di Matteo Gigliucci

[Qui la prima parte del reportage di viaggio] A.P.

tour2 copia.jpgLa mattina ci aspettava Portland, Oregon, la capitale mondiale del crust o come orgogliosamente la chiamano i suoi cittadini borchiati, punk-city. Nei due giorni della nostra permanenza a Portland mangiammo poco, suonammo due concerti, vedemmo un sacco di punks, ma in compenso dormimmo male, svegliati dai bagordi di chi rientrava all’alba nella casa che ci ospitava. In un pomeriggio di libertà un amico ci portò nei boschi ad ammirare un paio di cascate. Poi fu la volta di Seattle, Washington. La prima cosa che vedemmo di Seattle fu lo skyline imponente e massiccio, capeggiato dal caratteristico monumento a fungo. Fummo ospitati in una casetta con giardino sulla collina, dove ricevemmo cibo in dosi massicce. A stomaco pieno svolgemmo il nostro compito in scioltezza prima di avviarci verso l’ennesimo party. Nella casa devastata del party c’era un altro concerto.

Vagabondammo in giro cercando di accaparrarci più birre possibili, dopodiché a notte inoltrata fummo dirottati verso la villetta in collina dove, per la prima volta dopo settimane, riposammo comodamente svariate ore. Al mattino ci aspettavano due day-off ed un viaggio di 27 ore, destinazione Minneapolis, Minnesota. Primo giorno sette ore di viaggio, riposo notturno in motel e sveglia di buon’ora. In 20 ore dovevamo arrivare a Minneapolis. Attraversammo tutto il Montana, che nonostante il nome risultò abbastanza piatto, a dispetto dello sfolgorante e montagnoso Stato di Washington che c’eravamo lasciati alle spalle. Alle 5 e 30 del mattino dopo mettemmo piede a Minneapolis dove un lungocrinito dreadlocks ci ospitò nel soggiorno del suo ben tenuto appartamento. Ci stendemmo tra divani e pavimento alla ricerca del sonno. Nel primo pomeriggio fummo inviati verso un ristorante italiano. Visti i prezzi alcuni di noi virarono verso uno degli immancabili quanto odiosi fast-food. Saziata la fame ci dirigemmo verso la casa del concerto. Dopo i soliti rituali, suonammo, incassammo le nostre misere paghe e fummo immediatamente dirottati verso un punk-bar dove la notte sarebbe stata nostra gemella. Al suono di musica crust riuscimmo a buttare giù due pessime birre, sfidare a biliardo dei messicani e assistere (finalmente) alla chiusura del bar. Coi nostri ospiti già completamente ubriachi dall’andata tornammo a casa dove Morfeo ci accolse sotto forma dell’ormai fidato pavimento di legno. Al mattino andammo a Milwaukee, Wisconsin. La casa che ospitava il concerto era troppo bella per noi quindi fummo spostati (dopo una minestra servita in tazze di plastica) verso una più capiente casa di punk. Ci furono promessi 9 divani e sette postazione internet. Le due postazioni internet funzionavano a singhiozzi ma, cosa più importante, dei 9 divani si erano scordati di dirci che 6 erano in cantina, muffiti, mezzi fradici e (probabilmente) appena recuperati dalla spazzatura. Così, la maggior parte di noi si rassegnò al solito pavimento. Al mattino però ci prepararono la colazione. Con le lacrime agli occhi per cotanta generosità ci riempimmo la pancia. Prossima destinazione: Chicago, Illinois. La città dei fratelli Blues ci accolse in un’orgia di traffico e di quartieri cadenti. Il palazzo dove si sarebbe svolto il nostro show sembrava essere appena stato bombardato. In compenso dentro si presentava ottimamente. Suonammo in una grande sala, con la pancia rifocillata dall’ottimo cibo messicano. Dopo una lunga, quanto inutile attesa, alla fine della serata fummo condotti alla casa, dove impazzava un festino a base di birra e svariate sostanze stupefacenti. Alcuni di noi riuscirono ad alienarsi in un altro appartamento, vuoto. Ci stendemmo sul pavimento. Al risveglio la nostra meta era rappresentata da Detroit, Michigan, città dedita al rock’roll da tempi immemori. Divorammo la strada in poche, misere ore e ci addentrammo a Detroit intorno all’ora richiestaci. Trovammo il posto in una periferia degradata dove, ci dissero, nemmeno la polizia si fidava a metterci piede. Dal tetto del palazzo si scorgevano fabbriche dismesse e altri tetti neroincatramati. Mangiammo dell’ottimo ma scarso cibo cucinato e poi suonammo di fronte a un pubblico che avrebbe apprezzato pure il suono di uno scontro automobilistico. Dopo lo show caricammo la nostra attrezzatura e raccolte le nostre misere paghe ci dirigemmo in direzione Rochester, New York, dove avremmo dovuto suonare il pomeriggio successivo. 9 ore di guida ci separavano da Rochester, quindi non c’era altra scelta che partire.
