di Antonio Nucci
Illustrazioni di Pierangelo Rosati
(Qui tutte le puntate del romanzo on line PLAYMAKER)

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5.

Erano circa le 8.10 quando Walter salì sul fuoristrada di Soldani, un Cherokee color blu.
“Ha un’idea di quale possa essere il punto esatto da dove proviene di solito il fumo?” chiese Walter.
“Credo di sì. Secondo me viene dall’avvallamento opposto a dove si trova la conca. Per questo dal paese si ha l’impressione che il fumo salga da lì.”
Pochi minuti dopo, lasciata la provinciale, Soldani salì per una strada sterrata. Arrivato nel punto più alto si fermò e spense il motore facendo segno a Walter di guardare in basso.”
“Se il posto è quello giusto, da qui potremo vedere senza doverci avvicinare troppo.”
“C’è un edificio laggiù.”
“E’ la vecchia Palestra Comunale di S.Clara, ora in disuso. Lì si allenava la Robur all’epoca in cui Tirelli era sulla breccia. Questo prima che venisse ampliato il Centro Sportivo di Groppiano. Non la conosceva?”
“Da piccolo non mi avventuravo mai fin laggiù.”

“C’è un simbolo disegnato sul muro vicino all’entrata. Prenda il mio binocolo e guardi se per caso è come quello che ha visto stamattina sul muro della chiesa.”
“Proprio quello. Coincidenza singolare, no?”
“Già, stiamo a vedere cosa succede, ormai ci dovremmo essere. Sono le 8.30, l’orario in cui di solito comincia a salire il fumo.”
Cinque minuti dopo apparvero i primi bagliori all’interno dell’edificio; dal lucernario si intravedeva una luce tremolante aumentare sempre più d’intensità. Walter si girò verso Soldani aspettandosi un commento.
“Lei che ha il binocolo provi a notare qualche particolare.”
“Si direbbe che qualcuno abbia acceso un enorme falò” disse Walter impugnando l’arnese.
“Potrebbe anche essere un insieme di piccoli fuochi, non vedo fiamme tanto alte.”
“Già. Potrebbe essere un senzatetto che ha bisogno di riparo.”
“E’ difficile. Un senzatetto qui dopo due giorni sarebbe oggetto di chiacchiere in tutta la zona; e un vecchio impiccione come me ne sarebbe sicuramente al corrente.”
“Allora una coppia di giovani amanti che cercano un posto tranquillo per la notte.”
“E che dopo mezz’ora spengono il fuoco per poi rimanere al freddo? No, sento che c’è qualcos’altro.”
Il fumo cominciò a salire dal lucernario stagliandosi nell’aria e formando una colonna scura.
“Avevo visto giusto, da questo posto sale la colonna che vediamo tutte le sere da più di un mese” sentenziò Soldani.
“Sente quest’odore? E’ lo stesso che ho sentito questa mattina.”
“Quando ha seguito quel tizio che poi è scomparso?”
“Esatto, e quel fumo ha lo stesso odore.”
“Cominciamo ad avere degli indizi: il fumo ed il suo strano odore, un simbolo tribale, una persona che emana quello stesso odore e che sembra abbia qualcosa da nascondere. Non è molto ma può essere un inizio.”
“Che facciamo, andiamo a vedere? Non mi pare che quella sia una proprietà privata, siamo liberi di capitarci per caso.”
“Crede sia prudente? Se laggiù c’è qualcuno che sta bruciando materiali inutili, nessun problema. Ammettiamo però per un momento che si tratti veramente di un personaggio pericoloso. Non sappiamo niente di lui, potrebbe essere armato, potrebbe avere dei complici di vedetta. E anche se non si trattasse dell’assassino che cerchiamo potrebbe essere qualcuno che ha comunque qualcosa di sporco da nascondere e a cui non farebbe piacere un nostro intervento.”
Udendo le parole assassino che cerchiamo Walter si sentì per un attimo investito del ruolo di investigatore, come in un film.
“Attendiamo che si spenga il fuoco e vediamo se qualcuno esce da là dentro” consigliò saggiamente Soldani.
Più tardi, cessato il misterioso fenomeno, i due improvvisati investigatori si ritrovarono a scrutare la palestra nel buio, le giornate stavano accorciandosi. Dopo una ventina di minuti dallo spegnimento del fuoco nessun essere umano era uscito dall’edificio. Soldani stava accendendo il motore del Cherokee quando Walter vide le fronde degli alberi intorno alla palestra agitarsi come per l’arrivo di un temporale.
“Il vento!” esclamò.
“Che cosa?”
“Vede le foglie che si muovono laggiù? Qui invece non tira vento. E’ una cosa che ho notato spesso di recente. Ci sono folate di vento improvvise ed isolate in città e ho l’impressione siano quelle a portare in giro quello strano odore. Non so cosa possa voler dire. Lo so, stiamo parlando di aria nel vero senso del termine. Ciò nonostante credo sia un particolare da non trascurare.”
