Incipit dell’ultimo romanzo di Lara Manni, edito da Fazi, pagine 382, Euro 16.

tanit-cover.jpg Non ci sono stelle. E’ il 24 febbraio 2008.
I titoli dei quotidiani (sette colonne, caratteri così grandi che sembrano fiammeggiare) ribadiscono lo stesso concetto con poche varianti. “Roma violenta”. “Sangue sulla capitale”. “Notte di follia”. Marcello li ha ripiegati e impilati sulla scrivania dopo averli letti. Li ha quasi imparati a memoria, anzi, da quando, stamattina, ha sbirciato dal giornalaio la prima pagina di Repubblica. Da quel momento, ogni piacevole abitudine quotidiana (la prima sigaretta nel tragitto dal bar all’edicola, la lettura del giornale ascoltando musica barocca, due ore di lavoro al quadro, e via scivolando verso la sera) si era spezzata senza rimedio.
Il titolo era “Strage a Roma”. Marcello aveva cercato di fermare il tremito delle mani e aveva chiesto altri quattro quotidiani. Era tornato a casa quasi correndo, nonostante sentisse le ginocchia molli come cera. Era stato in quel momento, mentre desiderava di essere ancora a letto, con i tappi per le orecchie che lo mettevano al riparo dai rumori sgradevoli e dagli orrori del mondo esterno, che il primo frammento di quella che sarebbe diventata — che è diventata — la decisione aveva cominciato a scavargli le tempie.


A casa, aveva letto gli articoli mentre la sigaretta si consumava nel posacenere e la pioggia ricominciava a cadere. Venti morti in una sola giornata, di cui quindici in un ristorante messicano dove, a quanto era dato capire, era scoppiata una rissa. “Futili motivi”, diceva un quotidiano. “Immigrati ubriachi provocano strage”, insinuava un altro. Marcello aveva studiato con attenzione la cronaca: nessun dato utile, solo quindici corpi carbonizzati nell’incendio del Charro Cafè. Corpi su cui, a un primo esame, erano rilevabili ferite profonde, ancora di natura ignota. Un corto circuito, forse, poteva spiegare l’incendio, ma non la violenza.

Le testimonianze dei sopravvissuti erano confuse: un cameriere ricordava le lampadine delle decorazioni di carnevale che erano esplose e il fumo nero che aveva invaso il locale, una ragazza raccontava, fra le lacrime, della sua amica con la gola tagliata, ma non aveva visto chi tenesse in mano la bottiglia rotta, aveva solo sentito un rumore, come di carta strappata, e poi le mani le si erano bagnate e, ohgesùmio, era sangue. Un terzo, che il giornalista definiva “in evidente stato confusionale”, aveva parlato di una donna con i capelli strani. Strani come? Strani, sembravano azzurri ma non lo erano. Una donna che non aveva mai parlato, ma lui l’aveva notata, perché era molto bella, così bella che non si può ripetere. Il cronista aveva commentato ipotizzando l’uso di sostanze tossiche e introducendo il sospetto del terrorismo internazionale.

Marcello era scoppiato a ridere. Una risata nervosa, quasi un raglio, se ne rendeva conto benissimo, così come era consapevole che le lacrime che cominciavano a scendere non erano più isteria, ma spavento e dolore.
Si era alzato, aveva acceso il fuoco sotto il bricco del latte, per il chai. Era quasi mezzogiorno, e questo era il momento del chai, da innumerevoli anni: solo che, fino a quel momento, prima c’era stato un quadro da dipingere ascoltando Haendel o Campra. Dopo il chai, ci sarebbe stata mezz’ora di lettura, e poi un pranzo leggero, e dopo ancora i pennelli, e infine un tè o un dopocena da Nadia, per parlare e ascoltare musica.
Non sarebbe stato più possibile.
Mentre fissava il latte nel pentolino, Marcello aveva pensato alle altre notizie, accorpate nelle stesse pagine, perché sempre di morti si trattava. Un infanticidio e due incidenti stradali, entrambi senza sopravvissuti. Sembravano casi normali, nel loro orrore, rispetto alla carneficina del ristorante: sapeva che non era così.
Era contro ogni statistica, si era ripetuto, e poi aveva confutato la sua convinzione.
Quali statistiche? Le statistiche non prevedono le stragi, non sono in grado di calcolare la follia. Quanti morti stiamo contando, dal 2001 a oggi? Non siamo forse in guerra?
Lo erano, certo: lo era lui, per essere precisi. Ma la guerra di Marcello era diversa, ed era molto più antica.
Infine, aveva spento il fuoco. Niente chai, niente pranzo. Invece, si era seduto sulla poltrona accanto alla finestra, con il posacenere sulle ginocchia, e aveva guardato il cielo, finché la notte era scesa.

