di Francesco Lo Duca

Bologna1977-3.jpgQui le precedenti puntate.

“Sta nel fondo dei tuoi occhi
sulla punta delle labbra
sta nel mitra lucidato
nella fine dello Stato”

In Piazza Verdi la confusione aumenta, le barricate erette ormai isolano il cuore della cittadella universitaria dal resto della “Bologna grassa, laida e bottegaia”, vetrina ipocrita del buon governo e della pace sociale.
Sono in corso le assemblee di facoltà mentre s’intrecciano contatti con i consigli di fabbrica per chiedere l’adesione alla manifestazione.
Le notizie frammentarie che giungono dai “diplomatici” del movimento non lasciano sperare grandi aperture da parte delle organizzazioni sindacali, chiuse a riccio nella difesa ottusa della legalità democratica contro le provocazioni estremistiche e delinquenziali.

Rabbia e incredulità aumentano. Neanche di fronte a un compagno ammazzato la realpolitik e gli inciuci di palazzo vacillano. Per PCI e Sindacato il nemico non è il regime democristiano assassino, ma unicamente gli untorelli e i soliti noti teppisti del cosiddetto movimento. Come sempre i burocrati del partito non hanno dubbi sulla linea da seguire. Infangare e distruggere tutto quello che si muove a sinistra.
Rocco aveva attraversato una fase di sconcerto e di amarezza, quando, quasi da un giorno all’altro, i militanti del PCI con cui aveva condiviso molti momenti di antifascismo militante e che ingenuamente considerava compagni e amici nonostante le differenze ideologiche e le accese discussioni politiche, gli avevano voltato le spalle cominciando a trattarlo da nemico, da provocatore, da fascista (!).
Una sera, sarà stata la fine del ’75, per chissà quale cazzo di motivo, i compagni dei gruppi e quelli del PCI si erano fronteggiati.
Erano volate parole grossissime e alla fine si era venuti alle mani. Rocco, come al solito in prima fila, aveva urlato loro l’assurdità, l’idiozia e l’enormità di quelle accuse infamanti volutamente studiate a tavolino. Li aveva chiamati per nome chiedendo loro come potessero definire fascisti gli stessi con cui, fino a pochi mesi prima, avevano condiviso le risposte militanti ai raid delle squadracce del FUAN, i presidi in Piazza S. Stefano quando Cerullo e i suoi camerati pretendevano d’imporre i loro farneticanti comizi all’intera città. Solo gli ex compagni di Liceo della FGCI, pur prendendo le “dovute” distanze politiche, non avevano tradito l’ amicizia; ma l’ antica complicità era scomparsa, erano finite le serate in osteria, i canti, le feste a base di sangria.
Il giorno dopo, al Cafiero, universitari e medi avevano voluto discutere e commentare gli avvenimenti con i compagni “anziani” della Federazione Anarchica.
Aveva esordito Gino Fabbri con la pacatezza tipica del suo modo di argomentare e il consueto sorriso rassicurante di chi sa di essere nel giusto. Aveva parlato con la determinazione di chi ha passato una vita intera in fabbrica, lontano anni da luce da qualunque atteggiamento paternalistico.
– …Del resto, compagni, la storia del movimento comunista, dalla Prima Internazionale in poi, è stata in gran parte scritta con il sangue e le persecuzioni, i tradimenti, i gulag, i manicomi —
– Be’, lo sappiamo tutti che gli anarchici nella Spagna del ’36 si sono dovuti difendere più dalle “gloriose” brigate Internazionali comuniste coordinate da Togliatti che dai falangisti di Franco durante la rivoluzione sociale —
– I primi Soviet, l’unico, vero tentativo di realizzare l’ ideale comunista, sono stati distrutti dal partito bolscevico di Lenin, mica dalle forze controrivoluzionarie mensceviche —
A tutti sembrava di sentire vibrare nell’aria gli echi lontanissimi delle cannonate su Kronstadt, dei lamenti e delle urla dei marinai durante la disperata difesa della comune nel 1921.
– E allora, cosa dire di tutti i sinceri comunisti che hanno combattuto la guerra partigiana e che a Liberazione compiuta volevano continuare a combattere e lottare per il socialismo, ma sono stati disarmati e venduti al nuovo regime “democratico” dalla campagna di pacificazione nazionale dell’ ineffabile compagno Palmiro. Il “Migliore”, sempre lui, il grande statista —
La discussione era stata vivace e partecipatissima. Tutti, anche quelli che di solito non aprivano bocca, avevano avuto un aneddoto, un ricordo, un rospo da tirare fuori. La serata si era conclusa con la conferma collettiva che non ci si doveva mai fidare di chi crede ideologicamente nella faccenda dei fini che giustificano i mezzi.
