BRIVIDO NELLA NOTTE

di Danilo Arona

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Nel buio di una notte infinita l’orologio digitale sul cruscotto segnava le 5,20, ma all’esterno pareva l’ora del lupo, quella che Ray Bradbury aveva fissato ne Il popolo dell’autunno alle tre del mattino, battezzandola come “la mezzanotte dell’anima”. Da poche ore era il 30 dicembre, l’anno il 1999 e Bob Orsetti tornava a Bassavilla da Venezia, sfrecciando ai duecento sulla A4 poco trafficata. Ancora un giorno e Bob avrebbe varcato il confine dei quarantacinque anni. Sospinto dalla nostalgia e dalla musica di una vecchia canzone di Errol Garner in sottofondo (la sempreverde Misty), si ritrovò a pensare agli anni Settanta e al suo periodo di fuoco nella prima radio “libera” della città.

Durò pochissimo. Nel perimetro dei fari scorse d’improvviso al centro della corsia autostradale, in piedi a qualche decina di metri davanti alla lanciatissima BMW, una figura femminile dai capelli biondi che indossava qualcosa di somigliante a un giubbotto o a un corto soprabito rosso. In quella che registrò come un’infinitesimale frazione di secondo Bob riuscì a evitare l’impatto con il bersaglio scartando tutto sulla destra e rischiando un disastroso testacoda contro il guard-rail della carreggiata d’emergenza. Raddrizzò la macchina e la parcheggiò con le frecce lampeggianti. Quindi, ancora in preda all’adrenalina che gli formicolava in ogni millimetro quadrato dalla testa ai piedi, uscì dall’abitacolo e cercò con lo sguardo quell’insensata ragazza, deambulante nottetempo in mezzo all’autostrada. Non vide nulla e allora prese a camminare verso quello che per pochissimo non era divenuto un letale punto d’impatto. Magari la ragazza, ovvviamente in difficoltà, era svenuta e allora sì che non avrebbe avuto scampo. Ma, mentre marciava, sull’altro lato dell’autostrada transitarono due macchine e un camion che illuminarono la scena. Non si vedeva proprio nulla. Dopo pochi secondi sfrecciarono altre due vetture, questa volta nel suo senso di marcia, e non capitò alcunché. Di certo, se un essere vivente si fosse trovato in mezzo alla strada, non avrebbe avuto scampo. Non pago allora urlò per due volte: “Ehi, c’è qualcuno lì?”, ma solo una leggera eco gli tornò come risposta. A quel punto non sussistevano dubbi: aveva avuto un’allucinazione causa l’ora e la stanchezza. E, rinfrancato — soprattutto perché non esisteva alcuna ragazza bionda in pericolo di vita – , tornò all’auto e riprese il viaggio.
Decise di non correre. E il disc-jockey notturno che passava adesso country nordamericano gli ricordò ancora quegli anni di spontaneità, genialità occulta e pirateria creduta tale. Lui, causa il suo metabolismo, si era proposto come intrattenitore notturno a Radio Alessandria International per proporre quella musica che di giorno non si poteva ascoltare. Aveva subito scoperto un sociale esplosivo e ribollente: chiamate in diretta, operai incazzati, argomenti tabù. E in qualche caso telefonate alla Wolfman Jack, il dee-jay di American Graffiti, che una volta dichiarò ai giornali di avere ricevuto telefonate dall’altro mondo.
Era cominciata una notte alle tre. Lo ricordò con precisione mentre doppiava il cartello che segnalava l’uscita per Padova. Ed era proseguita per diverse notti successive: la ragazza, una voce metallica e triste, gli si presentava come “Melissa” e si complimentava. Per la sua voce, un po’ roca e suadente, e per la musica. Lui, sempre, ne restava leggermente scosso. La voce lo turbava senza una specifica ragione. Gli sembrava di captare, in quel modo di scandire all’apparenza tanto rassegnato, un’altissima concentrazione di rimpianti. La voce di una ragazza cui la vita doveva sembrare insopportabile. E poi che mestiere faceva una che telefonava tutte le notti alla stessa ora, in un momento di solito monopolizzato da ferrovieri incarogniti, gente sofferente d’insonnia, coppie in crisi, ubriachi e teorici del futuro contratto dei chimici? E chissà se restava sveglia proprio per quel mestiere? Quanti chissà…
