di Federica Vicino

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XVIII

La prima sorpresa era stata la verginità.
Troppo bello per essere vero, avevo pensato – scoprendomi più tradizionalista e bigotto dei predicatori ecclesiastici! – la mia donna ideale che si rivela tutta solo mia; mia e di nessun altro prima di me. Lei mi aveva chiesto che vuol dire “essere vergini”. Bella domanda!
– Non sai che vuol dire essere vergini? – mi ero stupito, e con un cattivo gusto degno della peggiore delle belve metropolitane avevo anche riso. Subito dopo m’era scivolata la mano sulla spalla di Sara, sul tatuaggio di origine – e il tempo s’era fermato e dilatato in un singulto di indescrivibile tensione, come la puntina che si inceppa sul vinile quando, per pura esigenza antiestetica, viene voglia di ascoltar musica alla vecchia maniera.

Non tutti i sensi erano ancora tornati attivi: il tatto si riappropriò per primo, e di colpo, della dimensione reale delle cose, quelle che avevo di fronte, una donna che forse non era una donna; poi la vista seguì inevitabilmente il processo avviato. Incrociavo lo sguardo di Sara, eppure già non la vedevo più; sentivo il mio corpo dentro il suo, in una stretta che solo un attimo prima avrei detto indissolubile, eppure già mi sentivo attraversato da un brivido uguale e contrario. Tutti i messaggi fin lì accumulati tornavano indietro, rispediti al mittente: i sensi si distaccavano dall’urgenza dell’istante del piacere… dall’ abbandono al sospetto alla consapevolezza. Istantaneamente.
– Cos’hai qui dietro, sulla spalla? Una cicatrice?
Abbandono, sospetto, consapevolezza.
– Fammi vedere: girati.
Obbediente, Sara si voltò, staccandosi da me, allontanando il suo cuore, che ancora pulsava, dal mio che rintoccava ritmicamente il buio rimbombo dell’orrore.
“Cazzo, non può essere… non può essere! Cazzo, è un clone. Un clone?! Com’è possibile, un clone?! Ecco qui, la verità -terribile verità- che si disvela ai miei occhi: eccolo, il tatuaggio di origine. SB 300650 K984. Queste sono le iniziali della sua origine: Esse – Bi; questa la data di nascita: trenta giugno duemilacinquanta – ha vent’anni. Vent’anni. Anche il mio clone deve avere un tatuaggio così: non l’ho mai visto, ma posso immaginarlo. E – Di, dovrebbe stare per le iniziali del nome, per Eric Drexter… poi la mia data di nascita… Già, la mia data di nascita! Eppoi quel K984 che non so cosa sia – un qualche codice di identificazione, credo…”
Il pensiero era immobile, ma il mio corpo aveva agito, senza la minima esitazione: crudo, freddo, preda dell’azione congiunta di istinto e subcultura. ” E’ un clone, cazzo è un clone!” – Con uno scatto l’avevo spinta lontano da me, dando il miglior saggio del pessimo esemplare di essere vivente che sono. E Sara, addossata al muro, minuta, spaventata, aveva continuato a scrutarmi incredula, ed i suoi occhi erano diventati enormi e terribili – erano trascorsi attimi interminabili, nei quali mi era balzato in mente di tutto, dalle fucilazioni sommarie dei sovversivi, finiti in pochi drammatici attimi di frastuono assoluto, al “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”.
La tensione si risolse in fretta fortunatamente, con una fuga: Sara era scoppiata in lacrime e subito dopo era fuggita. Avessi potuto dimenticare quelle lacrime, e il profumo di fiori recisi che il suo corpo si portava dietro… avessi potuto dimenticare il tremore della sua voce, il lampo fulgido di quegli occhi di cerbiatto… avessi rinunciato ad andare avanti per questa strada impervia, ora sarei disteso sul mio tavolaccio, con il mio dottor Frankenstein pronto a fare a fette il mio clone per regalarmi altri tre o quattro capitoli di amarissima esistenza!
Ma non andò così.
Quasi subito rimpiansi di non averla rincorsa: pensai a me stesso come alla più deplorevole delle carogne; cercavo appigli e giustificazioni… il senso di ribrezzo, la paura di un qualche misterioso contagio, l’irritazione per l’assoluta mancanza di buon senso: solo un idiota poteva confondere un clone con un essere umano – o viceversa!
Mi arrampicavo sugli specchi.
La verità, la verità scientifica, la verità sanitaria, di tutto questo, l’hanno pronunciata, in tempi e modi diversi, la dottoressa Fenner e il mio caro amico Sorrel :
– I cloni sono cloni, non esseri umani.
Ma io delle verità scientifiche non so che farmene.

