maniacoinglese472.jpgdi Enzo Fileno Carabba
[Illustrazione di Liza Schiavi – cliccare per ingrandire]
frecciabr.gif Tutte le puntate di Discese estreme

15. Il maniaco inglese
Ricordo con apprensione il maniaco inglese.
E’ vero che certi paesaggi inglesi, con quella luce cupa e corpuscolare, renderebbero inquietante anche San Francesco nei suoi momenti migliori, tuttavia bisogna riconoscere che il soggetto con cui ebbi modo di confrontarmi non era tra i più rassicuranti.
Avevo sui quattordici anni. Mi trovavo in una cittadina sul mare, ospite di una famiglia di forti bevitori, che in compenso risparmiavano sul cibo: perlomeno su quello che davano a me. Si trattava di una di quelle vacanze studio durante le quali si dovrebbe imparare l’inglese. Purtroppo il mio rapporto con l’inglese era di considerevole distanza. Soprattutto per quanto riguarda il parlato. Prima o poi troverò per questo mio problema una giustificazione profonda.

Uno dei fattori che indeboliva la mia capacità di apprendimento è che saltavo le lezioni. E non posso neanche dire che avevo trovavo un gruppo di italiani con cui parlavo italiano. Andavo invece a camminare lungo la scogliera, da solo.
Una volta decisi di fare le cose in grande e camminai tutto il giorno. Quando cammini tutto il giorno finisce che viene buio. Su questo non avevo riflettuto fino in fondo. Ero libero e spensierato. Feci perfino il bagno. L’acqua era scura ma affascinante. Nel tardo pomeriggio mi voltai e capii che non avrei mai potuto ripercorrere la strada fatta. Tra l’altro in molti punti mi ero dovuto arrampicare un po’ sulla scogliera per poi ridiscendere: sarebbe stato difficile farlo col buio, anche se una volta avevo letto un fumetto dove un personaggio, mi sembra Diabolik, fa qualcosa di simile. Infine il mare mi sembrava salito, per cui avrei dovuto arrampicarmi più spesso che all’andata.
Decisi di risalire completamente la scogliera, che in quel punto formava una specie di panettone, e vedere cosa c’era sopra. Di sicuro avrei trovato una strada per tornare indietro.

In cima c’era un bosco. Sul finire della salita cominciai a vedere le punte degli alberi. Vidi anche una testolina sopra di me: un signore stava appoggiato a una staccionata sul bordo della scogliera.
Aveva un’aria stupita di vedermi là. Piacevolmente stupita. Mi fece un cenno e lo raggiunsi.
Era gentilissimo e mi sentii in salvo. E’ vero che non vedevo una vera e propria strada asfaltata, ma una serie di sentieri il cui senso non mi era chiaro. Ma il signore mi disse che mi avrebbe accompagnato lui fuori dal bosco.
Quando gli spiegai dove abitavo mi rispose che ci trovavamo a molti chilometri da casa. Troppi. Impossibile raggiungerla se non a notte fonda, anche camminando sulla strada. Si offrì di accompagnarmi: non solo fuori dal bosco, ma anche a casa, con la sua macchina.
Ero contento. Tra l’altro avevo fame e sete, perché i miei scarsi vivere erano finiti da ore. In verità non avevo previsto un giro così lungo: gli orizzonti mi si erano ampliati via via che andavo avanti.
Ci avviammo a piedi dentro il bosco.
E qui si verificò il miracolo. Durante l’intero, interminabile tragitto, io parlai tranquillamente in inglese. Parlavo con quel signore fine e compito come se non avessi mai fatto altro in vita mia che parlare in inglese. Voglio proprio chiarire il meccanismo perché non ci siano equivoci: lui diceva le cose, io le capivo, rispondevo, lui capiva, parlava a sua volta. Una cosa che non mi era mai capitata. Giunsi a sospettare che si trattasse di telepatia.
Più tardi compresi che non si era trattato affatto telepatia, altrimenti avrei capito cosa aveva in mente.
Mi raccontò che faceva il controllore di volo non so dove, e mi spiegò vari problemi connessi al suo lavoro. Gli chiesi notizie sui pesci che popolavano quel tratto di mare.
A un certo punto cominciai a provare inquietudine, perché non arrivavamo mai. Il bosco non aveva fine. O eravamo in piena Amazzonia, o quello mi stava facendo fare dei giri a vuoto.
Arrivammo a un laghetto che ormai la luce era solo una tenebra rossastra. Tutto giulivo il controllore di volo mi disse: sai, ti ho portato qui perché volevo proprio farti vedere questo laghetto.
Come…?
E’ per questo che giravamo da un tempo interminabile? Voleva farmi vedere quel laghetto? Vi assicuro che era un laghetto insignificante, e dire che io non saprò parlare le lingue straniere ma in compenso sono uno che sa cogliere il fascino di un laghetto come si deve.
Lì veramente sentii una stilettata di paura.
Non ero di fronte ai consueti molestatori di Campo di Marte, soggetti con cui avevo raggiunto un tale grado di familiarità che ormai potevo essere io a abusare di loro. Qua ero di fronte a un autentico, tipico maniaco inglese. Per di più all’interno di un bosco sconosciuto e tenebroso, che includeva un laghetto insignificante.
Perlomeno: insignificante dal punto di vista delle Scienze naturali, ma ottimo per un film dell’orrore.
Ebbi la sensazione che stavolta, per davvero, nonostante i miei poteri dialettici e paranormali, la situazione stesse sfuggendo al mio controllo.
Anche i tratti somatici del maniaco non erano quei tratti paciocconi e in qualche modo rurali a cui era avvezzo. Aveva i tratti raffinati del colonizzatore, sia pure colonizzatore di minorenni.
Il maniaco inglese (inteso come soggetto generico) per antica consuetudine, sa essere molto più insidioso perfino rispetto al maniaco americano, che di solito ha una sua foga per così dire genuina. Oggi il maniaco americano è all’apice della sua gloria, ma il maniaco inglese aspetta nell’ombra il proprio inevitabile ritorno.
Cercavo di continuare a parlare normalmente, ma lui dovette avvertire che qualcosa era cambiato dentro di me perché si voltò e con un sottile gelo nella voce mi disse: Vuoi che andiamo alla macchina?
Ecco, bravo, pensai.
Intuivo che la macchina non era la salvezza definitiva, anzi poteva essere l’inizio della fine, ma non vedevo alternative. Magari una volta raggiunta la strada asfaltata potevo darmi alla fuga. Ma non lì, in quel bosco che lui certo conosceva meglio di me.
Di tutto avevo voglia, fuorché finire stuprato e ucciso sul bordo di quel laghetto. Tra l’altro, non una traccia di vita si notava attorno o dentro allo specchio d’acqua. Il che era particolarmente strano perché di solito attorno ai laghetti la sera c’è un certo fermento. Come minimo era pieno di cadaveri.
Il controllore di volo parve rimanerci un po’ male, per il fatto che avevo detto che volevo andare alla macchina. Disse che avendo capito che mi interessavano i pesci mi aveva portato al laghetto perché sapeva che pullulava di pesci.
Come se non ci fosse il mare alle nostre spalle! Tra l’altro, gli avevo chiesto notizie circa gli organismi marini, non circa i pesci d’acqua dolce. Un maniaco confuso.
Feci un gran sorriso e gli dissi che i pesci del laghetto mi interessavano moltissimo, ma ne avremmo parlato un’altra volta.
Lui allora, forse lieto per il mio accenno a un futuro comune, si decise e mi portò alla macchina.

