di Sandro Moiso
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Dov’è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso,
non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?

(Edgar Lee Master, Antologia di Spoon River)

Il rock’n’roll rigurgita di suonatori Jones.
Musicisti che non hanno mai raggiunto i vertici dello stardom o che, in molti casi, non ne hanno nemmeno bazzicato le cantine.
Quelli che pur avendo un autentico genio per l’innovazione e la provocazione non hanno mai saputo o potuto o voluto perseguire la strada del successo.

Oppure che per troppo amore per la loro musica non hanno mai desiderato altro che suonarla alla faccia dei critici e del pubblico.
Oppure, ancora, che pur non sapendo né suonare, né cantare, né leggere uno spartito hanno voluto urlare la loro rabbia o rivolgere il loro sghignazzo ad un auditorio addormentato dalla noia del mainstream e da una critica musicale asservita alle mode e all’industria discografica.

Musicisti che hanno cercato di scalare il Monte Analogo di Tin Pan Alley, che sono scivolati sui ghiacci delle multinazionali del suono registrato e diffuso e che sono artisticamente morti ( talvolta anche fisicamente) prima che un produttore degno di questo nome o qualche scopritore di talenti li degnasse di uno sguardo o di un consiglio.
La Grande Sfiga del Rock’n’Roll, insomma.

Quella di cui sono letteralmente ricoperte le strade che portano ad un buon contratto, ad una buona promozione, ad una campagna di diffusione degna di questo nome.
Ossa, carcasse di chitarre e batterie, grovigli di corde strappate, armoniche arrugginite e tasti bianchi e neri dispersi che costituiscono l’humus più autentico su cui si svilupperanno le nuove tendenze e i nuovi eroi. Spesso più meschini ed addomesticabili.


Se si dovesse scegliere un’area geografica degna di essere ritenuta la patria degli appartenenti alla famiglia Jones, non vi possono essere dubbi, questa sarebbe certamente il Texas.
Uno stato dove negli anni sessanta se si pensava di fare un uso smoderato di acidi e canne per superare le mura del sonno musicale si finiva dritti dritti all’ospedale psichiatrico per una bella cura a base di elettroshock (Roky Erickson).

Oppure se si era più bianchi del bianco, albini insomma, e ci si ostinava a far il blues più nero del nero si finiva con l’essere considerati drop-out senza speranza (Johnny e Edgar Winter).
E se, per caso, si formava un bel gruppo garage che dimenticava nel baule dell’auto le prime cinquecento copie del primo L.P. fino a farle friggere sotto il sole tejano, non ci si doveva preoccupare troppo perché ci avrebbe pensato lo Zio Sam a organizzare, per tutti i componenti della band, una bella gita in Viet Nam (Kenny and the Kasuals)!
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Anche se i nomi e le storie potrebbero continuare all’infinito, e varrà sicuramente la pena di ritornare in futuro su molte di esse, c’è sicuramente una stella che brilla più luminosa delle altre nel cielo della grande sfiga texana.
E’ nato a Lubbock il 5 settembre 1947 e il suo vero nome è Norman Carl Odam, ma entrato nella leggenda come The Legendary Stardust Cowboy!

Attratto fin dall’infanzia dal cinema western e dai B-movie di fantascienza, il nostro scopre ben presto un’insana passione per le chitarre, le urla di guerra degli indiani e lo yodeling, trasmigrato dalle Alpi tirolesi alla country music con le migrazioni ottocentesche, prima, e con la voce nasale e proletaria di Jimmie Rodgers , poi. La cittadina del Panhandle perderà così il sonno e la tranquillità quando il nostro, a partire dai banchi di scuola, che condividerà con il più noto Joe Ely, inizierà ad ululare e a cantare a squarciagola, massacrando le corde della prima chitarra, sulle scale della scuola stessa, nei locali e per le vie di Lubbock.
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Non si sa se per decisione autonoma o delle autorità cittadine Norman deciderà di emigrare per far fortuna con il suo sgraziato e più che sballato stile musicale, ma, nel 1968, non arriverà più lontano di Fort Worth, circa trecento miglia ad est.
Qui, prima ancora del fracasso prodotto, sarà la sua vecchia Chevy Biscaine sulle cui fiancate aveva scritto, con una bomboletta spray di colore nero, quello che sarebbe diventato il suo nome d’arte, The Legendary Stardust Cowboy, preceduto da “NASA presents”, ad attirare l’attenzione di due giovani venditori di aspirapolvere.

Il cielo del Texas, testimone di ogni follia dagli schiavisti di Alamo all’alcolista George Bush Jr., vede così due piazzisti poco più che ventenni trascinare all’interno del più vicino studio di incisione Carl Odam, non si sa se per ammirazione, delirio o come semplice tentativo di superare una noia esistenziale prodotta dal panorama piatto e monotono circostante e che nulla aveva da invidiare a quella cantata da Jean Paul Sartre.

