di Sandro Moiso
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Si stanno raccogliendo ovunque.
In Messico, a Roma, a Bruxelles.
A volte sono decine, altre volte solo in quattro, talvolta è uno solo che soffre e parla per tutti.
La veglia di colui che ha già reso l’anima a Dio, ma che ogni tanto pare risvegliarsi, è già iniziata mentre i dottori e gli specialisti ancora si affannano intorno al cadavere per impedirne almeno una troppo rapida e sgradevole decomposizione.

Come in un dramma elisabettiano il clima è cupo.
Pare di sentire l’odore della morte nell’aria, anche se ceri e incenso sono accesi ovunque per nasconderne l’aroma acido e dolciastro allo stesso tempo. Il pubblico è imbarazzato, spaventato, confuso.
Le immagini rubate dalle chiese siciliane, ove sono conservate le mummie degli estinti, affollano le menti di ognuno come in un incubo filmico di Werner Herzog.

Eravamo come voi, sarete come noi”, sembrano ammonire le immagini televisive, i giornalisti cialtroni e uomini politici dediti al ladrocinio e al tradimento, attraverso parole minacciose e, allo stesso tempo, disperate.
La peste che ha causato la fine precoce ed inaspettata del caro estinto non si sa se è arrivata da ovest con il virus di Lehman oppure da oriente con un virus greco.


mummie.jpg Intanto, intorno alla colonna infame, si cercano gli untori, si preparano i roghi, mentre i risparmiatori monatti iniziano ad aggirarsi per le vie cittadine cercando di sottrarre alle banche monete putrescenti e capitali già volatilizzati.
Imbonitori da strapazzo urlano che l’euro è morto e che bisogna abbandonarlo, altri che, anche se morto, va in tutti i modi resuscitato.

Gli esorcisti al governo dichiarano di avere cure formidabili: carta straccia moltiplicata per centinaia di miliardi per le casseforti trasformate già in camere mortuarie e tagli, tanti, agli impiegati statali, ai lavoratori e ai loro stipendi. Mentre il sangue giovane dovrebbe essere ancora un medicamento miracoloso per la ripresa del Lazzaro monetario.

Alzati e cammina” si ostinano a recitare, senza smettere di litigare tra di loro, nei loro sepolcri imbiancati, i signori della finanza, del potere e della guerra.
Ma il giocattolo si è rotto, non funziona più.
Tra molle e ingranaggi dispersi sul pavimento della stanza di un bambino curioso e dispettoso, piangono e si affannano fingendo di sapere come porre rimedio al tutto.
L’importante è che il pubblico sia sì spaventato, ma, allo stesso tempo, creda ai sacerdoti e agli stregoni della religione del capitale, del risparmio e del salario.

Quelli che urlano la morte del vecchio dio monetario europeo si aggirano sventolando nuovi idoli: la lira, il susino, monete locali e comunali.
Altra carta straccia, utile soltanto a non far perdere la fiducia nel denaro e nel mercato.
Insultiamoci, picchiamoci, spariamoci addosso, ma non rinunciamo all’unica vera fede: quella del capitale e del suo feticcio universale.
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Invece, è proprio quello ad essere definitivamente morto. Morto e sepolto che, come in un vecchio horror di Chelsea Quinn Yarbro, non vuole e non sa di esser già tale.
Che faccia riferimento all’euro, al dollaro, allo yen o allo yuan il sistema basato sullo scambio mercantile è finito. Basta, stop, fine dei giochi.
Eppure giocatori compulsivi si precipitano ancora al tavolo da gioco, sperando in un’ultima puntata fortunata.

Le fiche sono i salari dei lavoratori, le loro pensioni, i loro figli e le loro speranze.
Parafrasando Marx: la classe operaia o lotta o è una fiche.
Nelle mani di vari giocatori: i finanzieri d’assalto, i banchieri di stato, i governi, i sindacati e i politici grigi, tutti affamati di sudore operaio come zombi.
Che si rifiutano di morire insieme al loro dio cieco e idiota che, come in un racconto di Lovecraft, balla nudo al centro del mondo al suono di una cacofonia di media impazziti.
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Il tempo della fine del capitale e dei suoi cantori non solo è venuto, ma è già stato superato e solo un gigantesco incantesimo mediatico può far sì che milioni di persone continuino a preoccuparsi di ciò che hanno già perso senza vedere tutto ciò che avrebbero da guadagnare.
E non si sta qui parlando della sconfitta elettorale di Syriza in Grecia, cui le paure sapientemente dosate e diffuse dalla UE e dai media hanno pur contribuito.

In tempo di campionati europei, non solo calcistici, il pallone è sgonfio e non vi sarà alcun soffio vitale a farlo tornare tondo e adatto al gioco.
Il guaio è che si continua a giocare, “tirando calci al vento” come in una ballata di De Andrè.
Forse una guerra europea o mondiale potrebbe riportare per un po’ il pallone alla giusta pressione, ma si analizzano i cicli storici di accumulazione e dominio imperialistico ci si accorge che sono destinati ad essere progressivamente sempre più brevi.