Alla luce di quella consapevolezza storica non dovrebbe apparire poi così sconcertante il risultato dei contatti con partiti e organizzazioni sindacali. Indiranno un presidio di vigilanza democratica di fronte al sacrario dei caduti Partigiani, in Piazza Nettuno. Vigilanza contro cosa, contro chi?
Contro i malfattori scudocrociati che avevano lanciato cupe minacce al Paese intero, in occasione dell’incriminazione di Gui e Tanassi per lo scandalo Lockheed, dichiarando a muso duro, incalzati dalle manifestazioni di protesta e di sdegno, che non si sarebbero mai fatti processare nelle piazze?
Contro le trame fasciste che ancora insanguinano il paese?
Contro le bande armate di Kossiga?
No! La vigilanza democratica è contro il Movimento, contro le vittime, vendute al carnefice per un piatto di lenticchie, in nome del compromesso storico.
L’esasperazione è ai massimi livelli. Dolore e delusione producono una rabbia sorda, incontenibile. E’ triste dirlo, ma partoriscono odio.
C’è chi propone di assaltare la sede della DC, chi quella del PCI in via Barberia, chi tutte e due. Il nemico ormai è rappresentato da un unico blocco formato da tutte le articolazioni dello Stato, reazionarie o pseudo riformiste che siano, senza distinzioni.
Comunque le mediazioni delle componenti storicamente più “aperte al dialogo con la sinistra istituzionale” inducono il Movimento a individuare un unico obiettivo “politico” per la manifestazione del pomeriggio. La Democrazia Cristiana. Se ci sono conti da saldare con un certo apparato di partito sono rinviati a data da destinarsi.
Come aveva anticipato ai suoi compagni di collettivo Rocco partecipa, nell’auletta adiacente l’Aula tre di Lettere, alla riunione ristretta dei rappresentanti dei gruppi strutturati, in cui le varie componenti del Movimento lasciano intuire gli obiettivi delle proprie organizzazioni o collettivi.
Da quella riunione esce di tutto. La devastazione delle botteghe di Via Rizzoli e di Galleria Cavour, l’occupazione della stazione, l’eventuale attacco ai CC e ai reparti più isolati delle forze dell’ordine. Insomma oggi si fa più ruggia che si può, o meglio, tradotto in politichese movimentista, oggi si fa pagare al nemico il prezzo politico più alto possibile. Ogni realtà con i suoi strumenti, senza preclusioni o distinguo sulle pratiche e sul livello dello scontro salvo, ovviamente, fare altri morti.
Rocco decide di fare un giro di perlustrazione sul percorso presunto del corteo ormai imminente. Dopo avere imboscato la Beretta si lascia alle spalle la barricata di via dei Bibiena e percorre la strada semi deserta fino in via dell’Unione, e da lì s’immette, come un qualsiasi studente, in San Vitale che a quest’ora gode sorniona e ignara gli ultimi momenti di quiete. Ogni pezzo di strada, ogni angolo, ogni arcata di portico gli riportano alla mente spezzoni di vita, echi di slogan urlati nei cortei, di fughe con la Pula alle calcagna, di amori frettolosi ma inderogabili sottratti al rigore degli inverni dentro qualche portone buio.
Rivede sulle facciate dei palazzi nobili rinascimentali le tracce, a volte sbiadite, delle moltitudini che hanno impresso il segno del loro passaggio, ora ironico, ora truculento, durante un anno frenetico, esaltante e disperato che aveva trasformato la città modello della convivenza democratica in una quasi metropoli distratta e spesso disumana, fucina di creatività e di sovversione.
Mentre imbocca Via Rizzoli, attento a ogni movimento delle truppe nemiche, risente attorno a sé le note di un coro collettivo di migliaia di voci “…come l’acciaio resiste la città…”. Una pausa dopo l’ultimo verso gridato con rabbia “…Stalingrado in ogni città!” e poi un altro coro, minaccioso e canzonatorio al tempo stesso: “Al sole brillano / le chiavi inglesi /del collettivo Jacquerie”, cantato a squarciagola mentre un intero spezzone di corteo, molto coreograficamente, estraeva le chrome vanadium lunghe da sotto gli spolverini bianchi e le agitava in alto, verso il cielo e contro la città dei bottegai.