Qualche istante dopo il fuoristrada scendeva verso il centro abitato.
“Secondo me dobbiamo partire dall’indizio più concreto, quello strano simbolo” disse poco dopo Walter seduto nel salotto di casa Soldani, davanti ad un bicchiere di liquore al mirtillo. “Sarebbe interessante controllare se oltre che sulla chiesa il simbolo sia stato apposto anche sulle abitazioni delle altre vittime, non crede?”
“Sì, e in tal caso ciò vorrebbe dire che c’è un collegamento ben preciso fra le due cose. Lei resta qui fino a lunedì, ha detto? Bene, dividendoci i compiti nella giornata di domani potremmo intanto darci questa risposta.” Iniziò a scrivere.
“C’è un’altra cosa: lei ha detto che in quella palestra si allenava il Tirelli. E se non si trattasse di una coincidenza? Se per ipotesi fosse ancora vivo e fosse tornato per rimettere in piedi un progetto omicida interrotto vent’anni fa, non sarebbe logico che trovasse rifugio in un posto che conosce bene?”
“Certo, è proprio per questo che stasera l’ho portata lassù.”
Walter rimase un po’ sorpreso. “Quindi lei sospetta che si tratti sempre di lui?”
“Non possiamo dare corpo a nessun sospetto, per ora. E’ solo che dovendo scegliere un posto dove cominciare le ricerche mi è sembrato logico puntare prima su quello che poteva avere qualche collegamento con il primo sospettato. Persona della quale però, ricordiamoci, non si hanno notizie dal ’78. Noi il Tirelli non l’abbiamo visto e, anzi, non abbiamo visto nessuna persona laggiù, quindi…”
“Quindi l’unica cosa concreta da fare è continuare ad indagare.”
“Esatto, controlli questa lista e veda se ho dimenticato qualcuno. Ho omesso la famiglia dove sono morti i due bambini per avvelenamento e le due vittime dell’incidente stradale in quanto tutti sono, o erano, residenti a Groppiano. Basteranno gli altri per avere la conferma che cerchiamo.”
No, non mancava nessuno. La Ronchi, la Vestri, Ferri, Cerioni, la Fumagalli, Perotti, la Righi, Perrone, la Rizzo, De Stefanis, la Cinti e naturalmente Cristina. Quando lesse quel nome sentì un groppo in gola come se i suoi polmoni avessero cessato di assorbire aria. Doveva andare avanti anche per lei. Se era morta per colpa di qualcuno, questo qualcuno doveva pagare. Anche se non sarebbe servito a riportarla in vita.
“Sei case le controllerò io e sei lei. Potremmo cominciare verso le dieci, così nel pomeriggio potremo tirare le somme. D’accordo?”
“Sì, prima cominciamo meglio è” rispose Walter.
“Bene, cerchiamo ora di dividere la ricerca in due zone in modo da fare il meno possibile percorsi inutili.”

6.

Quella notte, dopo tanti anni che non lo faceva, dormì tenendo la luce accesa. All’inizio si sentì un po’ stupido poi, pensando alla lista fatta da Soldani quella sera e al suo significato, se ne fece una giustificazione. Oltre a questo aveva chiuso accuratamente tutte le finestre sia al piano di sotto che nelle camere di sopra. Aveva poi chiuso a chiave la porta della sua camera e sistemato sul comodino il suo coltello da caccia già aperto e pronto per un eventuale uso. Non era molto, considerando che in giro c’era un assassino particolarmente abile, ma ciò lo fece sentire più tranquillo.
Sarà anche una persona con poteri fuori dalla norma, ma se non passa attraverso le finestre e le porte come i fantasmi avrò almeno il tempo di sentirlo e di farmi trovare sveglio con il coltello in mano. Sempre che si presenti fisicamente…
Pensò al vento strano che a tratti spazzava la città e per un attimo ebbe l’istinto di vegliare fino al mattino, ma la stanchezza per la notte precedente, passata in dormiveglia sul divano in casa di Eva, gli calò ben presto sulle membra. Dopo qualche tentativo di tenere gli occhi aperti crollò.
Riaprì gli occhi per qualche minuto intorno alle sei del mattino e la vista della luce del giorno attraverso le fessure lo tranquillizzò un poco. Alle otto e mezza si svegliò definitivamente, apri la porta della camera con la chiave e scese le scale. Uscì in giardino come per confermare a se stesso che la notte era passata senza traumi. Questo gli diede una incoraggiante sensazione di fiducia in se stesso.
Circa un’ora dopo era nei pressi della casa di Kris.