XIX

Quando tornai dall’ambulatorio di Sorrel ero confuso e angosciato.
E sorpreso delle mie reazioni. In altri tempi mi sarei dato da fare per rimediare una pistola e piantare un bel proiettile nel triangolino compreso fra occhi, naso e montatura d’oro degli occhiali del mio caro amico medico. Stavolta no. Stavolta mi sentivo completamente svuotato di ogni forza e ogni convinzione. “Clone” – “essere umano”: le parole mi rimbalzavano nella mente, come in una partita di squash, giocata fra me e il muro. Niente e nessuno che volesse o potesse rispondermi. Solo dubbi – e qualche rimpianto. Mi rimaneva la sensazione di essere entrato in conflitto con tutto ciò che mi circondava… con lo stesso sistema del pensiero ben-pensante secondo il quale un clone è un clone ed un essere umano è un essere umano. Nemmeno quel K984 tatuato sulla spalla di lei era riuscito a dissuadermi dalla convinzione che Sara fosse la donna fatta per me, l’anima gemella, quella che si aspetta di incontrare da un momento all’altro e per tutta la vita. Avevo avuto la grande fortuna: il sogno s’era fatto realtà, in carne e ossa… in carne, ossa e tatuaggio d’origine, a voler essere pignoli – ma che importava?
Qualunque cosa fosse, Sara c’era stata! Era stata nei miei occhi, nel mio corpo e anche nella mia mente. Lei e nessun’altra. Clone o non clone, Sara c’era stata.
Angosciato e confuso, mi infilai nell’androne della palazzina, che già il caldo incalzava l’asfalto rendendolo morbido e dando fuoco al cemento. Lasciai ronfare l’ascensore nel suo tunnel rugginoso ed imboccai le scale: prima rampa, seconda rampa – non m’ero mai reso conto, prima, di quanto facesse schifo il mio palazzo. Terza rampa: cresceva l’angoscia, scemava, ma molto lentamente, la confusione. Di sicuro pensavo troppo e da troppo tempo; di sicuro, di lì a poco, avrei fuso. Quarta rampa: “fortuna che in casa ho ancora un po’ di roba”…
Quinta rampa: “oh, ma non finiscono mai, queste cazzo di scale?!”
Di bello, la mia palazzina, ha quest’aspetto disincantato e cupo: porte rigorosamente serrate, che sembra non debbano aprirsi mai più; finestre protette da graticci fatiscenti, che mai avrebbero potuto contenere l’estro degli sciacalli; e il budello della scalinata centrale, stretto, buio e rimbombante di suoni inesistenti – mi accorsi di tutto questo quel mattino, salendo le scale, nel disperato tentativo di tenere lontani i pensieri.
Alla decima rampa andai in debito d’ossigeno e mi sovvenne l’ultima stranezza sempre risalente alla notte precedente: il mio pensiero che correva misteriosamente al mio clone, un attimo prima di lasciarmi trasportare dall’estasi del coito, un attimo prima di sfiorare con le dita la spalla di Sara ed il suo tatuaggio di origine. Premonizioni, chiamiamole così, per comodità. Avevo pensato a ED 070940 K984 (sempre che questa misteriosa ultima tranche del codice, questo inquietante K984, sia lo stesso per tutti i cloni del nostro Deposito Sanitario… avevo qualche dubbio in merito! Ma mi piaceva l’idea di avere qualcosa che mi legasse a Sara, anche agli occhi del Sistema): per la prima volta da che ero nato, mi ero domandato chi fosse o cosa fosse ED 070940, il mio alter-ego. “O forse dovrei dire: mio fratello” – pensai ancora. Alzai lo sguardo dall’ultimo gradino che mi separava dalla porta di casa, e l’universo intero mi si ricompattò in un istante davanti agli occhi: Sara era lì. Discinta, affaticata, impaurita, dopo la fuga precipitosa di quella notte, ma lì, davanti la porta di casa mia. Era lì per me, aspettava me; me e nessun altro.
– Non sapevo dove andare… – disse, semplicemente.
Sentii di adorarla.

