di Chiara Carlino

Madmen.jpgAnni ’60, Manhattan, Madison Avenue: è qui che prende forma buona parte del mondo in cui ancora oggi viviamo; qui si inventa la pubblicità — e con la pubblicità si costruisce l’immaginario.
In un mondo in cui comincia appena a circolare voce che secondo alcuni studi il tabacco potrebbe forse essere dannoso, Don Draper — creativo capo dell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper — cerca uno slogan per le Lucky Strike che non tocchi la spinosa questione. In un’America sconvolta da un incidente aereo in cui hanno perso la vita decine di persone, la Sterling Cooper deve rilanciare la compagnia aerea, convincere le persone a continuare a volare. Il nuovo proiettore per diapositive viene rivestito di emozioni e trasformato in una macchina per la nostalgia; si convince la casalinga americana a comprare birra olandese.

Nel frattempo dagli uffici dell’agenzia pubblicitaria assistiamo all’avanzata della televisione come mezzo di comunicazione di massa, all’elezione di Kennedy e alla costruzione dell’immagine sua e di Jackie. Con gli occhi di segretarie e telefoniste viviamo la morte di Marilyn Monroe, percepiamo il suo mito e la sua tragedia. Vediamo la crisi missilistica cubana irrompere nella vita di tutti, sentiamo il concreto terrore del conflitto finale, la reale paura di non essere più lì il giorno successivo.
I personaggi sono carichi di tutti i clichés che ci si aspetta, ma con la profondità di persone reali; soprattutto i personaggi femminili sono una buona carrellata delle possibilità all’epoca disponibili: la moglie perfetta sull’orlo di una crisi di nervi, la bella segretaria intrappolata nel ruolo nonostante la sua intelligenza, la ragazza modesta e dimessa che farà carriera in un mondo di uomini. Seguendo la vita quotidiana dei personaggi scopriamo con spirito quasi voyeuristico la società americana di quegli anni: le abitudini, lo stile, le innovazioni; il fumo e l’alcool onnipresenti, l’adulterio e il moralismo, i pregiudizi verso ebrei, omosessuali e donne divorziate, i ruoli sociali, la facciata da mantenere, i costumi leciti illeciti e tollerati — con la libertà di considerare, di tanto in tanto, se e quanto il contesto sociale sia cambiato negli ultimi 50 anni, al di là e al di qua dell’oceano.
La televisione riflette su se stessa, sulle proprie radici, sulla cultura popolare di cui è sia parte integrante che coresponsabile, in un telefilm che mantiene la qualità superba a cui ci hanno abituato le produzioni americane degli ultimi anni, ben sostenendo anche la sfida di un’ambientazione non contemporanea: la New York degli anni ’60 è ricreata da zero con tutta la sua fauna, dagli scenari agli abiti, dalle riprese ai colori della fotografia, riuscendo se non altro a darla efficacemente a bere a chi non c’era.

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