Aveva deciso di cominciare da lì per togliersi subito il magone dalla gola. Sulle prime non notò nulla, poi scorse sotto il davanzale quello che lui e Soldani avevano ipotizzato. Questa volta non toccò lo strano simbolo e si limitò a guardarlo da vicino. Anche in questo caso pareva che la sostanza utilizzata fosse una polvere con un forte potere adesivo. Il passo successivo fu la casa della Ronchi. Qui il simbolo era stato apposto sul muro al di sopra della porta di entrata, anche se molto in piccolo rispetto agli altri che aveva visto. Si recò poi a casa di Perrone. Cercò di non farsi scorgere dalla moglie per non attirare sospetti, come gli aveva consigliato Soldani. Inutile dire che anche qui il simbolo era in evidenza sull’edificio, come pure sulla facciata della casa di Ferri. Il giro previsto si concluse là dove si trovavano le due case vicine a quella di Enrico. Sulla casa della Cinti il marchio era impresso sul lato posteriore della casa, quello rivolto verso il bosco. Sopra casa Righi invece non scorse nulla su nessuna delle facciate. Aveva potuto controllare con tranquillità la casa visto che, con tutta probabilità, Renzo Righi non era all’interno: mancava l’automobile solitamente parcheggiata sotto una tettoia. In quel mentre si sentì chiamare dalla voce di Lucia.
“Ciao Walter, cercavi qualcuno?”
“Mm, no, stavo andando dalle zie a trovarle quando” inventò “ho visto un grosso corvo e mi sono distratto. C’è Enrico?”
“No, è uscito con i ragazzi.”
“Ah, salutameli. Ciao, a presto.”
Approfittò per controllare anche la loro casa e quella delle zie. Il non vedere sopra di esse nessun simbolo lo tranquillizzò un poco sulla sorte dei suoi parenti. Mezz’ora dopo, mentre era seduto in quella specie di giardino botanico curato da zia Tilde, ricevette la telefonata di Soldani.
“L’ho visto signor Ghetti, l’ho visto!.”
“Che cosa…?”
“L’ho visto, il Tirelli voglio dire. Era proprio lui, Guido Tirelli, non posso sbagliarmi. L’ho incrociato pochi minuti fa.” Il tono di voce di Soldani era tra lo sconvolto e l’affaticato. Walter non sapeva che dire di fronte a quella scioccante rivelazione.
“Mi sente signor Ghetti?”
“Sì, ma lei dov’è ora? La raggiungo?”
“Non servirebbe. Ho provato a inseguirlo ma mi è sfuggito. Sto andando a casa ora, mi raggiunga là prima possibile, d’accordo?”
“Arrivo subito.”
“Tutto bene Walter?” chiese zia Tilde vedendolo sbiancato. Lui cerco di dare al proprio viso un aspetto rassicurante.
“Sì, un amico ha bisogno di me, niente di grave ma devo andare.”
“Allora non resti a pranzo? Peccato, stavo facendo le frittelle.”
“Tienimene da parte qualcuna, se riesco ripasso più tardi. Ciao.”
Arrivarono quasi contemporaneamente. Mentre Walter era di fronte al cancelletto, Soldani era apparso in fondo alla strada. Poco dopo, all’interno, Soldani iniziò a parlare.
“Avevo già controllato quasi tutte le case, mi mancava solo quella di De Stefanis. Mi stavo recando là quando ho sentito l’odore di cui lei mi aveva parlato e all’improvviso ho riconosciuto il Tirelli. L’ho visto per un solo istante ma non ho dubbi: era lui! Deve essersi accorto di me perché si è girato di colpo e si è allontanato a passi veloci. Ho provato a seguirlo ma andava troppo rapido, gli è bastato salire in fretta una delle scalinate che portano alla piazza per seminarmi. Probabilmente è la stessa persona che ha seguito anche lei senza successo. Aveva i pantaloni beige, giusto?”
“Già, io non l’ho visto in volto ma per il resto tutto coincide.”
“La cosa pazzesca è che non sembrava invecchiato per niente, longilineo, non una ruga, non un capello bianco. Come se il tempo per lui si fosse fermato vent’anni fa. E’ inconcepibile!”
“Anche in questo caso quindi era diretto verso la zona alta del paese. Da quelle parti c’è la casa del fratello. Pensa che ne sia al corrente?”
“E’ probabile. Sarà il caso di tenerlo d’occhio, con circospezione, naturalmente. Questo può farlo lei che è ancora agile e scattante. Io invece posso fare un’altra cosa.”
“Ovvero?”
“Una bella ricerca su Internet per tentare di capire cosa diavolo è quel simbolo. Ci vorrà del tempo, tutta la notte forse, ma la cosa diventa necessaria, visto che tutte le case dei defunti recano quel marchio. A proposito, anche le case che ha controllato lei sono segnate?”