XX

Mi ritrovo nel bel mezzo dell’afa surreale del mezzodì, con un pugno di mosche in mano, una fame da lupi e il mio vicino di sgabello che ha una disarmante voglia di parlare. Peggio di così…
Mi guardo nel riflesso della vetrina e scopro che nonostante i trent’anni suonati, i brufoli continuano a prosperare sulla mia faccia. Mi piacerebbe dolermene in gran segreto, e soprattutto nella mia intimità, ma il vicino di sgabello ha il maledetto dono di leggere nel pensiero – e attacca:
– E’ per via del caldo.
– Come?
– I brufoli: – spiega – vengono fuori per via del caldo. Fa troppo caldo, e la pelle si ribella.
Non trovo nemmeno il tempo per augurarmi che l’indesiderata conversazione non scivoli nel pantano dei luoghi comuni, che già il vicino di sgabello inizia la sua tirata sul clima.
– 39 gradi – dice – sono assolutamente impensabili, per queste latitudini! Eppure sono cinquant’anni che si sente parlare di buchi nell’ozono e di collasso climatico del pianeta! E cos’è cambiato? Assolutamente niente! Nessuno s’è mosso, nessuno ha fatto niente per evitare che oggi si giungesse a 39 gradi all’ombra!
Si interrompe solo perchè il computer ha inviato sul suo tavolo l’ Hurry Menù, il menù di quelli che hanno fretta. Allora me lo osservo un po’ meglio, il mio loquacissimo vicino di sgabello: non ha l’aria di uno che ha fretta. Al contrario, ha l’abbigliamento dimesso e sgualcito di chi perde del tempo a pensare e crede ancora di poter far soldi grazie al proprio ingegno! In fondo, non siamo molto diversi. E anche le sue chiacchiere, in fondo, non sono così insensate!
Lo provoco, di proposito:
– E chi avrebbe dovuto muoversi? – chiedo – E per far che?
– Tutti: tutti avrebbero dovuto muoversi! A cominciare da me, che ho tutto il tempo che voglio, ma ordino l’Hurry Menù, ben sapendo che questa è insalata transgenica e che questa è una bistecca gonfiata a forza di ormoni!
Rido. Beh, merita la mia simpatia, questo vicino di sgabello. Arriva anche a me il lauto pasto: ho dimenticato di dire che anch’io ho ordinato l’Hurry Menù. Col vicino di sgabello ci scambiamo un’occhiata complice.
– Siamo tutti sulla stessa barca! – gli sussurro, e ora ridiamo insieme.
Di solito detesto le amicizie occasionali; detesto parlare con gli estranei – e in particolare detesto avere a che fare con tipi come questo qui. Un personaggio insolito: per il resto del mondo sicuramente un povero pazzo, un diverso, un alieno; per me solo un personaggio insolito — ma tant’è. Fuori schema in entrambi i casi — e dunque inadeguato al contesto. Emarginato, emarginabile, da emarginare – comunque lo si guardi, la morale della favola non cambia. Per me, che sono nello schema, è ancora peggio. Subodoro il pericolo, con tipi come questo qui, capaci di infarcire il delirio di grandi verità e farti riflettere su tutto ciò su cui solitamente non si vuol riflettere. Alla malora lui e i balordi come lui! Mi ha messo in mente quest’idea del collasso climatico del pianeta e della nostra colpevole immobilità; ed ora non riesco a non pensarci su. E’ vero: nessuno s’è mosso; nemmeno io! Detesto il climatizzatore, mi dà il mal di testa e la nausea, specie mentre mangio, ma lo mando a palla all day long; l’aria che respiro mi impappa i polmoni, eppure mi sposto in macchina anche per raggiungere me stesso da un capo all’altro di casa mia; mi ripugna fare il bagno al mare, ma non rispetto mai le dosi anti-inquinamento consigliate per l’uso dei detersivi, perchè i miei indumenti devono essere sempre iperpuliti e i batteri che la mia vita randagia raccatta in giro devono ipercrepare dentro la lavatrice, iperavvelenati dall’iperaddittivo iperpotente.
Contraddizioni.
Conclusione: i buchi nell’ozono e la morte del mare sono anche colpa mia.
– E’ il sistema a essere sbagliato! – sospira il vicino di sgabello tra un boccone e l’altro.
Non se n’è accorto, ma l’ha detta grossa.