Era mattina e il giovane ed assonnato tecnico del suono che si trovava nello studio altri non era che T-Bone Burnette, il futuro leggendario musicista, arrangiatore e produttore.
Con una chitarra dobro schiantata ed una cornetta il leggendario cowboy della polvere spaziale inizierà così ad incidere la canzone che, nel bene e nel male, lo renderà celebre:”Paralyzed”.
Alla batteria lo accompagnerà lo stesso T-Bone Burnette.

Paralyzed era stato il primo brano con cui Norman aveva partecipato ai contest musicali della sua città, prima dell’esodo verso la terra promessa dell’eterno sogno americano.
Una canzone selvaggia in grado di conquistare l’attenzione di chiunque” l’avrebbe poi descritta l’autore che già l’aveva eseguita in alcuni club di Lubbock, dove i proprietari degli stessi avevano finito col pestarlo dopo aver cacciato via il pubblico.

Alle persecuzioni locali e al lavoro di magazziniere il nostro aveva così preferito tentare, precedentemente, di raggiungere l’agognata California dove, però, nessun locale e nessuno show televisivo aveva voluto infognarsi con un pazzo che urlava, piroettava su se stesso come se fosse affetto dal ballo di San Vito e che sparava in faccia al pubblico testi deliranti.
Gli scarsi quattrini l’avevano poi spinto a tornare alla città d’origine per un periodo.

Ma ora era lì, per la prima volta ad ululare davanti ad un microfono per la registrazione, gridando a T-Bone Burnette: “Con la batteria segui il ritmo della voce!!”.
Insieme alle urla, ai vocalizzi incomprensibili e alle esplosioni di tromba a metà strada tra il segnale della carica e l’improvvisazione free-jazz, il tutto prodotto con il disordinato ed improvvisato accompagnamento del tecnico del suono, nasceva un brano che sarebbe diventato di culto per lo Psychobilly degli anni ottanta, insieme a “She Said” di Hasil Adkins, resa celebre dai Cramps.
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Quel giorno, nell’afa texana, furono incisi altri cinquanta brani, ma solo Paralyzed, accompagnata sul retro da Who’s Knocking On My Door, finì su un vinile a 45 giri.
Cinquecento copie per l’etichetta Suave Records.
Dovuto al fatto che, quando T-Bone Burnette si precipitò con le registrazioni in mano dal DJ che conduceva le trasmissioni per KXOL, l’unica radio di Fort Worth i cui studi si trovavano proprio sopra alla sala di incisione, questo ne fu entusiasta al primo ascolto.
This is it! This is the new music!” urlò e via, iniziò a trasmetterla localmente a tutto spiano.

Poco dopo il singolo fu acquistato dalla Mercury Records per una diffusione su scala nazionale.
Lo Stardust Cowboy era entrato in orbita e, il suo disco, girava, girava, girava…
Non importava se alcuni critici ne parlarono come del peggior disco mai prodotto.
Tra questi il noto Ed Ward, che, da lì a qualche anno, se ne sarebbe pentito.
E il disco sarebbe entrato nei Billboard Top 200.

Se non fossero stati gli anni della seconda, grande rivoluzione del rock, quella della scoperta della psichedelia e delle esibizioni free-form, certo nemmeno quell’attimo di celebrità sarebbe potuto sussistere per il cowboy di Lubbock.
Punk prima del punk, ma come il miglior punk marcio, distorto ed imbecille.
Visionario come un altro fissato dello spazio esterno: Sun Ra.
Definito da Joe Ely come il miglior suonatore di jazz del Texas.
Provocatorio come Iggy a Detroit.
Fuori di testa come pochi altri nella storia del rock, Norman Carl Odam era entrato, per un istante, nella leggenda.

Ma, si sa, le leggende sono una cosa mentre la realtà, spesso, è un’altra.
Nel novembre di quell’anno il Cowboy partecipò alla trasmissione televisiva Laugh-In, una sorta di Corrida nostrana in cui il pubblico e i presentatori si prendevano gioco di chi si esibiva.
Anche se la rivista Spin lo avrebbe definito, in seguito, come uno dei “25 grandi momenti musicali della storia della TV”, l’esibizione costituì per Norman una umiliazione ed una grave delusione.
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Nonostante i fischi, i lazzi e le smorfie dei conduttori e del pubblico, la trasmissione fece però sì che numerose altre stazioni televisive richiedessero la partecipazione del Cowboy spaziale.
Purtroppo però, quando si dice la sfiga del R’n’R, il sindacato dei musicisti iniziò proprio in quel periodo un blocco delle apparizioni dal vivo dei suoi appartenenti e Norman, essendo comparso quell’unica volta in Tv, dovette adeguarsi alla decisone.