Si ferma un attimo Rocco, all’angolo tra Rizzoli e Indipendenza, e rivede, subito dietro lo spezzone dello Jacquerie, le sagome inquadrate e cupe, nei bieki blu, degli autonomi di Rosso. Decine di file serrate con le tre dita in alto a simboleggiare la P38 che lanciavano avvertimenti minacciosi: “L’Autonomia Operaia / non si tocca / sbirri – padroni / vi spareremo in bocca”.
Dietro gli autonomi lo spezzone, meno numeroso, ma per niente meno combattivo, del Terron Power e poi, in successione, i collettivi universitari, i medi, i cani sciolti.
Gruppi incazzati col passamontagna e lo Stalin in mano sfilavano insieme a ragazzi e ragazze che riuscivano, con estrema spontaneità, ad alternare slogan infuocati a sberleffi e girotondi.
Clima e ambiente decisamente protettivi per chi ne faceva parte; un po’ più inquietanti, almeno così speravano tutti, per chi ne stava fuori.
Non fregava un cazzo a nessuno di dare un’immagine rassicurante al resto della cittadinanza, anzi. Chi non aveva ancora capito chi erano i buoni e chi i veri cattivi, al di là delle fanfaluche spacciate dal regime, potevano tornare a infilare la testa nel cesso e tirare lo sciacquone.
La banda W la Rivoluzione precedeva il corteo, pronta a farsi da parte per lasciare il posto ai cordoni di servizio d’ordine quando l’aria si faceva pesa, mentre l’ala creativa esprimeva l’ormai celebre ironia del movimento con i mimi e le performances, pronta anch’essa a farsi rapidamente di nebbia al primo sentore di casino. Del resto qualcuno di Radio Alice diceva che “nelle rivoluzioni c’è qualcuno che tira le pietre e qualcuno che le porta. Noi le portiamo
Quel giorno, un compagno del collettivo della Radio portava sulle spalle un’enorme siringa di cartapesta, perché quello dell’eroina, insieme al salario minimo garantito, agli affitti, alla politica dei sacrifici, alla riforma della scuola e pochi altri dettagli del tutto trascurabili nel panorama politico, era uno dei temi scottanti della manifestazione.
Quel corteo, al contempo festoso e militante, era stato aperto dall’immenso striscione raffigurante il drago dell’Autonomia, di tutta l’Autonomia, non solo quella organizzata; quella che in molti ritenevano la “vera” area dell’ Autonomia, il soggetto politico autenticamente nuovo sorto dalle ceneri dei Gruppi.
Arrivato nei pressi di Via S. Gervasio Rocco vede un imponente contingente di sbirri presidiare la sede della D.C., gira largo e poi, con indifferente lentezza, fa ritorno verso il cuore pulsante della rivolta percorrendo Via Montegrappa per infilarsi poi tra i vicoli del ghetto fino a trovarsi nuovamente in via Zamboni, del tutto sgombra da divise e camionette.
Mentre rientra verso i territori ribelli difesi dalle barricate ripensa a come erano cambiate, in pochissimi mesi, le modalità di aggregazione e le pratiche che il movimento dei non garantiti aveva saputo costruire. A fianco di ciò che restava dei Gruppi storici strutturati sul modello classico del partito più o meno rivoluzionario, si era formata una miriade di piccolissime entità: collettivi di quartiere, di fabbrica, comitati, ma soprattutto gruppi di amici che si aggregavano sulla base delle affinità politiche, della conoscenza personale e della condivisione del vivere quotidiano, di poche ma irrinunciabili linee politiche e di pratiche di lotta radicali, molto radicali.
Riappropriazione, sabotaggio, rifiuto del lavoro salariato e del sapere classista, ricerca di nuovi linguaggi, estensione della pratica dell’illegalità di massa, creazione di aree liberate di contropotere, in termini sia territoriali che politici, erano alcuni dei punti strategici della nuova stagione sovversiva. Taluni teorizzavano lo spontaneismo armato, altri la propaganda armata quali strumenti di allargamento della pratica rivoluzionaria volta a minare le articolazioni di comando dello stato da un lato e i terminali della produzione capitalista dall’altro.

Cento fiori sono nati / sono cento nuclei armati

Il lungo inverno di autoriduzioni nei cinema e nei ristoranti era stato il megafono simbolico e mediatico di quello che bolliva sotto il coperchio: un esercito di soggettività economicamente e socialmente marginali al sistema, senza alcuna prospettiva futura se non il lavoro nero sottopagato o la disoccupazione, che aveva alzato la testa con una coscienza nuova rispetto agli anni della militanza ortodossa nei Gruppi.