– Eh, già! – annuisco – E’ proprio il Sistema a essere sbagliato!
Ci scambiamo un’altra occhiata.
– No, non quello! – si affretta a precisare – Intendevo il sistema delle cose… e delle persone!
Non parlo mai di politica. Meno che mai ne parlerei con uno sconosciuto che sgranocchia insalata biomanipolata in un self-service, ungendosi bocca, mani e camicia! Uno che se ne va in giro con addosso un cappotto di lana quando fuori ci sono 39 gradi all’ombra! Non deve avere tutte le rotelle a posto! Eppure la sua è una follia nella quale i conti tornano.
Trangugio un altro sorso di birra fintomalto, e proseguo:
– Io, invece, intendevo il Sistema, quello vero. Quello che governa.
Anch’io l’ho detta grossa e ne sono perfettamente consapevole. Una battuta come questa, detta nel luogo sbagliato, al momento sbagliato, potrebbe costarmi anche la vita; sicuramente mi costerebbe qualche annetto di galera.
– Certo, mi si dirà che il Sistema è l’unica garanzia di sopravvivenza, – aggiungo — ma a che serve sopravvivere? Insomma, perché si parla sempre di sopravvivenza e mai di vivibilità? Perché produrre cloni invece che riprodurci noi? Che senso ha?
La conversazione di fa hot, e il vicino di sgabello suda freddo, ora. Gronda liquidi di ogni sorta da sotto la cappa lanuginosa delle vesti dismesse. Io, fresco e rilassato nella mia camicia di lino bianco, sono un fiume in piena. Affondo altri colpacci, sentendomi audace e sprezzante, come un eroe d’altri tempi:
– La diversità è la ricetta della vita. E’ sempre stato così, e non secondo la mia personale opinione, no: secondo la legge di natura! Allora perché il Sistema promuove progetti di omologazione?Perché ci vogliono tutti quanti uguali? Perché spendono tempo e soldi ed energie, addestrano eserciti, creano imperi, manipolano la comunicazione, indirizzano le esigenze e i gusti, pur di renderci tutti quanti uguali? Te lo sei mai chiesto?
Non sarò un sovversivo, ma in questo frangente ci somiglio molto. Non sarò coraggioso, ma stamattina mi sento così: capace di affrontare la più impensabile delle sfide!
Alle mie parole il vicino di sgabello accenna una reazione, ma io l’anticipo.
-Di cosa hanno paura?
Il vicino di sgabello è rimasto senza parole. Io rincaro la dose:
– Cosa accadrebbe se da oggi mi rifiutassi di mangiare questa spazzatura? O di guardare la TV? E se, dopo di me, anche tu facessi lo stesso; e, dopo di te, dieci, cento, mille altri?
Mando giù l’ultimo boccone di bistecca di plastica. Sono sorpreso della mia stessa dialettica, e non sono nemmeno sicuro di condividere appieno ciò che ho testè detto: l’unico input che mi spinge ad impelagarmi ulteriormente in questa assurda tirata di fantabiopolitica, è il desiderio di sentir parlare ancora il mio matto-saggio vicino di sgabello.
– E se un giorno nascesse un esemplare tutto nuovo, consapevole di sé e di ciò che lo circonda? Un essere anomalo, atipico, uno di quelli che in passato hanno segnato ogni salto generazionale della specie? Uno che sfugge perfino ai dettami della scienza! Una deviazione genetica? Cosa succederebbe?
– La sua è una visione parziale. – sospira il vicino di sgabello, che purtroppo nel frattempo ha finito di mangiare. D’altronde, gli inconvenienti dell’Hurry Menù sono questi: sbrigarsi diventa un obbligo. Sono le contraddizioni di cui sopra: un uomo che non ha nulla da fare, entra in un self service e ordina l’Hurry Menù; quindi consuma il suo pasto nell’unico modo possibile, frettolosamente, perchè frettolosamente deve tornare al suo non far niente. Altra contraddizione: io. Sono in un ritardo fottuto: avevo detto a Behlen che sarei stato di ritorno in redazione per le 11.30; e alle ore 14.00 in punto, sono ancora intento a divorare il mio Hurry Menù, ordinato per abulia, sbirciando sul monitor del computer del mio vicino di sgabello.