“Tutte tranne quella dei Righi. Là non ho visto nulla del genere.”
“Mm” rifletté “potrebbe esserci una spiegazione anche per questo. Forse nella morte della Righi c’è una componente di casualità. Non era previsto che si allontanasse da casa, questo è successo solo in seguito al litigio con il marito. Probabilmente l’assassino non aveva progettato di ucciderla, ma ne ha avuto la possibilità per puro caso. E lei si è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato.”
“Quindi l’indagine continua.”
“Sempre che lei se la senta. La cosa sta diventando un po’ pericolosa, ora abbiamo qualcosa di più di qualche sospetto.”
“Be’, seguiamo gli sviluppi e se la cosa diventerà troppo grande per due dilettanti come noi potremo sempre passare le informazioni al Dott. Giacomino. Ho ancora il suo numero di telefono.”
“Sempre che noi si riesca a raccogliere delle prove, prove concrete intendo. Per ora non ne abbiamo.”
“Non come intende la Polizia, certo. Be’, io intanto stasera farò un giro dalle parti di casa Tirelli prima di andare a trovare gli amici al bar.”
“Mi raccomando, attenzione. Chiunque sia questo assassino, Tirelli o altri, è particolarmente abile. Ci vediamo domani e spero di avere delle novità.”
Quando furono sulla porta di casa Walter ebbe un’illuminazione.
“Mentre porta avanti quella ricerca provi a tener presente in qualche modo il Madagascar, ho il sospetto che sia importante.”
“Per via della foto a casa di Ennio?”
“E’ stato il suo ultimo viaggio prima di quella serie di eventi strani e prima di sparire. Potrebbe esserci un nesso.”
“Lo terrò presente, a domani.”

7.

Walter aveva deciso di prendere l’auto, oltre che per raggiungere i ragazzi più tardi, anche per potersi nascondere meglio nel caso ve ne fosse stato bisogno. Parcheggiò a una ventina di metri dalla casa di Ennio, in corrispondenza di una casa adiacente con le tapparelle abbassate, quando erano circa le 9.30. Dieci minuti dopo, cioè, che la solita colonna di fumo proveniente da dietro i monti si era dissolta completamente. Le luci della casa erano accese e ogni tanto Walter scorgeva la sagoma di Ennio mentre transitava davanti alle imposte. Sembrava piuttosto indaffarato.
Walter sistemò il sedile un poco all’indietro per far sì che la sua sagoma non potesse essere scorta immediatamente, nel caso che Ennio fosse uscito in giardino. Quella posizione, unita a una leggera sonnolenza dovuta probabilmente alle frittelle di zia Tilde, finì col fargli calare le palpebre a metà sugli occhi.
Dopo quasi un quarto d’ora di appostamento senza avere scorto nulla di strano all’interno della casa, cominciò a considerare l’ipotesi di abbandonare per quella sera la sua missione e andare un po’ a distendere i nervi alla serata di chiusura del Mickey Mouse estivo. In quel momento, però, Ennio mise la faccia fuori dalla finestra del soggiorno e guardò fuori con circospezione. Walter si calò su un fianco, appoggiando il gomito sul sedile del passeggero. Lasciò soltanto la fronte e gli occhi al di sopra del finestrino.
Vide le fronde degli alberi agitarsi dietro la casa per il vento. Ennio rientrò per qualche istante poi tornò a chiudere le imposte. Pochi secondi dopo il vento era cessato. Fu allora che Walter vide, nascoste solo parzialmente dai tendaggi bianchi, due sagome che parevano discutere l’una di fronte all’altra. Eppure Ennio gli era sembrato solo in casa. Forse qualcuno dormiva al piano di sopra. Oppure era entrato dal retro.
Rimase qualche istante pensando a cosa fare poi decise: doveva rischiare. Scese dall’auto avendo cura di spegnere la luce del cruscotto e accostò la portiera senza chiuderla. Attraversò la strada e, protetto da un paio di alberi, si avvicinò il più possibile alla finestra. Al di là dei tendaggi, si stagliavano nettamente le due sagome. I due uomini parevano discutere animatamente e qualcosa si udiva nonostante le finestre fossero chiuse. L’odore, quell’odore, era così forte da avvertirsi anche all’esterno. Walter riconobbe la voce di Ennio nella sagoma alla sua sinistra. L’altra voce era quasi baritonale e, sebbene l’uomo parlasse con parecchia enfasi, solo poche parole isolate trapelavano in maniera intelligibile.
Questo fu ciò che Walter udì:
Ennio: E’ impossibile che sospettino……nulla da cui potrebbero aver…
Altro uomo: ….ti dico….farli entrare….quel nuovo….per niente stupido.
Ennio: Non potresti smettere….interrompere per un po’?
