di Danilo Arona

Finisterre.jpgDi Ciudad Juarez non si parla e non si scrive mai abbastanza. Approfittando allora della recente uscita di un libro della Gargoyle Books, I vampiri di Ciudad Juarez di Clanash Farjeon, torniamo su quest’argomento con una piccola selezione di scritti non convenzionali, elaborati appunto sul “confine” tra la presunta realtà e il reame della luce oscura. Siamo come sempre alla ricerca di una verità. Che in questo caso dev’essere una sola. Mentre invece forze di potere nell’ombra sono al lavoro per confondere le acque già torbide per loro conto.

FINIS TERRAE (D.A. 2007)

L’inferno germoglia in mezzo al deserto. Si chiama Ciudad Juarez, una città spaventosa che appare avvolta da spire di nebbia anche quando nel cielo splende il sole più cocente. E’ un luogo di frontiera sul confine tra Messico e Stati Uniti, che in pochi anni ha raggiunto quota un milione e duecentomila abitanti.
Questa è la città della morte. Qui sono sparite centinaia di giovani donne. Almeno seicento sono state ritrovate morte in condizioni che non si possono descrivere. Di quelle scomparse i numeri che arrivano ai giornali cambiano di giorno in giorno. Si formulano tante, troppe ipotesi sul destino di queste poverette. Quei pochi giornalisti che hanno potuto occuparsi del caso hanno constatato che a Ciudad Juarez basta essere una ragazzina di età inferiore ai quindici anni per scomparire nel nulla e attraversare un inferno di violenza e di tortura che si conclude solo con la morte.
In più, data la posizione, va da sé che Juarez sia una delle vie del narcotraffico verso gli Stati Uniti. Negli ultimi mesi la mattanza quotidiana fra gruppi rivali per la gestione del mercato ha raggiunto livelli mai registrati in qualsiasi storia criminale nel mondo. Il 30 gennaio scorso, per raccontare uno fra i tanti episodi, sedici studenti che partecipavano a una festa furono uccisi in un raid selvaggio. Ma ogni giorno lì è giorno di morte.

DONNE PERSE NEL CORTILE DI SATANA (Gianni Proiettis, 2006)

Perché nessuno riesce (o vuole) fermare il massacro di donne e ragazze che va avanti impunito da dieci anni nella città delle maquiladoras, al confine tra Messico e Stati uniti? Se fosse una novella noir, qualunque editore l’avrebbe respinta come troppo ripetitiva e truculenta. Purtroppo a Ciudad Juarez, Chihuahua, frontiera con El Paso, Texas, le sparizioni misteriose di giovani donne sono una realtà quotidiana che dura da più di dieci anni. E i numeri non smettono di ingigantirsi. Dal 1993, circa 400 cadaveri di donne — in maggioranza giovani o addirittura adolescenti, di corporatura minuta e capelli lisci, studentesse o operaie di fabbrica nel turno di notte — sono stati ritrovati in discariche e zone desertiche. Molte erano state violentate, torturate e mutilate. Uccise per accoltellamento o strangolate. Questa inquietante patologia sociale, per cui la stampa messicana ha creato il neologismo “femminicidio”, è la punta dell’iceberg di una vera e propria guerra di sterminio e terrore: a Ciudad Juarez, negli ultimi undici anni — e sono cifre ufficiali — 4.587 donne sono state denunciate come desaparecidas, sparite nel nulla. Più di una al giorno. In meno di un caso su dieci sono state ritrovate, ormai coperte dalla polvere del deserto, vittime sacrificali del sadismo machista. Malgrado le continue denunce presentate in questi anni da organizzazioni femministe e di diritti umani a tutte le istanze possibili, non solo non si è fermata la strage né presentato finora un solo colpevole credibile all’opinione pubblica, ma si è addirittura assistito a una sconcertante latitanza delle autorità, sia federali che statali. Indagini mal condotte, confessioni estorte con tortura, prove distrutte o sottovalutate hanno fatto da contrappunto all’indifferenza ufficiale, ai tentativi governativi di minimizzare un bubbone ormai troppo visibile. Le famiglie delle vittime, riunite in numerose associazioni, hanno cominciato ad avanzare il sospetto che la polizia municipale sia implicata nella strage. Città di frontiera, macchia umana di un milione e mezzo di abitanti, polo di maquiladoras in mezzo al deserto, confine blindato fra il terzo e il primo mondo, Ciudad Juarez guarda verso El Paso, sull’altra sponda del fiume. Dall’otro lado un operaio guadagna anche dieci volte di più. Da questo lato, una ragazza sparisce ogni notte, divorata da un invisibile Moloch. Si potrebbe essere tentati di definire Ciudad Juarez «terra di nessuno», se non fosse solidamente in mano alle multinazionali, ai narcotrafficanti, alle gang locali, alla polizia e, naturalmente, ai politici corrotti. «Alla frontiera fra Messico e Stati uniti», ha scritto Elena Poniatowska, «poche ferite cicatrizzano; al contrario, la maggioranza si infetta e corrompe l’organismo. Lì, in zone di contagio, bollono alla più alta temperatura il potere politico, il narcotraffico, la violenza, l’avidità. Si tratta di una frangia in cancrena».
Tutte le analisi concordano nell’indicare le maquiladoras come i primi anelli della catena di violenze contro la donna. Il mezzo milione di operai che assembla elettrodomestici e televisori con marche straniere è costituito in maggioranza da donne, preferibilmente giovani, sottopagate e non sindacalizzate, a cui si impone un test periodico di gravidanza. Qualcuno ha fatto notare che, se le maquiladoras in questi anni si fossero fatte carico di riaccompagnare le operaie a casa dopo il lavoro, gli omicidi sarebbero quanto meno dimezzati. Ma le maquiladoras non collaborano neanche con le indagini e normalmente non forniscono dati sulle loro operaie. Per i familiari delle vittime e delle giovani desaparecidas, la seconda tappa del calvario è quella delle indagini. L’associazione Nuestras hijas de regreso a casa, una delle tante che assistono le famiglie delle giovani, ha denunciato il clima di impunità che regna a Ciudad Juarez, «la concezione machista che permette di generalizzare la violenza contro la donna», le anomalie e le negligenze nelle indagini e nelle analisi. Per non parlare della costante denigrazione delle vittime, che si tenta di far passare per donne leggere. Come se questo giustificasse gli omicidi! In un documento di accademiche e ricercatrici del Colegio de México si affacciano alcune ipotesi sui moventi del feminicidio. «Si parla di una catena internazionale che realizza video pornografici di violenze e omicidi per rivenderli all’estero, si menziona anche la possibilità di serial killing motivati dal sadismo e dall’odio razziale. Un’altra ipotesi consiste nel traffico di organi. I moventi possono essere molti, le ipotesi anche, ma di soluzione non se ne vede nessuna». Intanto, in Chihuahua, si vendono dei portachiavi con ciondoli di gomma rosa che imitano un capezzolo di donna. I mariti litigiosi minacciano le mogli con un nuovo modo di dire: «Se mi fai incazzare, ti tiro nel deserto!». Negli ultimi tempi sono stati ritrovati altri nove cadaveri di donne. Pochi giorni fa, quattro ragazze all’uscita di una discoteca sono state caricate a forza su una camionetta da vari uomini. Non se ne è saputo più niente. A Ciudad Juarez, dove fioriscono i bordelli per gringos e si scoprono periodicamente nuove narcofosas, i cimiteri clandestini dei narcotrafficanti, la polizia si limita a guardare. E gli assassini camminano liberi, protetti da impunità e corruzione.