– Economia… – aggiunge questi con un sospiro. Intanto si fruga nelle tasche: quelle più esterne del cappottone, poi quelle dei pantaloni, quelle del gilet, quelle della camicia sotto il gilet, davanti, dietro, di lato… Poi mi riporta addosso i grandi occhi vitrei, e accenna un sorriso miserabile.
– Lei non mi denuncerà, vero? – sussurra.
Non lo denuncerei mai; ma sono crudele, e mi diverte l’idea di non rassicurarlo. Eppoi mi intriga l’ipotesi della fuga senza pagare il conto: mi piacerebbe vedere come se la cava un uomo della sua età, con l’aria già stanca e affaticata, con il respiro centellinato prima ancora di iniziare a correre, contro i vigilantes in bermuda e manganello.
– Come la mettiamo col tuo abbigliamento? – gli sussurro in un orecchio.
– Che c’entra il mio abbigliamento?
– Non prendiamoci in giro: non è sull’allungo che puoi fare affidamento! E se conti si svignartela con disinvoltura, hai sbagliato proprio tutto! Non sei un tipo che passa inosservato.
– Già. – annuisce il vicino di sgabello, ma piuttosto che rabbuiarsi asseconda il mio tono sarcastico – Come vede avevo ragione io: lei ha una visione parziale delle cose, signore.
– Una visione parziale?
– Madre natura! – confessa tutto d’un fiato – E’ stato lei a nominarla, poco fa: quella divinità dal fare machiavellico che rinnegherebbe le masse uniformi, se il Sistema non glielo impedisse.
Fa una bella pausa enfatica, e, senza mai smettere di sorridere, pronuncia le ultime parole già alzandosi dallo sgabello.
– Mi permetta di dissentire. Lei stesso mi ha fatto rilevare, signore, l’inadeguatezza del mio abbigliamento. Ora, mi osservi bene. Cosa sono io, se non uno di quegli “errori” che potrebbero sovvertire l’ordine? Io sono qui, signore, in carne ed ossa. Io ci sono. E con me c’è il Sistema, c’è il cibo spazzatura e ci sono i cloni, in un delicato, ma perfetto equilibrio. Ognuno al suo posto. Perché il vero traguardo del regime non è eliminare la diversità, ma inglobare la diversità. Essere — questa — unica — formula – vincente. Stop.
Quindi, con fare giullaresco, indica prima i vigilantes in bermuda e maglietta che chiacchierano appostati vicino l’uscita e poi se stesso, ma con lo sguardo ha inavvertitamente lambito anche la mia freschissima camicia di lino bianco. Incasso il colpo.
– Diamo modo ai mastini di fare il loro dovere! – esclama il mio ormai ex vicino di sgabello, avviandosi calmo.
Io sono ancora senza parole. La cellula fotoelettrica, dinnanzi allo sgabello ormai vuoto ha già registrato l’anomalia, il monitor ha iniziato a lampeggiare; tutti i sensori del circuito interno del self-service sono già entrati in funzione; si accendono lucine ovunque, i vigilantes sono in preallarme, manganelli già abbrancati e schiuma alla bocca; il mio ex vicino di sgabello si perde nella folla: mi sembra di sentire il crepitare intenso del suo cuore, la morsa che risucchia la bocca dello stomaco, l’adrenalina che corre precipitosa nelle vene… Io di tasche ne ho poche, ma fatico a trovarle: mi sfugge tutto nella tensione che cresce, davanti ai riflessi di fuoco del monitor che pare sul punto di esplodere. “26 Kontinental – 26 Kontinental” – continua a lampeggiare; i mastini sono ormai sciolti, hanno fiutato la preda, il vicino di sgabello è praticamente davanti all’uscita e il cappottone di lana, i pantaloni sdruciti, la camicia, il gilet rattoppati fanno l’effetto che avevo previsto; i vingilantes gli sono quasi addosso. Abbranco, nel buio della tasca, tutto quello che ho. Mi precipito a riempire la bocca vorace del cameriere virtuale di tutti e 26 i maledetti Kontinental che vuole.
– Tieni, figlio di puttana! – gli sibilo contro – Investili in trapianti multipli!
La macchina ingoia; le lucine, sul sistema d’allarme del locale, si spengono d’incanto; la rabbia, negli sguardi dei mastini, più lentamente. Il vicino di sgabello è salvo, per un soffio. Scarico altri 26 kontinental nella bocca del computer del mio tavolo e lo rincorro. Ho bisogno di approfondire il discorso dell’economia.

