di Francesco Scalone

124.jpgIn occasione del sessantesimo anniversario della sconfitta del nazifascismo e della fine della seconda guerra mondiale, l’editore Fernandel pubblica questa antologia di racconti dedicati al tema della lotta partigiana (Resistenza60, a cura di Sergio Rotino, 12 euro). I sedici autori presentati sono tutti nati dopo il ’45 e appartengono a diverse generazioni. A tutti è stato chiesto di partire dal presente e di raccontare la Resistenza dal loro punto di vista, con il loro stile, esprimendosi in piena libertà.
Ad aprire l’antologia, c’è un racconto bello e struggente di Carlo Lucarelli sul dovere di difendere la verità e la memoria: un partigiano ormai ottantenne rimane solo a “resistere” contro la solita amministrazione di centrodestra che vuole dedicare una piazza ad un noto brigatista nero.
L’imperativo morale di resistere alla vigliaccheria e all’arroganza fascista è un tema che ritorna in molti racconti. In alcuni, si presenta come una sorta di riflesso obbligato, una necessità che irrompe nel quotidiano dei protagonisti, in alcuni casi, malgrado il loro stesso volere.

Nel racconto di Gianluca Di Dio, il figlio di un eroe partigiano tenta di prendere le distanze dalla propria storia familiare ed elabora una visione cinica e disillusa di sé stesso e della propria esistenza: “io non risolvo problemi, io faccio solo circolare soldi. Un vigile urbano del benessere. Sto col benessere. Questo è il mercato no? Perché dovrei essere diverso dal mondo che mi gira attorno?”. In realtà, quando un ricco cliente gli confida le sue convinzioni razziste, con un sorprendente scatto di orgoglio trova il coraggio di rispondergli no e riaffermare quegli stessi valori di giustizia e dignità che credeva ormai essere desueti e dimenticati. Molto più amaro e cinico è il racconto di Piersandro Pallavicini: in un albergo di montagna, uno scabroso scambio di coppie va a monte a causa di una lite sui partigiani: “Sì, certo. Gli stessi che hanno ucciso il nonno di mio cugino”. La situazione descritta da Pallavicini è forte ed emblematica e la frustrazione provata dal protagonista, incapace persino di spiegare il significato della parola Resistenza ad un giovane africano, diventa una metafora inquietante dell’epoca in cui viviamo. Agghiacciante nella sua semplicità espositiva risulta anche il testo di Michele Rossi dove un ragazzo raccoglie la confessione di un anziano appena accompagnato in ospedale. Lì, in un’atroce epifania dell’orrore, ascolta il vecchio che ricorda una rappresaglia contro i partigiani: “Così prendemmo le donne e i bambini e poi bruciammo le case, bruciammo tutto. Poi stuprammo le donne. Poi donne e bambini li abbiamo mandanti col treno su a Trieste, al campo”.
Tra gli spunti di maggior interesse c’è il continuo scarto di stili, sensibilità e generi che caratterizza i racconti proposti nell’antologia. Non è un caso che Francesco Pacifico costruisca una finta storia di spionaggio, in cui i travestimenti e le messe in scena dei protagonisti rappresentano il disperato tentativo di dare un senso alla Storia e alle loro storie individuali. Ma è soprattutto in “Progetto Grande Scimmia” che Laura Pugno osa e riesce nell’ambientare un tipica ghost story in uno degli appartamenti di via Tasso, dove le scritte di sangue che ogni notte ritornano sui muri della casa assumono il significato di una straziante metafora del dolore e della sofferenza.
In alcuni racconti si avverte infine tutta la necessità di trasmettere ai giovani il significato e la memoria della Resistenza. Sono questi, forse, i racconti più consapevolmente politici perché è proprio nell’urgenza del dialogo tra generazioni che le istanze di quella lotta in qualche modo rivivono, recuperano senso e vincono ancora. E se nei racconti di Caliceti, Cacciapuoti e Ambrosecchio il campo di azione si sposta tra i banchi di scuola, gli strumenti e le armi per “resistere” non sono tanto i libri o la scrittura ma la stessa sensibilità, la spontaneità e l’entusiasmo incontenibile dei ragazzi.
Un racconto di Gianluca Morozzi chiude l’antologia ed è abbastanza sintomatico che su sedici racconti presentati sia solo questo l’unico in cui compare un gruppo organizzato di militanti: anche loro resistono al conformismo dei tempi e all’arroganza dei “nuovi politici. Dopo aver scovato l’ultimo partigiano rimasto in vita, i ragazzi decidono, in modo folle e geniale, di imparare a memoria tutti i suoi ricordi: “Capisce? Noi tre ci stiamo imparando a memoria un pezzo del suo racconto, a turno. Così che la sua memoria continui a vivere nella nostra memoria, e in quella delle persone a cui racconteremo tutte queste storie”.
In ultimo, nonostante i numerosi e significativi spunti di interesse presenti nell’antologia, segnalo alcuni motivi di perplessità. Innanzitutto, c’è una deriva verso situazioni che veramente poco hanno in comune con il tema della Resistenza. Nel racconto di Michele Governatori si apprende che il protagonista ha deciso di “resistere” alla “cicciona” che ogni giorno gli occupa il posto auto. E purtroppo non si tratta di uno svarione isolato: Davide Bregola, con un certa vena di melanconia, racconta la storia di un amico burattinaio che si ritrova a “resistere” contro la vita soffocante di un matrimonio ormai fallito. S’intenda, il problema va oltre le intenzioni dei due autori appena citati. Ma viviamo in tempi particolari, di grandi e piccole ambiguità, e se il messaggio è che tutto si può considerare resistenza, dalla lite condominiale ai problemi del quotidiano, allora l’operazione proposta da Fernandel diventa piuttosto confusa, sicuramente difficile da decifrare. Forse sarebbe stato il caso di aggiungere una prefazione o una postfazione, giusto per spiegare, chiarire e condividere con i lettori tutte le scelte fatte. Sarebbe bastato poco.

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