Altro uomo: …sai bene….perdere potere….occuparmene…..
Ennio: Devi…polizia dovunque…
A quel punto l’altro uomo rise sguaiatamente. Una risata che a Walter fece gelare la schiena. Pareva non emessa da una voce umana. Qualcosa nel suo subconscio gli consigliò di allontanarsi da lì. Mentre tornava all’auto notò che alle sue spalle la luce aveva cambiato intensità. All’interno della casa la luminosità si era affievolita come se tutte le lampadine accese avessero ridotto inspiegabilmente la loro potenza a metà. A quel punto qualcosa lo fece sobbalzare. Una scia di vento smosse le fronde degli alberi dietro la casa allontanandosi nella boscaglia. Lo stesso fenomeno che Walter ricordava di avere visto alla vecchia palestra la sera precedente. Senza indugiare oltre risalì in auto e, dopo aver controllato che nessuno potesse vederlo, girò la chiave e partì alla volta della casa di Soldani. Un’ora dopo la Golf di Aldo con dentro Sandro, Enzo e sua cugina Antonella partiva dal Bar Arlecchino alla volta del Mickey Mouse.
“Ma non doveva venire anche Walter?”
“Ha detto che veniva alle dieci, sono le undici e mezza. Forse non ne aveva più voglia. Comunque, se è in ritardo sa dove trovarci, no?”
A meno di un chilometro di distanza da loro il ragionier. Servidei sull’uscio di casa stava notando strani movimenti fra le piante in giardino. Stava tremando come le foglie del suo orto.

8.

Soldani rimase pensieroso senza fare commenti alla fine del resoconto dell’appostamento di Walter davanti a casa Tirelli.
“Purtroppo non posso dire se si trattasse del fratello. Dalla sagoma poteva anche essere.”
“Ne sono più che convinto, e dopo che le avrò raccontato ciò che ho scoperto finora lo sarà anche lei. Tanto per cominciare le dirò che aveva visto giusto riguardo quella foto a casa di Ennio.”
Walter si fece tutt’orecchi.
“Il simbolo che ha visto all’entrata della palestra fu notato per la prima volta da alcuni colonizzatori francesi nelle zone montuose interne del Madagascar, alla fine dell’ottocento. Dalle informazioni riportate da uno storico francese pare che esso incutesse particolare timore negli indigeni Sakalava, il cui dominio si estendeva da duecento anni ai due terzi dell’isola. Deve sapere che esisteva ed esiste tuttora una forma di culto della possessione legata alle grandi divinità adorate da quella popolazione. Gli spiriti venivano evocati attraverso cerimonie in cui un eletto, tramite un preciso rituale e l’assunzione di alcune particolari sostanze, cadeva in uno stato di trance dal quale parlava alla tribù per conto delle divinità.”
“Una specie di vudù?”
“Qualcosa del genere. Normalmente gli spiriti evocati erano benefici e ciò era fatto allo scopo di ottenere informazioni per il miglioramento dello stato sociale della tribù nonché a fini economici, ma una popolazione confinante particolarmente bellicosa ed ostile ai Sakalava ne aveva stravolto l’essenza a fini malefici, per combattere questi ultimi e sottrarsi alla loro imminente dominazione. Gli Zañampoha, questo era il loro nome, si erano ritirati in zone montuose e inaccessibili dove i Sakalava non osavano addentrarsi. Le consideravano infestate da divinità malvagie. In questo modo gli Zañampoha riuscirono a rimanere autonomi fino alla fine dell’ottocento, quando furono dispersi dalle milizie francesi.
I Sakalava, che ancora oggi celebrano cerimonie rituali, non hanno tramandato molte notizie sulle pratiche dei loro nemici, come se avessero cercato di insabbiare agli occhi della storia quel terribile culto di cui nessuno di essi ama parlare. Lo stesso nome del culto è incerto anche per gli esperti. Chi lo chiama Hitsu o Hitse, chi ancora Jakatse. Siamo a conoscenza solo di poche pratiche e di qualche simbologia. Il simbolo che lei ha visto, ad esempio, assume significati opposti a seconda che le spirali siano orientate verso l’alto o verso il basso: se quella destra è in alto evoca spiriti benefici, in posizione contraria evoca divinità distruttive. Nella nostra cultura corrisponderebbero rispettivamente alla croce in posizione diritta che simboleggia l’Onnipotente e a quella rovesciata che simboleggia invece il Maligno.”
“E quello che abbiamo visto noi è il simbolo negativo. Però si può obiettare che chiunque possa averlo visto su qualche libro prendendolo a prestito. Molti si tatuano i simboli tribali più strani a scopo ornamentale, e spesso senza conoscerne il vero significato.”