XXI

Tanto per cominciare, il vicino di sgabello non mi ha ringraziato per avergli salvato il culo; anzi, a giudicare da come se la ride sotto i baffi, deve avermi fregato. Poco dopo, infatti, mi confessa che quello che ha appena messo in atto è uno dei suoi trucchi per pranzare gratis: uno dei più riusciti. Fa leva sulla sorpresa e sulla compassione, e sfrutta un solo essenziale strumento di persuasione, il cappotto. Basta scovare il tipo giusto (me, ad esempio): il resto va da sè; la sorpresa per l’inattesa saggezza custodita sotto la zazzera di capelli fradici di sudore; la compassione per la malasorte che ha condannato un povero diavolo, pure intelligente e addirittura tutt’altro che digiuno di “sapere”, a una vita randagia e priva di sbocchi. Infine il cappottone, che, con 39 gradi all’ombra, sa di supplizio medievale – e il gioco è fatto.
Siedo accanto al mio nuovo amico su una panchina qualsiasi, nel fitto del mercatino del contrabbando della frutta. Sedicenti contadini spacciano vaschette di frutta coltivata, vantando merda autentica come concime, per dar valore al prodotto. Trovo tutto estremamente comico. E (sebbene sia difficile ammetterlo) anche romantico: un clochard che trangugia more e lamponi, stretto nella morsa dell’afa, e intanto dispensa verità assolute.
– L’evoluzione è finita da un pezzo. – predica.
Io mostro di non aver capito e lui grugnisce. Manda giù un altro lampone, e ancora masticando riprende:
– “Evoluzione” uguale “lotta per la sopravvivenza”. Da sempre: ogni essere vivente deve lottare per sopravvivere, anche l’essere umano. L’uomo ha dapprima lottato contro le belve: era una preda, è riuscito a diventare un predatore. Poi contro le epidemie: era un vittima, è diventato un medico. Poi, ancora, contro la tirannia e le dittature: era uno schiavo, è diventato un cittadino. Lotte: lotte di ogni genere, vinte o perse, non importa, ma comunque combattute con accanimento; perchè la posta in gioco era alta. Si trattava della sopravvivenza! E fin qui tutto è filato liscio: l’uomo, animale fra gli animali, era parte dell’ecosistema. L’uomo aveva bisogno dell’ecosistema e l’ecosistema aveva bisogno dell’uomo. Era tutta EVOLUZIONE. — fa una pausa e si cava con la punta del dito un semetto di mora da uno dei molari – Poi il processo si è interrotto, è giunto improvvisamente al capolinea ed ha ripreso la sua corsa, solo… nella direzione opposta.
I lamponi di contrabbando sono terminati, e il saggio vagabondo interrompe la sua predica. Mi guarda: dall’atteggiamento capisco che si aspetta altre leccornie. Mi spazientisco. “Cazzo, – grido, in cuor mio – un po’ di dignità! Le scimmie negli zoo fanno capriole in cambio di noccioline! Ma tu, amico mio – verrebbe voglia di dirgli – tu sei un essere umano!”
Invece gli chiedo:
– Albicocche?
– Cocomero.
– Cocomero!?
Il bastardo ha scelto la merce più costosa. Cedo – di malavoglia, ma cedo. Mi alzo, cerco del cocomero; non mi curo nemmeno di trovare il migliore offerente. Mi rimangono solo pochi spiccioli: decido di liberarmene – e non se ne parli più! Investo i miei ultimi 30 Kontinental in cocomero alla merda di vacca: articolo garantito. Due fette al ghiaccio: 28 Kontinental – “tenga il resto”. E’ un furto, lo so; mi lascio consapevolmente rapinare da una vecchiaccia grassissima, così tonda e dura che sembra averli ingoiati tutti i suoi merdosi cocomeri, per tenerli nascosti all’antitrust. E’ l’immagine vivente di un trash-Botero, questa contrabbandiera scura più nell’animo che sulla faccia: incamera velocemente i 30 denari, affondandoli nel reggiseno, e mi fa cenno di dileguarmi.
– Oggi – sostiene il mio amico vagabondo, quasi con passione oratoria – l’uomo ha smesso di lottare per la sopravvivenza. Non lotta più, per nessuna ragione. Punto e basta. Oggi l’uomo distrugge. O, se preferisce, signore, potremmo dire: consuma. Oppure: metabolizza. E’ la stessa cosa. Sono tutti sintomi di un profondo e radicale cambiamento: l’evoluzione è finita. L’organismo è cresciuto, si è sviluppato, ha cercato (e forse trovato) un suo equilibrio. Si è stabilizzato. Adesso è pronto per il passo successivo. L’ultima fase.
Pronuncia questa catastrofica verità per poi addentare il cocomero. Io sono raggelato “ultima fase” sono parole che ancora mi rimbombano dentro, assieme al terrore.
– Ultima fase? — ripeto con un filo di voce.
– La morte. — conclude il vecchio.

Post scriptum: mi si dirà “e l’economia”?
– Già, l’economia… – sorride il vicino di sgabello, osservandomi con compassione — le faccio un esempio, signore: io voglio del cocomero, ma non ho i soldi; lei ha i soldi, ma vuole delle risposte. Il cocomero è a portata di mano, le risposte no. Chi è il più forte fra noi? Glielo dico io: il più forte è chi ottiene più in fretta, e con il minor sforzo, ciò che vuole.
Dinnanzi al mio miserrimo smarrimento, l’uomo col cappottone soggiunge:
– Il più forte non è il più forte, ma chi si adatta meglio, e in tempi più brevi, alle mutate esigenze. E questa non è legge di mercato, ma legge di natura. Rimane aperto un quesito: cosa sono le esigenze, cosa le genera, chi le gestisce? Ecco: colui che riesce a risolvere il dilemma, ha in mano la chiave di volta del problema nella sua globalità.
Pat — pat, idiota, credo abbia pensato l’ex vicino di sgabello dopo il mio ingenuo aaah!