FEMMINICIDIO (Silvia Giletti e Patrizia Reinetti, 2010)

Dal 1993 a oggi a Ciudad Juarez sono stati registrati oltre 600 femminicidi accertati. Centinaia sono le desaparecidas. Le giovani donne erano generalmente impiegate nelle maquilas, commesse, impiegate, studentesse. Le vittime di questi delitti hanno subito abusi sessuali prima, durante e spesso anche dopo la loro morte. Sono state brutalmente picchiate e sottoposte ad intense torture e mutilazioni. I corpi violentati, sovente mutilati sono segnati da una violenza estrema: torture, iscrizioni sul corpo, bruciature, morsi. I corpi sono anche stati rivestiti con gli indumenti di un’altra donna. Talvolta, dei corpi rimangono soltanto resti ossei dispersi in un raggio di 100 metri, oppure semidivorati dagli animali e rinvenuti dopo mesi tra la sabbia del deserto. Altre volte invece, il corpo della ragazza assassinata é depositato nel centro cittadino, come é stato il caso di Lilia Alejandra García Andrade sequestrata il 14 febbraio 2001 all’uscita dalla maquila. Mantenuta in vita per cinque giorni, barbaramente torturata, fu strangolata e il suo corpo, segnato da una violenza estrema, avvolto in una coperta, fu trovato il 21 febbraio in un terreno vicino al centro commerciale Plaza Juárez. Lilia Alejandra, sposata a 15 anni e separata, ha lasciato due figli, come innumerevoli altre madri assassinate. Fonti riservate informano che Lilia Alejandra sarebbe stata usata come “regalo” per San Valentino a un membro di una delle famiglie più potenti e intoccabili di Juarez. Il caso di Lilia Alejandra, cosí come i moltissimi altri, é avvolto da enigmi, da forti contraddizioni, da evidenze tralasciate, da indizi non considerati, da indagini piene di irregolarità. Amnesty International, che da anni si occupa della tragedia di Ciudad Juarez, il 25 novembre 2007 a Torino, in occasione della Giornata Mondiale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, ha dedicato un appello per il caso di Lilia Alejandra, indirizzandolo al Governatore dello Stato di Chihuahua, José Reyes Baeza Terrazas. La cartolina scelta per raccogliere le firme di chi aderiva, raffigurava le note croci rosa, con la iscrizione del nome della vittima in nero: “Esmeralda”, “Barbara” oppure “Desconocida”. Le croci rosa evocano ormai nel mondo la tragedia di Juarez, cosí come il fazzoletto bianco ricorda le Madri di Plaza de Mayo in Argentina.