“Mi piaci tantissimo, voglio vederti”, si era sentito dire Bob dopo un po’ di volte, verso le tre del mattino mentre — in seguito lo avrebbe anche spergiurato — la telefonata sembrava arrivare ancora da più lontano, un po’ come certe trasmissioni in onde corte confuse tra rumori stellari e canti arabici.
“Niente di più facile”, aveva risposto. “Io non posso muovermi, ma tu puoi raggiungermi qui. Però non mi hai mai visto, temo che resterai delusa.”
“Io ti conosco”, era risuonata enigmatica la sua risposta. “Tra mezz’ora sarò lì da te.”
A Bob era tornato in mente Clint Eastwood in un film di qualche anno prima dove un collega notturno se la vedeva con una pazza che girava armata di rasoio e affettava disc-jockey. Ma quello era solo un film, Brivido nella notte, in lingua originale Play Misty for Me.
Mezz’ora dopo, mezz’ora esatta, una ragazza aveva suonato alla porta di Radio Alessandria International e qualcuno, anche a quell’ora, l’aveva fatta entrare. Lei aveva varcato lo studio. Lui l’aveva guardata, rimanendone perplesso. Anche la ragazza, per quel che si arguiva: quella voce calda che poteva fare immaginare un marcantonio di rara prestanza apparteneva invece a un tipo ordinario, un po’ anonimo e in preda alla calvizie galoppante. Avevano parlato del più e del meno per dieci minuti. Più che sufficienti perché Bob si accorgesse che la voce della ragazza che gli stava di fronte non era la stessa del telefono. Infine le aveva chiesto:
“Ma che mestiere fai?”
E lei gli aveva risposto: “Mi chiamo Irma, faccio la commessa e casco dal sonno. Guarda, sono qui per colpa di mia zia.”
“Tua zia?”
“Sì. Mia zia tira le carte e mi ha telefonato mezz’ora fa, pregandomi di venire qui a incontrarti. Neanch’io so bene perché.”
Bob aveva strabuzzato gli occhi. Quindi aveva chiesto il nome della zia. La donna, quasi cinquantenne, si chiamava Lucia.
“Ma, allora, chi è Melissa?”
“Non conosco nessuna Melissa”, aveva detto la ragazza — né bella né brutta, anonima e poco comunicativa – , mentre si avviava verso l’uscita. “C’è soltanto quella svitata di mia zia che sostiene che il mio spirito guida si chiama così. Ma le si può credere? E’ fuori di testa. Buonanotte, e scusami per il disturbo.”
Bob non l’aveva mai capita bene quella storia. E, chissà perché, adesso, gli tornava in mente in quella stramba notte, ormai baciata dall’aurora, sulla A4. Decise di fermarsi per un caffé doppio all’autogrill Limenella, quasi all’altezza di Vicenza. I ricordi, con la loro zavorra nostalgica, minacciavano di trascinare l’auto e il suo guidatore in un inauspicabile détour. La canzone che stava suonando la radio, prima che lui scendesse, era di nuovo Misty.
Suonala per me, supplicava Evelyn a Dave Garner, disc-jockey di KRLM di Carmel, in quel vecchio film che raccontava di notti plausibili e di follie incurabili. Ma Bob si scoprì a odiare quelle note. Gli ricordavano capelli biondi e un giubbotto rosso. E con le immagini anche la sgradevole sensazione di avere ucciso qualcuno, una ragazza cui la vita doveva sembrare a tal punto insopportabile da camminare nel buio della notte in mezzo a un’autostrada.
Per fortuna aveva solo sognato a occhi aperti.

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