di Daniela Bandini

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Geraldina Colotti, Certificato di esistenza in vita, Tascabili Bompiani, 2005, pp. 178, € 7,50.

Sono diversi i racconti contenuti in questa antologia, spaziano dalla claustrobica presenza di secondini e sbarre alla fiaba, amara e tagliente, di una vita segnata da un destino non richiesto. Questa scrittrice, che è stata segnata anch’essa in maniera indelebile dal corso della storia, ripercorre senza amarezze, né tantomeno rimpianti, scelte di vita che apparivano, appunto, ineluttabili. Non c’è nessuna recriminazione verso “cattivi maestri” o consiglieri, nessuna acrimonia nei confronti di chi in maniera più o meno condizionante l’ha instradata verso un percorso che non prevedeva molte via di fuga. E’ stata, semplicemente, una scelta di vita, una scelta che non è possibile disconoscere, di chi non si tormenta nel rimpianto verso ciò che non è stato, che non prova quella rabbia e quell’umiliazione, pienamente giustificabili, di chi, pagando tutto, si ritrova ad ascoltare pietose ammissioni di colpa nei confronti della storia.

Una scelta durissima, vissuta nel quotidiano delle leggi speciali, della tortura, delle infinite umiliazioni per ottenere quel minimo che in carcere aiuta a vincere la spersonalizzazione costante dell’individuo. Carcere condiviso con tossiche, donne della mala, infanticide, nella litania carceraria dell’assoluzione da ogni colpa, nel ritenersi sempre vittime di un raggiro, di un imbroglio, di un complotto. E in tutte queste storie, così scarnificate, il luogo della detenzione diventa per forza un palcoscenico dove il detenuto recita la sua parte, e dove l’amore, come dappertutto, sembra essere l’unica ragione che ti fa sopportare tutto questo.
Per motivi anagrafici ho sfiorato e vissuto negli altri scelte di vita analoghe a quelle della scrittrice, e vi posso assicurare che niente è più intollerabile del vedere la miseria e l’abiezione a cui si sono ridotti alcuni dei nostri ex leader, rinnegando come un escamotage giovanilistico anni di lotte, come se gli anni di piombo non fossero stati in qualche modo una risposta alla violenza di un’Italia dove gli uomini di punta delle forze dell’ordine, della polizia, della magistratura, venivano scelti tra elementi di estrema destra con aspirazioni golpiste che non avevano nulla da invidiare al Cile di Pinochet. E niente è più umiliante dal riconoscere nelle voci di chi allora è stato protagonista questa negazione della storia, e neanche un barlume di pietà verso se stessi e i molti che ci hanno creduto, e l’abisso nel quale siamo caduti senza che nessun paracadute ideologico ci proteggesse dalle ferite.
Certo, nell’intimo della scrittrice tutto questo sarà stato ampiamente elaborato, ma la delicatezza con cui affronta le tematiche della quotidianità carceraria, ma anche della quotidianità dell’ex comunista che si ritrova in un mondo che non ha scelto, sono esemplari. Malgrado tutti i mea culpa di chi non doveva pentirsi di niente, affiorano nei cinquantenni di oggi quei valori che saltano fuori quando meno te l’aspetti, quasi a tradimento, valori difficili da sostenere in un contesto che tu non hai minimamente contribuito a rendere migliore.
C’è la storia dell’ex ufficiale dell’esercito, in visita al figlio nel carcere di Cuneo, accusato di terrorismo, che parla dei suoi compagni “Li hanno torturati, pà!” “prima Cinzia e poi Luca! Come me, li hanno appesi per i piedi e gli hanno strappato le unghie! E prima di … violentare Cinzia a turno, le hanno estirpato i peli del pube! Come facevo a lasciarli fare?”
Questo vecchio annientato dalla violenza verso suo figlio e dalla violenza che la storia aveva impresso alla sua vita, chiede alla moglie, anch’essa deceduta: “Moglie mia, dove abbiamo sbagliato, perché ci è cresciuto tanto odio intorno?” Questo vecchio, che stramazzerà sul marciapiede, distrutto dall’indifferenza di un mondo che non gli appartiene, se ne andrà proprio come un angelo, in una voluta di pulviscolo argentato, verso il suo personalissimo paradiso.
C’è la storia di uno zingaro anoressico, in un centro di accoglienza dove arrivavano a depositarsi, proprio come bagagli, gli ultimi relitti della società, c’è la storia di un omicidio misterioso con il colpevole preconfezionato, la storia di un transessuale ucciso, amori gay, molta coca, molta infinita umanità con i propri sogni, le proprie speranze e quell’insopportabile pretesa di avere comunque diritto a un’esistenza priva di ulteriori umiliazioni. “Scusate, ma secondo voi è la luna quella?”, chiedono due detenute ai secondini, colpite dalla vista inaspettata di una luna gigantesca. Sembrano infrangersi tutte le barriere, ma esistono, eccome. “Un agente armato sbadiglia sul muro di cinta. Grossi topi passeggiano lungo la scanalatura sottostante. Sono le ventuno e trenta. Il vocio che giunge dalle case s’infrange su quello del carcere. I fari illuminano un vialone che sembra infinito. Nina mi guarda. Fra poco dormiremo nella stessa cella… Né io né lei ci eravamo scelte, fuori, Ma in carcere non si possiedono spazi e non si scelgono convivenze”.
Finisco con una citazione di Oscar Wilde, tratta sempre dal libro: “La società perdona i criminali, ma non i sognatori”.