XXII

Svolto sulla direttiva che va dritta dritta al cancello dello UWDN, consapevole e persuaso che l’evoluzione sia finita. Sono quasi le tre del pomeriggio, la puzza di Behlen è già nell’aria: non posso che immaginarmelo furibondo e io sono clamorosamente a corto di scuse. Sicchè, una volta al suo cospetto, confesso (con un candore che mi ripugna):
– Ho provato a ricattare la Fenner.
Mi mordo le labbra.
– Ma non è come tu credi! – mi affretto a precisare — Lo UWDN non l’ho neanche nominato! Ho detto alla dottoressa chi sono, chi sono veramente, e le ho proposto un affare.
– Che affare?
– Sara in cambio della cassetta.
A questo punto mi sarei aspettato l’ira funesta: invece il direttore se la ride placidamente, e placidamente giunge all’ovvia conclusione:
– E lei ti ha mandato al diavolo!
Annuisco – deglutisco… la saliva ha un sapore amaro. E’ molto divertito, Patrich Behlen. Così divertito da mettermi in forte apprensione. Continuo ad avere la stessa sensazione, da stamattina: la sensazione che la situazione tenda a sfuggirmi di mano. Quel che è peggio: inizio ad essere stanco. La cassetta con la registrazione della voce di Sara Bestern mi brucia fra le mani: Behlen vorrebbe che gliela dessi, io non gliela vorrei dare. I minuti trascorrono. Il direttore trova il tempo per mandare al diavolo la segretaria personale e sbattere fuori dal suo ufficio tutto il casino in cui è precipitata la redazione; trova il tempo per accendersi un sigaro ed assaporare la prima boccata; io non trovo nemmeno un istante per riprender fiato. Mi sento un cappio stretto attorno al collo. Behlen mi guarda e tende verso di me la mano destra.
Esito. Lui tira un’altra calda boccata di tabacco. Non ha smesso nè di fissarmi, nè di ridacchiare: sempre lo stesso, da quando mi ha fatto sedere davanti a lui. Un interrogatorio sarebbe meno penoso. Esito ancora.
– Sai quante telefonate ho ricevuto da stamattina, Eric? – farfuglia tra le labbra e il sigaro – Centinaia: non scherzo, almeno un centinaio! La storia del tuo clone ha già fatto il giro del mondo. Lo sai cosa vuol dire, questo?
Lo so, ma non mi azzardo a rispondere. Preferisco sentirlo da lui.
– Vuol dire che la tua cassetta non ha più nessun valore. Non per l’uso che vuoi farne tu, almeno. La signorina Sara Bestern, su saggio consiglio del suo legale, temendo che tu ti saresti precipitato qui a farmi sentire la registrazione, come il buon senso avrebbe voluto, ha già tenuto una conferenza stampa sull’argomento. E ti ha anche querelato!
Questa mi fa quasi ridere.
– Invasione di domicilio, falso ideologico e falsa dichiarazione di professione. – spiega Behlen, anche lui divertito.
Taccio.
– La polveriera, inutile dirlo ad un “falso giornalista” come te, Drexter, è esplosa subito dopo.
Io taccio. (Sto recuperando terreno).
– Ora il caso fortuito vuole che alle… – Behlen guarda l’orologio da 300.000 Kontinental che ha allacciato al polso – 4 in punto, esattamente fra tre quarti d’ora, al Dipartimento Sanitario di Stato ci sarà un incontro ufficiale dei Responsabili del Servizio di Sicurezza Sanitaria Nazionale con la Direzione Generale e la Direzione Sanitaria del nostro Deposito cittadino. E’ roba tua, Drexter.
Rimango di sasso. Mi aspettavo un licenziamento in tronco; invece mi ritrovo ancora nel vivo del gioco – e con grosse responsabilità sulle spalle. Devo essere visibilmente meravigliato, perchè Behlen, gongolante, si sente in dovere di spiegare:
– Hai fatto un gran mucchio di cazzate, oggi, Drexter. E per ciascuna delle tue cazzate ho guadagnato cifre esorbitanti. Sei una scheggia impazzita, ma mi vai benissimo così.
Di nuovo guarda l’orologio da 300mila Kontinental; solo in quell’istante mi accorgo che non ha ancora ritirato l’altra mano, protesa con decisione verso di me.
– Abbiamo giusto il tempo di ascoltare insieme la tua preziosa cassetta. – conclude, stavolta con un tono che non ammette repliche- Di ascoltarla TUTTI insieme, naturalmente.

