di Girolamo de Michele

[vedi il sito di Free Karma Food]
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Che uso si fa oggi della teoria critica? C’è chi, come Carlo Galli (nella sua introduzione alla Dialettica dell’Illuminismo), suggerisce un uso archeologico, invitandoci a «desistere dalle sue ansie assolute di giustizia e verità» e riducendola a esercizio di bella scrittura capace di «generare un po’ di turbamento nelle nostre compiaciute sicurezze». C’è chi, continuando a leggere il mondo presente come una ipostatizzata totalità, ne pratica un uso monumentale evocando l’incubo dell’alternativa tra il pensiero lucido ma inefficace, e l’inglobamento nella sfera del potere. E c’è chi, come Bauman, al di là dei cimenti intellettuali degli eroi in pantofole e delle anime belle, lavora a un uso critico della teoria critica, cercando di redigere una categorizzazione della post-modernità e un’«agenda pubblica dell’emancipazione».

Dalla critica sociale alla letteratura: qual è il modello letterario più affine alla critica di Bauman? È probabile che, nell’epoca dell’affievolimento della memoria del passato e della fiducia nel futuro, la cronologia ci sia d’impaccio: che Pynchon, con la sua totalità paranoica che satura per proliferazione linguistica ogni vuoto, sia meno contemporaneo della frantumazione narrativa di Burroughs. Ed è proprio Burroughs ad indicare il punto di vista dell’autore nell’ultima opera dell’atelier letterario Wu Ming: il romanzo “solista” di WM5 (Riccardo Pedrini) Free Karma Food. Romanzo burroughsiano, per la radicalità con cui persegue la scheggiatura della trama, nell’ironica certezza che nel disegno karmico i fili devono ricomporsi,prima o poi: ma non necessariamente nella traduzione degli eventi in forma rappresentativa. Come il precedente Havana Glam, la trama è ascrivibile alla fantascienza: in un prossimo futuro in cui i bovini si sono estinti in seguito a un’epidemia, gli uomini si nutrono di carne di basso valore (cani e gatti) o, se possono permetterselo, di carne umana procurata da cacciatori autorizzati. Contro questa società combatte il Free Karma Food, formazione eversiva di “abbracciacarne” (vegetariani) guidata dall’enorme Ananda Davis.sopravv.JPG Ma sul genere si tratta di intendersi: se i riferimenti che vengono in mente sono La settima vittima, L’esercito delle dodici scimmie e soprattutto 2022. I sopravvissuti, è però riduttivo definire questo libro come disutopia. Più cogente potrebbe essere il riferimento alle ucronie di Dick e Gibson; ma Free Karma Food, più che la ricostruzione verosimile di un futuro possibile, è un viaggio filosofico ed etologico alle radici dell’umano, cioè a quel fondamento istintuale senza tempo nel quale trovano espressione i modi storicamente determinati della violenza intra-specifica: i canini del nostro volto non sono forse lì a ricordarci un recente passato di predatori e cannibali? Il taglio antropo-eccentrico, cioè etologico, è il vero portato etico di questo libro: del resto, come ha dimostrato Deleuze, l’Etica per eccellenza, quella di Spinoza, è un’etologia. La sopraffazione verso gli animali non-umani, la visione antropocentrica dell’ambiente, la distruzione dell’ecosistema, l’inconsapevolezza delle reazioni messe in moto (tra gli umani, nell’ambiente, nel ciclo del karma) dalle azioni inconsulte: su questo fondo oscuro si muovono i personaggi del pretesto narrativo, che importano non per le loro biografie, ma per le potenzialità che esprimono, per i centri di energie che essi stessi sono. Il crollo dell’ordine politico lascia un’apparentemente libertà: ma dentro questa libertà agiscono le passioni tristi della modernità liquida. La precarietà delle alleanze umane, la pietosa condizione di questa libertà, la fragilità delle azioni comuni, la quasi-impossibilità di generalizzare le esperienze individuali: i movimenti di questi personaggi ripercorrono senza soluzione di continuità l’agenda-Bauman. E poiché la lingua non può essere casuale rispetto al contenuto, la scrittura di WM5 si fa ellittica, spezzata, monca. Il lavoro sull’essenzialità della forma, quel livello paratattico nel quale si esprimono Ellroy ed Easton Ellis, quel continuo “cavare” (per dirla con Sciascia) serve all’autore per forzare il legame tra immagine e parola. Bisogna riconoscere che, all’interno della scrittura collettiva dei Wu Ming, gli accordi solisti rappresentano nuove variazioni, nella consapevolezza che la pienezza di una scrittura si raggiunge quando si sono espresse, per differenze e giustapposizioni, tutte le possibilità del lingua: cioè mai. Ed è bene che i vuoti non siano saturati, che le discontinuità abbondino: non è nella frase che si ricompongono i significati, così come non è nella narrazione degli eventi che si riappacificano le storie. Come le danzatrici di Degas, queste storie sono osservate da un occhio che ne determina il taglio prospettico dall’esterno del dipinto: l’occhio del karma, appunto, rispetto al quale l’umanità è pulviscolo cosmico. Il che non impedisce ad alcuni personaggi di raggiungere questa consapevolezza: di uscire, cioè dalla paranoia umanocentrica. Che poi questo libro cada in un frangente nel quale si cominciano a tematizzare i diritti degli animali non-umani è una coincidenza (se di coincidenza si tratta) felice.

da Liberazione del 28 febbraio 2006

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