Il comunismo deve cominciare qui, adesso. Non vogliamo aspettare la mitica rivoluzione mentre i padroni rapinano quotidianamente e in tutta tranquillità il nostro lavoro e la nostra vita, il capitale riorganizza le sue forze e attacca i proletari nelle strade, nei quartieri, nelle scuole e nelle fabbriche. Adesso come ieri.
Compagni, rendiamoci tutti conto che lo stato e i suoi apparati polizieschi incarcerano e giustiziano i proletari ogni giorno fregandosene delle teorie rivoluzionarie e dei loro tempi.
Ma i proletari, dentro e fuori le fabbriche, le donne, gli studenti, i disoccupati si organizzano autonomamente, sui posti di lavoro, nei quartieri, nelle scuole per riprendersi quello che spetta loro e per ribattere colpo su colpo alla guerra di classe strisciante portata avanti dalle forze reazionarie del capitale con l’avallo dei suoi servi sciocchi: i social-traditori del PCI e del sindacato. Migliaia di proletari ogni giorno dicono no! al cinico paradigma del capitale produci – consuma – crepa sabotando le strutture del lavoro salariato, disarticolando le reti del comando sul territorio, imponendo i nostri contenuti nelle Università e nelle scuole
”.
Questo, come cento altri del tutto simili, era il messaggio degli interventi che infiammavano riunioni e assemblee, o dei volantini distribuiti a milioni in quei mesi e che adesso sembrano riecheggiare tra le volte dei portici secolari che rimbombano sotto gli anfibi di Rocco.
Da allora il movimento era diventato una sorta di cantiere di convergenza e di elaborazione di pratiche anti-sistema che crescevano e si insinuavano tra i gangli del sistema stesso, come la classica chiave inglese incastrata negli ingranaggi della catena di montaggio che blocca tutta la linea di produzione.
Espropri collettivi e riappropriazioni individuali, in continuo crescendo, inquietavano i sonni predatori dei commercianti. Azioni dimostrative contro partiti, associazioni industriali, caserme e letame assortito segnavano puntualmente l’attenzione dei proletari verso i potenti e i loro cani da guardia.
Ognuno a modo suo, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni, s’industriava per essere parte attiva di quel processo.
Gennaro, per esempio, manovale edile in nero ed ex borseggiatore, appartenente al collettivo di quartiere che anche Rocco frequentava, conduceva una vita esemplare. Casa occupata, allacciamento abusivo alla luce, spesa autoridotta al supermercato Pam. Vendeva occasionalmente fumo, come tutti del resto, per arrotondare quel magro salario raramente continuativo per più di tre mesi.
Oppure Alex, studente anarchico di Lettere, specializzato nei furti con destrezza. Era bravissimo, un fenomeno. Rubava per le sue necessità ma soprattutto su commissione; una volta era riuscito a far fuori venti (!) long-playng a Nannucci in un colpo solo.
E che dire delle decine, forse centinaia di compagni che campavano svuotando le gettoniere delle cabine telefoniche? L’estate precedente quattro amici di Rocco lo avevano raggiunto in moto fino in Sicilia pagandosi vacanze e viaggio razziando tutte le cabine della dorsale Nord-Sud del Bel Paese. Sarà sempre ringraziata a imperitura memoria la SIP per lo spontaneo contributo.
C’era anche uno, insegnante precarissimo con animo poetico dadaista, conosciuto da tutti e benvoluto ma temutissimo appena apriva bocca in assemblea per l’angoscia politico-esistenziale che immancabilmente comunicava, il quale, per sbarcare il lunario, ritrovava cani di lusso smarriti, prima ancora che si perdessero, ovviamente, e li riconsegnava affabilmente ai padroni disperati in cambio di una generosa ricompensa e di eterna gratitudine.
Per un istante Rocco sorride tornando con la mente alla recentissima inchiesta promossa dal Wild Bunch, in termini, serissimi per carità, sulla diffusione dell’illegalità tra i giovani, studenti in particolare.
Era stato elaborato un questionario, con l’appoggio di alcuni docenti del DAMS che ne avevano fatto oggetto di seminario, in cui si chiedeva quale fosse, per esempio, il metodo migliore per rubare una macchina: A) sfondare il deflettore con un mattone B) usare lo spadino C) rompere un finestrino col vidiam.
