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qui la prima parte

3. Il compito dello storico

Veniamo alla seconda questione: chi, e in che modo, deve prendersi cura delle rovine? Vi anticipo la risposta: è quel pensatore che, già trasformatosi in allegorista, si trasforma da allegorista in — uso una definizione di Sanguineti — “storico straniante”: «lo scrittore di fatti empirici, lo storico di cose, come critico dimissionario, è uno scrittore estraniante» (11). Questo passaggio dall’allegorista allo storico, in qualche modo, fa retroagire il Benjamin del Passagen-Werk sul Benjamin del Dramma barocco.

Cominciamo col chiarire cosa fa lo storico materialista. Sembrerà strano, ma principalmente produce rovine: per prendersi cura del frammento, deve a sua volta produrre frammenti. Il suo metodo mira a «bonificare territori su cui è cresciuta finora solo la follia, [penetrandovi] con l’ascia affilata della ragione, e senza guardare né a destra né a sinistra, per non cadere preda dell’orrore che adesca dal fondo della foresta» (12). In due fogli del Passagen-Werk Benjamin ci fornisce una descrizione estremamente chiara del lavoro dello storico (13):

Che l’oggetto della storia sia esploso dal continuum del decorso storico, lo esige la sua struttura monadologica. Questa compare soprattutto nell’oggetto esploso, giorno per giorno: e cioè nella forma del conflitto storico, che determina l’interno (per così dire le viscere) dell’oggetto storico, e nel quale entrano nella loro interezza, in scala ridotta, le forze e gli interessi storici.
La storiografia materialistica non sceglie con mano leggera i suoi oggetti. Essa non li afferra, piuttosto li esplode dal decorso. Le sue precauzioni sono più complesse, i suoi avvenimenti più essenziali.

rovine.jpgIn questa mia versione ho tradotto per tre volte il verbo heraussprengen con esplodere usato transitivamente. Questo verbo ha soprattutto il senso metaforico di fare esplodere, far saltare: Benjamin sembra voler dire che lo storico deve proprio, fuor di metafora, provocare un’esplosione all’interno del decorso storico. Questa possibilità è legata alla considerazione della storia come forma di rammemorazione. Replicando ad una lettera di Horkheimer — «l’ingiustizia passata è accaduta e compiuta. Gli uccisi sono realmente uccisi…» —, Benjamin annota: «Il correttivo di questi ragionamenti sta nella riflessione che la storia non è solo una scienza, ma anche e non meno una forma del rammemorare. Ciò che la scienza ha “stabilito”, può essere modificato dal rammemorare» (14).

Quanto alla mia versione, non ho resistito alla tentazione di utilizzare un toscanismo, peraltro registrato tanto dal Tommaseo quanto dal Vocabolario degli Accademici della Crusca, in cui “esplodere” è usato in senso attivo con valore di ampliamento conoscitivo. Ne è autore Antonio Cocchi, ed ecco l’intera citazione, tratta dai suoi Discorsi toscani del 1761-62: «Grande fra i savj suol reputarsi chiunque dilata i confini della cognizione umana, e aggiugne nuovi argomenti sensibili e certi, per esplodere qualche inveterato e universale errore». È proprio questo ciò che fa lo storico: parafrasando un vecchio saggio, la sua azione, deflagratoria come quella del minatore che fa saltare la roccia per estrarne l’oro, allarga l’area della coscienza.

Il compito dello storico sembra la trasposizione di quello dell’allegorista nel campo della storia, e in certo senso lo è. «L’argomento dell’intenzione allegorica — leggiamo ancora nel Passagen-Werk — viene separato dal contesto della vita: viene frantumato e conservato nello stesso tempo. L’allegoria si tiene stretta alle macerie [J56, I].»

Ma ancora, qual è il metodo dell’allegorista? Ancora dal Passagen-Werk, da un appunto su Baudelaire: «Il rimunginatore [ma anche: il sognatore, der Grübler] il cui sguardo cade, con un sobbalzo di spavento [ma anche: con un improvviso risveglio, aufgeschreckt], sul frammento che tiene in pugno, si trasforma in allegorista [J53, 3]».

Devo adesso portare a termine la dimostrazione che avevo preannunciato.

4. Allegoria e storia

Nel Dramma barocco, al penultimo paragrafo, Benjamin conclude la sua interpretazione dell’allegoria barocca con l’enunciazione di quella dialettica del compimento che troverà la sua conclusiva formulazione nella XIV Tesi. Ai due poli di questo ventennale rimunginare stanno l’allegorista e lo storico. Ecco il passo del Dramma barocco (15):

Il sapere segreto, privilegiato, il dominio dell’arbitrario nell’ambito delle cose morte, la presunta infinità del vuoto della speranza [:] tutto ciò è spazzato via con un colpo in quanto l’affondamento allegorico deve sgomberare l’ultima fantasmagoria dell’obiettività […]. E questa appunto è l’essenza dello sprofondamento melanconico, il fatto che i suoi oggetti ultimi […] si ribaltano in allegorie, il fatto che colmano [erfüllen] e negano il nulla in cui si rappresentano.