“Be’, innanzitutto quello non è un simbolo che si può trovare su una qualunque enciclopedia, né tantomeno dal tatuatore. Queste informazioni le ho avute personalmente via e-mail da un docente dell’Università di Lione, il quale ha promesso che mi farà pervenire al più presto tutte le notizie, non molte a quanto pare, riguardo le pratiche rituali conosciute, positive e negative, degli Zañampoha. Forse a breve avremo qualcosa di più pratico su cui ragionare.”
Walter lo guardava annuendo, senza sapere cosa dire.
“Sono tutte coincidenze” riprese Soldani “o indizi, lo so benissimo, ma cominciano a essere parecchi. D’altronde l’unica vera prova sarebbe cogliere il Tirelli in flagrante sul luogo di un delitto, il che è impensabile, oppure mentre celebra i suoi riti nella vecchia palestra. Ma, mi creda, se le cose stanno così non ci conviene assolutamente sfidarlo senza avere altre informazioni. Non abbiamo nulla da opporre al suo potere, ci annullerebbe.”
“Quindi non possiamo fare nulla al momento?”
“Nulla, se non salvaguardare la nostra stessa vita. Lui potrebbe sapere che siamo sulle sue tracce, soprattutto alla luce di ciò che lei gli ha sentito dire stasera, e decidere di eliminarci. Anzi, nel caso fossi io a essere eliminato, sarà bene che le mostri dove trovare tutte le informazioni necessarie sul mio computer.”
A quelle parole pronunciate con così tanta freddezza Walter rimase un poco turbato: stava rischiando la vita dunque? Certamente sì, se tutte queste teorie si fossero rivelate fondate. Se ne rendeva conto solo ora, e per un istante provò l’impulso di mandare tutto all’aria, tornarsene a Novara e aspettare che tutto fosse finito prima di rimettere piede a S.Clara.
E se la faccenda non avesse trovato fine? Doveva andare avanti, almeno finché il coraggio gli fosse bastato.

9.

Quelli come lui hanno qualcosa dentro. Qualcosa che sa di morte.
Le parole pronunciate in quel western di Sergio Leone che stava guardando in TV per riuscire a prendere sonno, sebbene senza attinenza con la situazione, riecheggiarono nella mente di Walter per parecchi minuti, così come la risata agghiacciante udita poche ore prima. D’altronde sarebbe stato impossibile per lui pensare ad altro, in quel momento. Guardò fuori dalla finestra. Era tutto cosi assurdo ma il pensiero di tutte quelle morti era tremendamente reale. E poi perché non andare a fondo di quella faccenda? Da adolescente era molto attratto dalle storie soprannaturali e ora aveva la possibilità di viverne una da protagonista. Ciò in fondo lo eccitava. Inoltre il pensiero di indagare sulla morte della sua amica gli dava modo di soffrire meno che rimanendo spettatore passivo.
Quella notte sognò. Sognò il suo corpo in putrefazione divorato dai vermi e quando, al mattino presto, si svegliò aveva in bocca un sapore cattivo e sconosciuto che non gli ricordava nulla di già provato prima. Non aveva avvertito presenze quella notte, ma la sensazione che sentiva addosso era di forte disagio. La casa, la sua stessa casa, sembrava avere qualcosa di diverso dal solito. E anche una volta uscito per qualche istante gli sembrò di vedere il mondo avvolto da una strana nebbiolina.
Nonostante non sentisse peso allo stomaco non fece colazione: l’idea del cibo lo nauseava, cosa strana per lui, abituato a svegliarsi con una fame da lupo. Con Soldani dovevano vedersi nel pomeriggio. L’altro gli aveva detto che avrebbe continuato a fare ricerche per tutta la notte e che si sarebbe riposato un po’ al mattino.
Niente, non riusciva a riprendersi. La testa gli girava e gli occhi facevano fatica a restare aperti. Decise di continuare comunque a camminare verso il centro. Non fu una buona idea.
Pochi minuti dopo si ritrovò senza quasi rendersene conto in mezzo a un capannello di persone davanti alla casa di Servidei.
…la zappa piantata nel collo… sentì dire da una delle persone intorno a lui, e questo gli confermò quanto aveva già immaginato. Un’altra vittima. Forse, se fosse riuscito a capire qualcosa di più dalla conversazione tra Ennio e il fratello (ormai era convinto che si trattasse di lui) avrebbe potuto fare qualcosa per impedire questo ennesimo omicidio. Forse.
Il solito simbolo, quel simbolo, era presente nell’angolo in alto a sinistra sulla facciata della casa. Lo osservò a lungo e in lui si fecero largo i più truci pensieri. Poi decise di allontanarsi dal gruppo dei curiosi. In quell’istante si sentì chiamare.
“Signor Ghetti, buongiorno.”
“Ah, Dottor Giacomino, buongiorno. Anche se per qualcuno non è un buon giorno” disse indicando la scena del delitto.