Quando lo sciopero finì anche la curiosità per il texano e la sua paralisi a 45 giri era scemata.
E così scemarono le vendite del singolo.
Dopo aver inutilmente pubblicato altri due dischi deliranti, e privi di alcun riscontro sul mercato, la Mercury abbandonò lo Stardust Cowboy come un relitto nello spazio.
Con susseguente ritorno a Lubbock e al lavoro salariato.

Ma proprio mentre il nostro eroe si accingeva a percorrere il proprio privato Sunset Boulevard, un astro nascente del rock inglese era in trattativa con la Mercury per la distribuzione negli USA della propria musica. Per compiacerlo la casa discografica gli avrebbe regalato un box con tutti i 45 giri più recenti da essa pubblicati in America. Tra questi Paralyzed .
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Il giovane artista inglese uscì di testa per il cowboy dello spazio, tanto da modificare il nome scelto per il prossimo disco. Sì, signori stiamo parlando di Ziggy, Ziggy Stardust and the Spiders from Mars!!.
Proprio a partire da quell’ascolto David Bowie avrebbe modificato l’amato Iggy in Ziggy e poi, beh l’avete capito no? STARDUST come il Cowboy.
Che avrebbe poi omaggiato inserendo la cover di “I Took A Trip On A Gemini Spaceship “ di Odam nell’album Heathen del 2002.

Naturalmente tutto ciò non portò una lira nelle tasche di Norman che proseguì la sua vita arrabattandosi con vari lavori, ultimo dei quali quello che lo ha certamente portato più vicino allo spazio e alle stelle: guardia giurata presso la Lockheed-Martin, impresa aero-spaziale costruttrice della navicella Pathfinder scesa (?) su Marte.

Fu in realtà la scoperta del garage, del rockabilly e delle chitarre twangy operata negli anni ottanta a riportare alla ribalta un oramai più che impolverato cowboy texano.
Prima la sua Paralyzed era stata inserita soltanto in un lp antologico che intendeva raccogliere i peggiori dischi di tutti i tempi: “The World’s Worst Record Show“.
Poi, però, la Big Beat pubblicò una versione rifatta del suo “hit”, con accompagnamento dei Cramps, in una propria antologia.
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Nel 1984, per la prima volta fu pubblicato un intero suo lp, per il piacere dei suoi fan, crestati o meno, “Rock It To Stardom “ pubblicato dalla Amazing Records in cui Carl veniva accompagnato da una delle migliori band texane di rock’n’roll, i LeRoi Brothers.
A questo seguirono altri lp e tournée, spesso accompagnate dal suono di alcuni ex-Dead Kennedys e di altri musicisti della scena di San Francio e della Bay Area.

The Legendary Stardust Cowboy Rides Again”, “Retro rocket Back To Earth”, “Live in Chicago”, “Tokio” con gli Altamont Boys, sono alcuni dei titoli, oltre ad antologie che raccolgono anche alcuni dei nastri dispersi del ’68 (anno sempre magico in ogni sua manifestazione).
Oltre che un sigolo per la storica Norton Records: “I ride A Tractor”.
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Certo che con titoli come questi oppure come “My Underwear Froze To The Washing Line”, “Standing In A Trashcan (Thinking OF You)” e “I Hate CD’s (of Bruce Springsteen) “ il successo continuava ad essere tutt’altro che garantito. Ma il divertimento sì e chi ha potuto assistere agli show in cui il nostro non più giovane vaquero lanciava dischi volanti di carta dipinti a mano, a mo’ di freesbee, verso il pubblico oppure scalciava con speroni e stivali dopo essere rimasto in mutande li ricorderà a lungo.

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That’s all folks, only another story of raw and wild Rock’n’Roll…but I like it!

N.B. La discografia LSD (Legendary Stardust Cowboy) è abbastanza disponibile in rete, ma la CHERRY RED RECORDS ha pubblicato nel 2011 un doppio cd antologico, “The Legendary Stardust Cowboy. For Sarah, Raquel and David. An Anthology”, che raccoglie brani dall’originale Paralyzed fino a quelli più recenti.
Per le informazioni, oltre alla solita rete, si rinvia al capitolo a lui dedicato nell’esauriente e folle “Songs in the Key of Z. The Curious Universe of Outsider Music” di Irwin Chusid, A Cappella Books, Chicago 2000, pp.274.
Sul Leggendario è stato realizzato anche un documentario, “Cotton Pickin’ Smash! The Story of the Legendary Stardust Cowboy”, diretto da un certo Philputt. Il progetto ha richiesto otto anni per la sua realizzazione e ha mandato in bancarotta il regista. Inutile dire che il costo maggiore è stato quello del pagamento dei diritti per le immagini tratte dalla trasmissione Laugh-In: 8000 dollari per trenta secondi….la Grande Sfiga del Rock’N’Roll, come sempre!