Quella non era una macchina, bensì una pasticceria ambulante. Una versione moderna della casetta di marzapane della strega di Hansel e Gretel. Il controllore di volo tirava fuori dolciumi di ogni tipo. Caramelle, come ogni maniaco classico, ma anche cioccolata, pasticcini, addirittura mi offrì una piccola torta. Vorrei fare i complimenti al tipo che ha progettato quella macchina, per l’alto numero di ripiani e sportelletti. Una vera macchina da adescatore.
Lo sapevo benissimo che non dovevo mangiare niente di quello che mi offriva, che c’erano alte probabilità che fosse cibo drogato. Perché è chiaro che uno che tiene tutta quella roba in macchina ha qualcosa che non va. Ha molto che non va. Se non è un maniaco ha comunque dei problemi, se non altro alimentari.
Tuttavia nonostante sapessi benissimo che non dovevo farlo mangiai un po’ di cioccolata e qualche pasticcino. Tra l’altro non sono neanche un amante dei dolci. Ma avevo una tale fame! Mi sentivo come quelli che nei film vanno incontro al mostro, allora lo spettatore dice: non farlo, non farlo, non entrare in quella stanza, ma il personaggio è un tale idiota!
Sapevo cosa prova.
Insomma mangiai. Poi avevo sete.
Quello era una volpe. Fece scorrere il fianco di uno sportello: era pieno di bottiglie piccole piccole, tipo bottiglie di liquore fatte dai frati. Tutta roba alcolica.
Stavo per stramazzare dalla sete ma rifiutai. Di sicuro la droga era lì. Il cibo serviva solo per farmi venire sete e in questo si rivelò efficace.
Per rassicurarmi, il controllore mi appoggiò una mano sulla coscia.
Feci finta di nulla ma in un supremo sforzo immaginativo dettato dalla disperazione e dalla sete dissi che dovevo assolutamente andare a casa, altrimenti mi avrebbe cercato la polizia.
La parola polizia sembrò interessarlo.
Ma poteva anche essere un lampo di eccitazione quello che vidi nei suoi occhi, magari lui andava matto per gli stupri portati a termine con le ricerche della polizia in corso. Continuai dicendo che sì, dovevo tornare immediatamente a casa. Ma volevo anche rivederlo.
Spero che cogliate la finezza strategica.
Il poveruomo si commosse e mi tolse la mano dalla coscia, forse perché non poteva guidare con una mano sola. Mi riportò a casa, anzi poco distante,perché non mi fidavo a fargli sapere dove abitavo.
Fissammo solennemente un appuntamento: giovedì alle 12, me lo ricordo ancora. Alla base della scalinata, perché c’era una scalinata.
Confesso che non andai.

Share