Era un modo provocatorio per produrre nuove forme di interazione con le nuove realtà sociali emergenti. La destrutturazione del linguaggio e delle forme comunicative rappresentava una parte essenziale della meticolosa opera di demolizione strutturale e culturale del modello sociale dominante.
Al CPS la sintesi più alta di questo processo era stata espressa dal laureando in pedagogia Tugu, come sempre poco loquace ma estremamente efficace.
– Duemila anni di cultura non mi hanno neanche scalfito –
Paradossalmente era la più radicale analisi critica dei modelli culturali storicamente imposti dalle classi dominanti.
Comunque, la parte più divertente dell’iniziativa dei questionari era stata la lettura dell’Unità il giorno dopo. Con la consueta ottusa ipocrisia venivano invocati tutti i poteri, umani e divini, contro il dilagare della criminalità politica e dell’eversione (già, gli ottusi preferivano usare il termine “eversione” che veniva applicato, fin dall’inizio della strategia della tensione, alle azioni e alle organizzazioni dell’estrema destra piuttosto che sovversione, storicamente di colore rosso, perché per nulla al mondo avrebbero potuto ammettere l’appartenenza alla sinistra del movimento. Anatema!) fin dentro le facoltà universitarie!
In pochissimo tempo, la talpa sovversiva aveva cominciato a scavare migliaia di cunicoli sotto i piedi del colosso dai piedi d’argilla del potere.
Ogni aspetto della vita quotidiana dei “ribelli” era improntata, per scelta e spesso per necessità, al rifiuto delle regole e alla pratica dell’ illegalità. Si stampavano biglietti dei treni falsi, a beneficio soprattutto degli studenti fuori sede. Si falsificavano i biglietti dei concerti quando le condizioni non consentivano di sfondare direttamente i cordoni degli sbirri ai cancelli. Si svolgevano inchieste sugli infami proprietari di case che affittavano in nero agli studenti e a volte si riusciva a sanzionarli adeguatamente.
All’aumento del prezzo dei biglietti per l’autobus si era risposto con il sabotaggio di quasi tutte le obliteratrici a bordo dei mezzi pubblici cittadini. All’ennesima rottura di coglioni da parte dei bottegai si era replicato con una lunga nottata dedicata al riempimento delle serrature delle serrande con acciaio liquido.
Rocco risente ancora le risate del mattino dopo, quando Via Indipendenza sembrava un cantiere. Muratori e fabbri in ogni negozio con i martelli pneumatici per rimuovere lucchetti e saracinesche ormai saldati in un unico blocco.
Per la Legge, lo Stato, i benpensanti e gli spioni del PCI quei maledetti estremisti erano tutti delinquenti, teppisti.
Si ostinavano a non capire un cazzo, e mai avrebbero potuto o voluto capire i meccanismi, neanche troppo complicati, del Movimento. Troppo presi a difendere lobbies, interessi particolari, mercimoni politici, fantasiosi principi democratici, non potevano neanche concepire quelle migliaia di giovani che invadevano le strade di giorno e si ritrovano nei “covi” al calar delle tenebre.
Al di là dei muri grigi della fabbrica e della sezione del partito non riuscivano proprio ad accettare le centinaia di giovani che animavano le sere in piazza Maggiore con la musica, con l’aroma delle più svariate qualità di fumo, con le lunghe gonne a fiori, con il loro semplice esistere in un altro modo, in mille altri modi, e che sceglievano, giorno per giorno, di vivere mille mondi diversi.
Avevano semplicemente perso la capacità di sognare.
Per quella massa di “alieni”, invece, rompere le gabbie, essere altro da ciò che il sistema voleva imporre significava rifiutare, negare, resistere, liberare spazi. Significava infrangere i simboli del potere, ma anche costruire comunità, identità collettiva.
Non più le comuni hippies degli anni ’60, pacifiche ma inoffensive, non più i partiti rivoluzionari operaisti, gerarchizzati, tristi e parolai, ma movimento, vita, antagonismo.
L’unica certezza incrollabile di quella generazione “dannata” risiedeva nell’impossibilità viscerale e concettuale di accettare o anche solo concepire una vita insulsa e mediocre trascinata tra famigliola felice con mogliettina premurosa, maritino protettivo, pargolo biondo e ceruleo, posto fisso in banca e villetta al mare.
E questo era il massimo delle aspettative, perché al minimo, fatto di disoccupazione ed emarginazione, non c’era limite.