Ora, dunque, non ci sono stelle, e Marcello ha accettato con tutto se stesso la decisione: non quella che ci si aspettava da lui, però. Perché quello che dovrebbe fare adesso è telefonare agli altri, e chiedere se avessero letto i giornali.
Sicuramente lo hanno fatto, si dice. Saranno già in allarme: domani, al massimo, sarà contattato.
Forse già stasera. Non c’è modo di scappare.
Marcello ha aspettato questo momento da quando era bambino. No, non è esatto: lo ha temuto e ne è stato schiacciato. Perché non è capace di fare quello che ci si aspetta da lui: non lo vuole. Quello che aveva chiesto alla vita era di poter godere della sua bellezza: la musica, la pittura, il buon cibo, gli amici, i libri. Da oggi non sarà più possibile.
“Allora — sussurra — me ne andrò”.
Ha tutto quel che serve: senza dirselo, è sempre stato pronto per una notte così, una notte da vigliacchi, forse, ma che gli permetterà di andarsene senza intaccare il suo amore per tutte le meraviglie che gli uomini sono in grado di fare. Concerti per clarinetto, sonetti, mosaici, colonne scolpite, ponti che sfidano il cielo. Non vuole conoscere l’altra parte, quella fatta di tenebra.

Si alza, sceglie un CD. Il secondo concerto brandeburghese di Bach. Quando lo ascolta, non può fare a meno di pensare che gli eterei assoli della tromba stanno navigando verso i confini della galassia a bordo di una sonda. C’è anche un messaggio, nel disco d’oro che ospita la musica di Bach e tutto lo splendore creato nei secoli sulla terra, e gli torna in mente ogni volta che ascolta il concerto, e immagina la Voyager fluttuare nello spazio con il suo carico di arte e di scienza. Il messaggio si concludeva così: “Stiamo cercando di sopravvivere ai nostri tempi, ma potremmo farlo nei vostri”.
Dunque, pensa Marcello, questa è la musica giusta per una notte così. Anche se il suo mondo dovesse finire — e se gli altri dovessero seguire il suo esempio, finirà — quella musica sopravvivrà agli uomini. E’, in fondo, una scelta di speranza.
Segue il tempo con la mano, va all’armadietto del bagno. Dietro le pasticche di tachipirina e di Voltaren (ecco un’altra cosa di cui non sentirà la mancanza: l’artrite) c’è un flacone di colluttorio quasi vuoto. Il liquido sul fondo non è colluttorio, ma acido cianidrico. Lo porta con sé da anni. Prende il flacone, lo svuota in un bicchiere di plastica, aggiunge due dita di rum dalla bottiglia vicino alla poltrona, poi sciacqua la boccetta e la fa cadere nel secchio della spazzatura. Non ci sarà motivo di controllare, pensa: in fondo ha sessantacinque anni, un’età credibile per morire nel sonno. Neanche i suoi amici più cari sospetteranno: se lo amano, anzi, si rallegreranno per quella fine da giusto che lo ha sottratto ai compiti tremendi che lo attendevano.
Infila il pigiama, prende un libro a caso dallo scaffale. Tutto deve apparire normale, come se si fosse coricato con buona musica e buone letture, seguendo le sue abitudini. Così sarà. Quando ormai è sotto le coperte, con il bicchiere sul comodino (non ci sarà molto tempo, dopo che avrà bevuto: si tratterà di una manciata di secondi), alza lo sguardo alla finestra.
Niente stelle. La notte è densa, sembra premere sul mondo come per inghiottirlo.
“E’ così”, pensa Marcello, mentre un’altra lacrima scivola via. “Mi dispiace. Mi dispiace tanto. Spero che riusciate a fare quello che io non ho fatto”.
Abbassa gli occhi sul libro. E’ contento che siano le poesie di Emily Dickinson. Sceglie quella che sa essere perfetta per questo momento. La trova quasi subito.

“L’ultima notte che visse
era una notte comune
tranne il morire – che a noi
rese diversa la natura
…E noi – noi aggiustammo i capelli –
e rimettemmo la testa eretta –
e poi una quiete orribile dovette
calibrare la fede”.

Una quiete orribile. E’ questo quel che avverrà.
Marcello chiude gli occhi, e beve.

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