XXIII

Non so se sono io ad avere il mondo nelle mie mani, o è il mondo a tenermi in sua balìa. Di certo, se in questa assurda vicenda c’è un abile manovratore di fili, risponde al nome di Patrich Behlen.
La registrazione della voce di Sara Bestern parte in global-vision; i dati dello share schizzano alle stelle. Scopro, così, che negli studi dello UWDN era tutto pronto, da molto prima del mio okay.
– Mandiamo in onda i lanci da mezzogiorno! – mi confessa il direttore dei programmi.
Ascoltano tutti col fiato sospeso: sul world-screen campeggia un brutto primo piano della brutta Sara Bestern, freeze – image, come dicono qui, preso dal servizio sulla conferenza stampa. La voce acidula si irradia nell’atmosfera.
“Sì, come guardacessi, magari!” – anche questo è scivolato nel diabolico microfonino del D.A.T.
Mi schernisco di fronte all’ilarità generale che la battutaccia della Bestern suscita fra gli pseudocolleghi; poi torna il silenzio, compattissimo, sul rimbombare del primo nome: “Jordan” – e sul secondo: “Patricia Fenner”.
Esultanza da stadio, in redazione. I telefoni impazziscono ed è un fuggi-fuggi generale. Lo stanzone della messa in onda è un formicaio che brulica di vuota umanità macinasoldi, qualcuno mi stringe anche la mano, fioccano insensati complimenti; lo stesso impassibile Behlen mi assesta una pacca sulla spalla e va ripetendo, soffocato nelle sue catarrose risate, “Il ragazzo è il migliore affare che mi sia capitato in tutta la carriera!”.
Vivo l’assurdità del momento con uno strano senso di autoironia: mi sento il Pinocchio della situazione, finito nelle grinfie dello spietato Mangiafuoco e preso nel turbine del teatro delle marionette. Siamo molto vicini a toccare il fondo. L’esacerbato parossismo che ha fatto del mio dramma una farsa macinaquattrini culmina di fronte a Hipko. Il “signor” Hipko – precisa lui. Un assoluto miscuglio umano di fantascientifici innesti di razze: madre tedesca, padre giapponese, – soggiunge, tronfio – la fantasia del vecchio continente e la razionalità dell’isola!
Terrificante.
Lo è a partire dal nome: Hans Hipko; per non parlare degli occhi, celesti nel cavo allungato del taglio orientale: architettura impensabile! La prenderei a ridere – ma c’è ben poco da ridere!
Scopro che è anche lui un’idea del direttore. E questo è anche peggio di tutto il resto. Scopro, dalle frasi sconnesse del suo delirio autocelebrativo, che è un artista mancato, e che ha qualcosa in comune con i medici del Deposito Sanitario: anche lui assembla pezzi di essere umano – solo non lo fa col bisturi, ma con il computer. Scopro che lavora per la Polizia di Regime (e questo me lo rende ancora più inviso), “saltuariamente, però!” – ammette, perchè quelli che fa lui sono ritratti, non identikit! Si definisce un pittore in 3D, e a questo punto vorrei ricacciargli in gola tutta l’inammissibile fiumana di stronzate che continua a vomitare da quanto mi s’è parato davanti. Ma non basta: scopro che al piano di sotto c’è un intero fiction-staff stanziato da Behlen a lavorare sulla storia del clone: i momenti salienti della vicenda verranno ricostruiti, da sceneggiatori e registi, con attori e comparse – avremo tutti facce e voci: tutti passeremo dall’altra parte dello schermo, diventeremo personaggi.
Sicchè mi ritrovo inchiodato ad una sedia, faccia a faccia con un carnefice germanico-nipponico dagli occhi celesti, che s’è fatto ora silenzioso ed efficiente nell’ apprestare un fantascientifico macchinario – spropositatamente piccolo rispetto alle sue sconfinate capacità – dal quale salterà fuori un ritratto tridimensionale della mia Sara.
Behlen mi trattiene per una spalla; il gesto non ha nulla di affettuoso, il tono della voce nemmeno.
– Non abbiamo immagini della tua Sara. – mi confessa – E il pubblico vuol sapere com’è fatta.
E ancora aspira tabacco; e ancora ride… per quel che mi riguarda ce n’è abbastanza per cospargerlo di benzina ed infilargli il sigaro acceso nei pantaloni.
– Hipko è qui per darci una mano: – prosegue – non hai che da descrivergliela, al resto pensa lui. E’ bravissimo, vedrai.
Eppure avrei dovuto aspettarmelo: il clone risvegliato, il più grande business nella storia dei media, non poteva continuare a non avere un volto! Mi rimbombano dentro le parole del direttore: “il pubblico vuol sapere com’è fatta”. Sono disgustato; avesse usato la frase-clichet, pane quotidiano dei cronisti d’assalto, -“la gente ha il diritto di sapere”-, gli avrei messo le mani addosso senza la minima esitazione. Invece ricorre, non so se casualmente o per calcolo, alla misura, di modo che ogni sua parola mi allaccia sempre più stretto alla sedia: ogni sospiro, ogni gesto mi svelano la nuda verità dei fatti, sono disarmato. Disarmato, vinto, costretto alla resa: costretto alla tortura, costretto a descrivere la mia Sara, sotto il fuoco incrociato degli sguardi curiosi e irriverenti dei macinasoldi, tutti all’arrembaggio della fiction, costi quel che costi! Dovrei cedere e implorare pietà. Vorrei uscire per un solo istante dal gioco; guardarlo dal di fuori; cercare di rendermi conto… Time out. Vi prego, abbiate pietà, time out!

Dimenticavo con chi ho a che fare. Dimenticavo che Behlen e il cattivo gusto sono tutt’uno – e mi faccio trovare impreparato dinnanzi alla battuta più infelice della storia:
– Coraggio, – mi incalza il direttore – descrivici la tua Sara: così vedremo se è davvero così bella!

(11-CONTINUA)