La notte fu lunga e tormentata, con due pause caffè lungo la strada, più stancanti che ristoratrici. Alle 11 del mattino facemmo il nostro ingresso nella piovosa Rochester. Durante la notte avevamo costeggiato gran parte della sponda statunitense del lago Erie, ma nessuno di noi se n’era reso conto. L’organizzatore di Rochester ci informò che lo show del pomeriggio era misteriosamente saltato, così ci stendemmo nella sua casa semivuota e devastata per riprendere quel minimo di forze che ci avrebbe permesso di arrivare integri almeno allo show serale. Dopo poche ore il nostro tormentato sonno fu letteralmente violentato da uno stormo aereo US che abilmente volteggiava sopra il quartiere. Pensando a un bombardamento imminente ci alzammo allarmati. Chissà, magari durante questa nostra stagione selvaggia era scoppiata una guerra di cui noi non eravamo a conoscenza. Niente di tutto ciò. Non ci rimase che accettare sconsolati la magrissima colazione offertaci. Nella casa saltò fuori che avremmo comunque potuto fare un concerto pomeridiano improvvisato. Magicamente saltarono fuori un altro gruppo e una quarantina di avventori. Così suonammo, incassammo qualche decina di dollari e poi nel tardo pomeriggio ci inviammo verso il locale del concerto serale. Fuori dalla porta campeggiava il volantino della serata, ma non c’era il nostro nome sopra. Chiedemmo spiegazioni al padrone del locale: lui non sapeva di nessun gruppo italiano. L’organizzatore era scomparso. Cosa che dalle facce intorno a noi sembrava abbastanza abituale. Rimanemmo in attesa. Qualche ora dopo apparve il responsabile, chiarì col gestore, il quale ci disse che avremmo potuto suonare, a patto di cominciare da lì a 20 minuti. In un pogrom di bestemmie scaricammo tutto, salimmo sul palco e facemmo il sound check. Una volta pronti ci fu detto che si poteva aspettare ancora mezz’ora. In un secondo pogrom di bestemmie prendemmo possesso del bar cominciando a bere come invasati. Eravamo al limite. Alla fine riuscimmo a suonare, riuscendo poi a goderci la serata con i migliori gruppi dell’intero tour. A fine serata ci incamminammo verso la casa del nostro responsabile che nell’intento di farsi perdonare ci permise pure di cucinarci una pasta al pomodoro notturna, prima di svenire, chi sul divano, chi sul fidato pavimento. Il giorno dopo non erano previsti show e visto che il giorno ancora successivo saremmo dovuti andare in Canada, dove per problemi di dogana non avremmo potuto portare con noi la strumentazione, ci dirigemmo a casa di un amico del driver, che ci avrebbe tenuto la strumentazione fino al nostro rientro in US. All’arrivo ci aspettò pasta al forno vegana, insalata fresca, birra in abbondanza, casa pulitissima e niente party. Ci stravaccammo, bevemmo, guardammo il baseball in tv e ci accampammo felici che di lì a tre giorni saremmo tornati in quella stessa casa per il nostro show. Era ormai il 28 luglio, e ci dirigemmo verso il Canada. Superata agevolmente la frontiera la nostra meta si chiamava Montreal, Quebec. Arrivammo alla casa dei nostri ospiti nel pomeriggio. A un barbecue vegano seguì una sbronza colossale. Al momento di dirigerci al pub del concerto