Quanti secoli ha impiegato l’Europa a diventare il centro del mondo?
E in quanto tempo sono crollate le sue fortune?
E quanto è durato “il secolo americano”? Cinquant’anni, settanta?
E quanto durerà il predominio cinese?
E la Germania quando capirà che la sua posizione all’incrocio dell’Eurasia la condanna allo sviluppo e alla distruzione prima di poter primeggiare anche solo per un quarto d’ora storico sul resto del mondo? Altro che “in saecula saeculorum…“.
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Comprese le chiese e le religioni cui l’oppio televisivo ha da tempo, in Occidente, strappato il potere di mediazione tra alto e basso, tra terra e cielo, tra frustrazione e speranza, tra mali terreni e giustizia divina. La speranza nell’aldilà è stata sostituita dalle promesse delle pubblicità.
Guy Debord, troppo presto suicida, oggi non crederebbe ai suoi occhi.
Spettacolo e pubblicità sono diventati l’unica forma di comunicazione politica, economica e sociale.
Così milioni di persone possono ancora credere che il debito pubblico sia il problema e che questo sia costituito dalle spese correnti dello stato: amministrazione, servizi, sanità, istruzione…. Tutti intenti a discutere su cosa e chi si potrebbe ancora tagliare. Imbecilli! Al quadrato!! Al cubo!!!

Il sistema del credito pubblico, ossia dei debiti statali, le cui origini possono essere rintracciate sin nel Medioevo, a Genova e Venezia, si estese nel periodo della manifattura, a tutta l’Europa […] Il debito pubblico, vale a dire l’alienazione dello stato — dispotico, costituzionale o repubblicano — imprime il suo marchio all’era capitalistica.
Il debito pubblico si trasforma in una delle più potenti leve dell’accumulazione originaria. Come per magia, esso conferisce al denaro, improduttivo, la capacità di procreare e così lo converte in capitale, senza che esso debba andare incontro al rischio e alla fatica che, necessariamente, comportano l’investimento industriale o quello usuraio
”.

Chi lo dice? Già….Marx nel capitolo XXIV del primo libro del Capitale; l’anno era il 1867. Mi raccomando lo si rimuova, visto che siamo moderni abbiamo bisogno di moltitudini, di comici da strapazzo, di economisti saccenti, di tecnici inconcludenti e di sindacalisti bolliti…la teoria non serve…o no? Così invece di negare qualsiasi futuro ad un modo di produzione fallimentare e infingardo preferiamo essere corpi senza testa, classi senza storia e una specie senza futuro.

Undici mesi prima della sua morte Friedrich Engels scrisse a Karl Kautsky:” La guerra tra Cina e Giappone segna la fine della vecchia Cina, la completa, seppur graduale,rivoluzione dei fondamenti della sua intera economia, inclusa l’abolizione dei vecchi vincoli tra agricoltura e industria nelle campagne a favore delle grandi industrie, delle ferrovie,ecc e quindi l’esodo di massa dei coolies cinesi verso l’Europa: come conseguenza, una accelerazione per noi della débacle e l’aggravamento degli antagonismi in una crisi. E’ di nuovo la meravigliosa ironia della storia. Soltanto la Cina deve ancora essere conquistata dalla produzione capitalista, ma tale processo porterà all’impossibilità di esistenza di quest’ultima anche in patria…” (23 settembre 1894).
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Sei settimane dopo scriveva ad Adolf Sorge:”La guerra in Cina ha dato il colpo di grazia alla vecchia Cina. L’isolamento è diventato impossibile; l’introduzione di ferrovie, macchine a vapore, elettricità e di industrie moderne su larga scala è diventata una necessità, almeno per ragioni di difesa militare. Ma, con essa, anche il vecchio sistema economico della piccola agricoltura contadina, dove la famiglia produceva da sé anche i propri prodotti industriali, sta andando in pezzi e con essa l’intero sistema sociale che aveva permesso una popolazione relativamente omogenea. Milioni di persone saranno costrette a cambiare vita e ad emigrare; questi milioni andranno verso altri paesi tra cui l’Europa e lo faranno in massa. Ma appena la competizione cinese si imporrà su larga scala, porterà le cose ad un punto limite sia nella nostra nazione [la Germania] che in quelle vicine [l’Inghilterra], e così la conquista della Cina da parte del capitalismo fornirà allo stesso tempo l’impulso per il rovesciamento del capitalismo stesso in Europa e in America” (10 novembre 1894).

Eh già, c’era anche l’altro pazzo, mica ne bastava uno.
Ma che si fumavano per aver ‘ste visioni? Albert Hofmann non era ancora nato e l’acido lisergico non era ancora stato sintetizzato…e allora oppio, cocaina…o forse solo una dedizione assoluta alla causa della rivoluzione e del ribaltamento del più odioso dei modi di produzione?
Se tornassero in vita per un momento, sarebbe inevitabile ritrovarli, al tavolo di una birreria, a ridere e scherzare e brindare alla fine del mostro.

Perché questo non meriterà che un funerale di terza classe, mentre milioni di risvegliati potranno ballare e danzare e suonare e cantare come a un funerale di New Orleans o al suono della musica degli Area e di Demetrio Stratos.
A noi, finalmente, la gioia e la rivoluzione…ai signori di oggi la paura, la fatica e il sudore!
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Canto per te che mi vieni a sentire
suono per te che non mi vuoi capire
rido per te che non sai sognare
suono per te che non mi vuoi capire […]
Il mio mitra è un contrabbasso
che ti spara sulla faccia
che ti spara sulla faccia
ciò che penso della vita

(Gioia e rivoluzione – 1975)