il vecchio leone Stone porta con sé tutta la sua eredità hippy anni ’60.

Ma, proprio come le antiche comuni e i nuclei alternativi non potevano sopravvivere a lungo, accerchiati dal Sistema predatorio che tutto deve consumare, un potente cartello della droga messicano vuole mettere le mani sulla piccola impresa familiare. Preceduto da un crudele snuff-video inviato sul Pc di Chon, viene organizzato un incontro con proposta di “alleanza” che equivale, in realtà, a un progressivo assorbimento della produzione nel mercato controllato dal cartello. Chon, Ben e O discutono, mettono sul piatto le loro personalità, i loro progetti, le loro paure, cercano di prendere tempo, ma la meta-criminale Elena Sanchez, che guida il cartello (interpretata dalla bravissima Salma Hayek, con una parrucca quasi identica a quella di Mia Wallace), passa subito ai fatti: fa rapire O, da tenere come ostaggio per ricattare Chon e Ben. I quali non si lasciano facilmente sopraffare. Organizzano una contro-banda con collaboratori specializzati, spuntati dal nulla con attrezzature e armi di prim’ordine (ma un thriller è un thriller, per tenere alto il fluxus adrenalinico non può soffermarsi troppo sulle spiegazioni). Parte una guerra feroce, sanguinaria, coi cattivi guidati da un lurido, laido (tra l’altro di nome Lado, senza la “i”), scarruffato macellaio Benicio del Toro, con l’intervento ambiguo e opportunista del poliziotto corrotto, traditore e piagnucoloso John Travolta, che sta un po’ di qua e un po’ di là inseguendo il trionfo finale. Oliver Stone manovra il tutto con mano ferma, guizzando con le riprese e la fotografia disomogenea e contaminata, alternando una sottile vena umoristica e vendicativa (tipo che “persino Hilary Clinton ammira lo stile incomparabile di Elena Sanchez”) alla gestione della più cruda ultraviolenza, alla dolcezza dell’amore e alla gioia del sesso libero, magnificando l’ideale dell’uomo buono che sopravvive anche al cospetto della tortura più efferata e dello sbracamento ignobile del Potere. Ci riesce, soddisfa, e fa dimenticare in un lampo altri film ben più grevi, pretenziosi e al tempo stesso inconsistenti come The Doors, Natural Born Killers, Alexander.

Le Belve prosegue a testa alta per due ore verso un doppio finale, uno alternativo all’altro, entrambi estremi, e quindi conformi a un certo stereotipo filmico americano, ostaggio dell’ossessione di risolvere il tutto ad ogni costo. Una scelta forse non originalissima ma neanche troppo diffusa, in grado di gratificare sia lo spettatore punitivo, amante della tragedia, sia l’idealista che esce dalla sala felice perché in fondo possiamo farla franca, anche se il Potere Criminale muta in fretta, si rifonda, perché abbiamo trovato una tana accogliente, dopo averla fatta pagare cara a quei maledetti bastardi. E scusate se è poco.

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