Notate la presenza del verbo räumen, che anticipa, condensandolo in guisa di monade, il saggio sul carattere distruttivo, incastonandolo in questa pagina. E prestate attenzione al verbo erfüllen, e alla categoria, che esso designa, dell’Erfüllung. Il procedimento allegorico ha una sua dialettica: opera uno svuotamento — è una macchina per fare il nulla — portando l’esistente in primo piano, sotto la cruda luce della realtà. E ribalta questo svuotamento colmando lo spazio svuotato con allegorie. Ma non si tratta di un mero riempimento additivo: l’Erfüllung è il compimento dei tempi, il completamento che reintegra e salva.

Nella XIV Tesi l’Erfüllung subisce una torsione: «la storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello gravido di Jetztzeit». L’azione che denota è sempre un riempimento: un riempimento non complementare, ma opposto allo svuotamento. Sta allo storico storicista affaccendarsi col tempo omogeneo e vuoto, baloccandosi con la massa di fatti che vengono affastellati mediante un procedimento additivo. Lo storiografia materialistica, al contrario, ricava dal frammento, inteso come immagine dialettica, quel principio di pienezza che si realizza nella Jetztzeit, nel tempo-ora. Nel campo dell’allegoresi si trattava di un duplice movimento di svuotamento-riempimento: qui, nel campo della storia, si tratta di due distinte e incompatibili sequenze temporali. L’allegorista barocco operava a partire dagli oggetti, che trasforma in allegoria sulla base di un principio di equivalenza (nel senso che rende gli oggetti equivalenti). Nella società moderna il suo procedimento rimane immutato: è però mutato il contesto. L’allegorista opera ora in analogia col processo di formazione del prezzo della merce (16):

L’allegorista estrae ora qui e ora là un pezzo dal fondo scompigliato che il suo sapere gli mette a disposizione, lo affianca ad un altro e prova se si adattino l’uno all’altro: questo significato a quest’immagine o quest’immagine a quel significato. Il risultato non può mai essere previsto, giacché fra i due non c’è nessuna mediazione naturale. Allo stesso modo stanno però le cose con la merce e il prezzo. […] Come la merce pervenga al suo prezzo è cosa che non si può calcolare esattamente, né nel corso della sua produzione né in seguito, quando si trova sul mercato. Esattamente la stessa cosa accade all’oggetto nella sua esistenza allegorica: non è in nessun modo stabilito a quale significato lo condurrà l’assorta profondità dell’allegorista.

Sulla base dello stesso principio di equivalenza (nel senso che le cose sono già state rese equivalenti), lo storico opera sulle cose allegorizzate, ed esplodendole dal decorso omogeneo della storia le ritrasforma in oggetti, portando alla luce la loro natura monadica. Lo storico agisce come l’allegorista, ma non è solo un allegorista: la plenitudo temporis con cui ha a che fare non è solo immagine allegorica, è la pienezza del tempo in sé e per sé.

La erfüllte Zeit è un tempo gravido, riempito e reintegrato in quanto tempo liberato: il tempo in cui le rovine non si accumulano infinitamente sotto la tempesta del progresso, ma vengono ricomposte e riscattate.
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Niente di meno spetta, come compito, allo storico.

5. L’Angelo di Leonia

E altrimenti? Se non c’è liberazione né reintegrazione, se l’infranto perdura irricomposto e illacrimato, cosa ne è del cumulo di rovine che sale sino al cielo? E soprattutto, cosa ne è della città degli uomini che giace all’ombra di questo cumulo minaccioso? La risposta è, probabilmente, nell’allegorica descrizione della città di Leonia di Italo Calvino cui ho inizialmente fatto riferimento:

Più ne cresce l’altezza [del pattume], più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte [della città] di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo.

Note al testo

(11) Edoardo Sanguineti, «La missione del critico» [1986], in La missione del critico, Genova, Marietti, 1987, pp. 202-15 (p. 214).
(12) Walter Benjamin, Parigi capitale…, cit., p. 592.
(13) Walter Benjamin, Parigi capitale…, pp. 616-17 [N10, 3, N10a, 1], traduzione modificata. Nella traduzione italiana le tre ricorrenze ravvicinate di heraussprengen sono tradotte, nell’ordine, come «sbalzare fuori», «estrapolare», «far deflagrare».
(14) Walter Benjamin, Parigi capitale…, p. 611. La lettera di Horkheimer è datata 16 marzo 1937.
(15) Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, cit., p. 250.
(16) Walter Benjamin, Parigi capitale…, cit., p. 481 [J 80, 2].

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