“Già, mi hanno rovinato la domenica in famiglia” disse con una punta di cinismo.” E’ venuto a passare il weekend a S.Clara?”
“Veramente sono qui da mercoledì e sono rimasto per il funerale di un’amica. Cristina Morello, è morta in un incidente stradale, forse ne ha avuto notizia.”
“Oh,no! Io seguo indagini penali, come questa. Anche se qui di incidenti cominciano ad essercene veramente troppi, un po’ come per gli omicidi.”
“Già! Avete scoperto qualcosa di nuovo? La gente qui è molto spaventata.”
“Stiamo valutando ogni singolo caso con la massima attenzione. Ma…perché me lo chiede?” chiese Giacomino, assumendo di nuovo quel tono da indagatore.
“Be’, finche vengo da queste parti sono anch’io una potenziale vittima, sono spaventato anch’io.”
“Ha motivo di temere per la sua persona?”
“Non più di ogni altro essere vivente a S.Clara. Sembra che questo killer uccida indiscriminatamente, probabilmente è uno psicopatico.”
“Sì, è probabile” tagliò corto l’altro. “Mi dispiace per la sua amica, le mie condoglianze.”
“Grazie, buon lavoro.”
Mentre il Sostituto Procuratore si allontanava Walter, stava pensando a un modo per metterlo al corrente di ciò che sapeva. Ma quale?
Sa dottore, c’è un tizio scomparso vent’anni fa che è riapparso adesso ed è lui la causa di tutte queste morti. Uccide con la magia nera in tanti modi diversi. Dovrebbe sorvegliare la casa del fratello, alla sera gli piomba in casa dopo il rito magico arrivando sotto forma di vento e portando uno strano odore, poi sempre sotto forma di vento si avvia a casa della sua vittima per ucciderla facilmente in quanto già soggiogata dalla magia nei giorni precedenti.
Gli avrebbe riso in faccia, e non a torto.
Il senso di nausea era appena diminuito e comunque non gli era riuscito di mandar giù altro che un piccolo trancio di pizza. Al Bar Centrale non trovò conoscenti. Nerio, il barista, gli disse che erano tre giorni che non si faceva vivo nessuno della compagnia. Uno dei frequentatori più assidui del bar era addirittura scomparso da casa inspiegabilmente. Quanto a Martino, da almeno due settimane nessuno l’aveva più visto in paese.
Walter bevve un aperitivo alcolico tanto per rilassarsi e tornò verso casa di Soldani. Questi lo aspettava in uno stato di ansia febbrile.
“Venga, venga. E’ arrivata l’e-mail che attendevo…”
A computer acceso Soldani riassunse la situazione:
“Come sospettavo il fuoco era parte essenziale dei loro riti, e anche il ritmo ipnotico dei tamburi.”
“Noi però non abbiamo sentito tamburi ieri sera.”
“Ieri sera eravamo piuttosto lontani. A ogni modo il problema fondamentale è capire come lui irretisce le persone. Gli Zañampoha sfruttavano una serie di sostanze allucinogene che provocavano il delirio dei loro aggressori. Riuscivano poi tramite i loro rituali a pilotarle nella direzione conveniente. E’ probabile che tutte le vittime avessero ingerito o avuto contatti con sostanze di questo tipo.”
“Ingerito?” Walter ebbe un sussulto “E’ da quando ho cenato ieri sera che faccio fatica a mandar giù un boccone di cibo. Ho la nausea da stamattina.” Guardò Soldani senza sentire il bisogno di aggiungere altro.
“Non è più tornato in casa da oggi?”
“No, da stamattina.”
“Non lo faccia, allora. Non le conviene tornare nella sua casa. Alcune di quelle sostanze non hanno bisogno di essere ingerite. Basta che siano cosparse sugli oggetti che tocchiamo. Spesso sono inodore e insapore.”
Soldani attese qualche attimo. “La sua casa potrebbe essere, come dire, contaminata. Non ha avuto nessun tipo di allucinazione, oggi?”
“No, solo malessere e spossatezza.”
“Non voglio spaventarla, ma potrebbe avere dei problemi stanotte. Non le consiglio nemmeno di mettersi alla guida, sarebbe molto rischioso. Si ricordi quello che è successo alla sua amica.”
Walter rabbrividì. Sentiva il pericolo sotto forma di formicolio sulla pelle.
“E’ meglio che rimanga qui stanotte. La sorveglierò io. Ci metteremo qui nello studio, i divani sono reclinabili, così saremo pronti a fronteggiare qualsiasi situazione. Cerchi di restare tranquillo, ora abbiamo alcune notizie di grande importanza.”
Soldani riprese il discorso interrotto anche per distrarre Walter dalla preoccupante situazione.