I VAMPIRI

I vampiri sono ovunque, lo sappiamo. Hanno ormai creato un genere a sé. Un libro di vampiri non è più un horror, ma un libro di vampiri. E questo è molto interessante. C’è gente che legge libri di vampiri, ma non ha mai letto in vita sua Carmilla o Dracula. Perché mai non potrebbero starci in un inferno emerso quale quello di Juarez? Perché mai il lettore monotematico-vampirico non dovrebbe avere la possibilità di scoprire che dietro i vampiri finti e modaioli ci sono anche vampiri veri ed eterni quanto l’umana dannazione. Questo è uno dei dubbi indiretti sollevati dal libro. I dubbi, tra la Juarez vera e la Juarez quasi vera di Farjeon, sono molti di più, certo. Tre fra tutti: sarebbero mai venute alla luce le mattanze di donne, se nel lunghissimo elenco non fosse comparsa anche una ragazza europea (olandese) scomparsa lì nel ’98? Perché, nel repertorio infinito di orrori, le autorità locali hanno spesso minimizzato sul fatto che molti corpi apparivano dissanguati? Perché i legami del tutto possibili — e spesso accertati – con il narcosatanismo del Palo Mayombe, dove si usa anche bere il sangue umano, non sono mai stati presi molto sul serio?
Ma, leggendo il libro di Farjeon, viene anche in mente un’altra cosa: in questa capitale dell’assassinio a piede libero, qualcuno avanza l’ipotesi che si sia autogenerata una sorta di emulazione misogina, trasformando uccisioni sporadiche in una vera e propria ossessione criminale: individui che stanno in agguato nell’ombra e commettono gli assassinii per puro desiderio di emulazione. Come in un adeguato regno del male, ecco che l’emulazione si diffonde esattamente come un “contagio”. Contagio vampirico, sete di sangue. Uno degli ultimi “contagiati” è statunitense di origine ispanica, Jorge Alberto Navarro, 43 anni, arrestato in agosto sulla strada fra El Paso e Juarez; accusa, violenza carnale su 19 donne di età compresa tra i 13 e i 32 anni. Non ha mai ucciso Navarro, però dalle denunce in archivio si è appreso che amava “mordere”.
Ma c’è pure il dubbio sui tantissimi corpi mai trovati. Sembra che se ne occupi la mafia locale. Il sistema abituale si chiama «lechada», un liquido corrosivo composto di calce viva e di acidi, che scioglie rapidamente la carne e le ossa senza lasciare traccia. «Nessuna traccia», è la parola d’ordine. Ridurre al nulla, cancellare, far scomparire completamente, sarebbero le parole d’ordine. Ma non sempre. Far ritrovare corpi sgozzati e dissanguati è anche un esempio efficace di terrorismo mediatico. Come quando Vlad Drakul faceva circondare il suo castello da decine e decine di cadaveri impalati. A buon intenditor.

LUCE OSCURA (Valerio Evangelisti, 2010)

Le uccisioni di giovani donne non solo a Ciudad Juarez, ma anche a Chihuahua, Matamoros e in tutta la frontiera nord del Messico hanno un risvolto sinistro di cui si parla raramente. Le operaie messicane delle maquiladoras, le fabbriche di confine di proprietà statunitense, all’atto dell’assunzione vengono fotografate. Ebbene, negli Stati Uniti sono stati trovati dei veri e propri album, per clienti danarosi, delle operaie più carine. Non lo scrivo per stupido antiamericanismo: la denuncia parte da attiviste dei diritti civili e femminili. Lo si può desumere da questo filmato. Le ragioni dei crimini di Ciudad Juarez potranno forse essere chiarite quando, invece di concentrare l’attenzione sul solo Messico, si comincerà a guardare ai due lati della frontiera.

LEGGINE PIU’ CHE PUOI (bibliografia italiana al settembre 2010)

Fernandez Marc, Rampal Jean-Christoph, La città che uccide le donne, Fandango Libri, Roma 2007.

Arona Danilo, Finis Terrae, Mondadori, Milano 2007.

Gaspar de Alba, Alicia, Il deserto delle morti silenziose, I femminicidi di Juarez, La Nuova Frontiera, Roma 2006.

Giletti Benso, Silvia, Il corpo dei desaparecidos, in “Morte e trasformazione dei corpi. Interventi di tanatometamórfosi”, a cura di Francesco Remotti, Bruno Mondadori, Milano 2006.

Giletti Benso, Silvia e Silvestri, Laura (a cura di), Ciudad Juarez. La violenza sulle donne in America Latina, l’impunità, la resistenza delle Madri, Franco Angeli, Milano 2010.

González Rodríguez, Sergio, Ossa nel deserto, Adelphi, Milano 2006.

Ronquillo, Víctor, L’inferno di Ciudad Juarez, Baldini Castoldi Dalai, 2006.

Spinelli, Barbara, Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale, Franco Angeli, Milano 2008.

Farjeon Clanash, I vampiri di Ciudad Juarez, GargoyleBooks, Roma, 2010.