alcuni di noi erano già in condizioni deplorevoli. Sotto un violento acquazzone francofono andammo a caricare la strumentazione che avremmo usato quella sera, salimmo sul palco e facemmo il nostro dovere. Dopo lo show ci spostammo al locale gestito dalla nostra gentilissima ospite, la quale continuò a rifornirci di beveraggi fino a notte inoltrata. Alcuni di noi bevevano ormai ininterrottamente da quasi 12 ore. Alla fine, esausti e ubriachi, ci sdraiammo sul pavimento di casa della nostra ospite, non prima di aver brindato all’ospitalità canadese. Il mattino era grigio, attraversammo alcuni dei molti ponti di Montreal, il confine, buona parte del Vermont, e dopo essere entrati nel Massachusetts arrivammo a Boston, Massachusetts, luogo del concerto. Per le strade di Boston assistemmo a un paio di arresti da parte della locale polizia, poi suonammo. Dopo andammo nella oltremodo capiente casa dei nostri ospiti, immigrati polacchi, i quali ci rifornirono di cibo e birra messicana in un’ottima serata rilassante in veranda. Quella sera ognuno di noi venne omaggiato di un materasso. Il mattino dopo ripartimmo fiduciosi verso Waterbury, Connecticut, dove avevamo già soggiornato con nostro piacere diversi giorni prima. Affrontammo un pezzetto di New England che corrispondeva in pieno alle nostre attese: colline, piccoli laghi adagiati in insenature verdeggianti, villaggi sulla strada costituiti perlopiù da candide case di legno. Un posto incantevole. All’arrivo a Waterbury ottenemmo per la seconda volta in pochi giorni un pasto delizioso. Le birre per i gruppi erano in quantità mirevoli. Così suonammo e dopo quattro chiacchiere ci adagiammo sui nostri giacigli. Al mattino ci sorprese una colazione preparata con i resti della sera precedente. Ringraziammo mille volte e con tutt’altro tipo di atteggiamento ci imbarcammo per le nostre ultime tre misere ore di viaggio. Destinazione finale, New York, New York. New York era sempre la stessa fogna del mese prima: caotica, calda, frettolosa e puzzolente. Forse intanto il barbone era morto e il cadavere tolto diligentemente da sguardi indiscreti. Questa, forse, era l’unica differenza. Suonammo il nostro show in un piccolo locale di Manhattan, dopodiché prendemmo congedo dal nostro driver sul marciapiede del locale, con tutti i nostri bagagli. Devastati dalla stanchezza fummo introdotti nella metropolitana e condotti verso un locale dove c’era una serata con un dj punk. Probabilmente a quel punto avrei preferito un calcio nei coglioni. Ma si sa il gruppo in tour non ha volontà ma solo tappe obbligate. Attendemmo qualche ora nel bar, finché qualcuno mosso a compassione, e non prima che fosse svenuto anche il più ostinato della nostra compagnia, ci dirottò per l’ultima interminabile camminata di venti minuti per le squallide vie newyorchesi verso il tetto della notte. Arrivati alla casa ci sdraiammo dove capitò e cademmo subito in un sonno profondo. Al mattino realizzammo che il tour era finito. Ci mancavano però cinque giorni da spendere in quella città, ognuno al meglio delle proprie forze, fisiche, mentali, economiche e attitudinali.

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