“Credo che il Tirelli sia divenuto col tempo una specie di sciamano: nelle cerimonie di possessione, colui che è malato viene curato da un sacerdote. Al termine di un preciso rituale l’anima del malato subisce una discesa degli dei e una incarnazione corporale. Quella del sacerdote, invece, dopo aver abbandonato il corpo sale al cielo o scende agli inferi ed entra in contatto con gli dei. Egli conserva così la sua integrità psichica al contrario del posseduto, il quale viene totalmente invaso dal dio che si sostituisce alla sua normale personalità. Nel nostro caso Tirelli rappresenta il sacerdote e noi i malati.”
“E di che malattia si tratta, è una malattia conosciuta?”
“Un paio di medici malgasci la scoprirono. Si chiama Baranjana ed ha caratteristiche di trasmissione simili alla malaria, in quanto è tipica delle zone palustri. Era stata circoscritta in Madagascar agli inizi del novecento, ma pare che le piante che la provocano possano ancora trovarsi in qualche zona sperduta dell’isola.”
“E immagino che da queste piante si estraggano le sostanze di cui parlava poco fa.”
“Immagina giusto, ne ho qui una classificazione” disse Soldani indicando il computer “e ho anche una lista di altri estratti curativi. Fortunatamente, si fa per dire, non è trasmissibile e occorre un certo numero di contatti con quelle sostanze per contrarla in maniera grave.”
“E quali sono i sintomi?”
“Avrei preferito non dovergliene parlare, data la situazione, ma è giusto che lei sappia. Dopo il contatto, per uno o due giorni il paziente prova un malessere generale, poi si manifesta un’agitazione nervosa che assume una forma allucinatoria. Gli equilibri mentali vengono stravolti e possono prendere corpo le visioni più disparate. Questi però non sono sintomi immediati, e secondo la credenza si osservano solo nei malati che sono stati sottomessi all’influenza del sacerdote. Le persone quando vengono prese da una malattia che presenta sintomi coreutici o nervosi si suggestionano ulteriormente e inconsciamente finiscono con l’acutizzarne i sintomi. Il fuoco e il ritmo ossessivo dei tamburi, normalmente usati per “canalizzare” in qualche modo il disordine della mente, dovrebbero fungere da agente curatore, ma nel nostro caso il sacerdote cerca di creare la situazione opposta: il caos mentale.”
“Se ho capito bene, quindi, sono stato a contatto con quegli estratti e questa notte il…sacerdote cercherà di spaventarmi con tutti i mezzi in suo potere.”
“Dipende dall’entità del contatto che ha avuto. Probabilmente il suo è solo il primo stadio della malattia, ma se non ci sbrigheremo a fermare quel pazzo la situazione non potrà che peggiorare. Non si dimentichi che anch’io ho avuto qualche forma allucinatoria ultimamente. Nemmeno qui siamo troppo al sicuro.”
“Crede che lui abbia capito che stiamo cercando di fermarlo?”
“Può darsi, sembra che sappia sempre tutto e che trovi sempre il momento giusto per agire, quindi sì, credo di sì. Ma non si perda d’animo. Come le ho detto sappiamo abbastanza su quelle piante per poterci curare, o quantomeno difendere, immunizzandoci dai suoi attacchi. Per sconfiggerlo, però, dovremo imparare a servirci della sua stessa magia, o meglio del suo opposto.”
“Possiamo curarci quindi, ma in che modo?”
“Per cominciare possiamo usare del semplice chinino, me ne sono già procurato. E’ efficace contro tutte le forme malariche, ma per essere sicuri dovremo procurarci altri estratti specifici. Uno di essi, il Ramina, è praticamente introvabile, però gli altri si possono trovare in una buona erboristeria. C’e n’è una ben fornita a Verbania, possiamo fare un salto domani mattina. Per stanotte, però, il chinino non avrà abbastanza tempo per fare effetto. Dovremo essere ben vigili e non lasciarci ingannare da niente.”
Dopo una cena precauzionalmente a base di cibi preconfezionati cercarono di rilassarsi sul divano davanti al televisore. Poi, nonostante la tensione, le energie cominciarono a cedere. Sistemarono i divani, ma lasciarono la TV accesa e tennero i vestiti addosso per ogni eventualità.
Per qualche istante Walter si sentì quasi stupido in quella situazione. Cercò di convincersi che stava facendo la cosa giusta.
Che strano pensò è passato solo un mese da quando si faceva festa tutte le sere e sembrano tempi così lontani.
Era proprio una sensazione strana. Avrebbe voluto dormire per non pensare più a nulla, ma il timore di ciò che avrebbe potuto aspettarsi glielo impediva. Gli tornò beffardamente in mente l’eco di una canzone dei Faith No More:
…e ogni notte chiudo gli occhi come se non dovessi più rivedere la luce.

(8 – CONTINUA)

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