di Gian Paolo Serino

[Il prode Gian Paolo Serino aveva scritto spedito questo ritratto di J.M. Coetzee prima che lo scrittore sudafricano venisse insignito del Nobel. Non che Serino sia un profeta: sono io un cretino a non averlo postato. Mi scuso col prode e coi lettori tutti… gg]

coetzee.jpgA volte capita a chi legge per lavoro, oltre che per piacere, di lasciarsi sfuggire un libro o un autore che poi, a distanza di mesi, si scopre eccezionale.
A chi legge per lavoro capita, per esigenze di mestiere, di doversi sciroppare le mille e passa pagine di un Wallace qualsiasi o di sprecare giorni di vita preziosa sulle avventure di un Baudolino che “sentivi” inutile sin dalla quarta di copertina e di farsi sfuggire un capolavoro come Vergogna del sudafricano J.M. Coetzee, autore che in Italia non è nuovo all’oblio dei recensori. Prima della recente riscoperta Einaudi (che ha pubblicato anche Aspettando i barbari) e del rilancio da parte di Adelphi (editore di Vita con gli animali) diversi testi di Coetzee erano già stati pubblicati negli anni ’80 da Donzelli senza che nessuno se ne accorgesse: titoli e autore completamente persi nell’oblio di librerie supermercato e di quotidiani paludosi dove la carta sembra assorbire soltanto libri di eco.

Ed invece Coetzee è uno dei pochi scrittori contemporanei capaci di stare dentro e fuori dall’occidente: proprio per questo, in qualità del suo punto vista non ancora monetarizzato, può ancora dirci “in che cosa consiste essere vivi”.
Il Sudafrica che emerge dalle sue pagine, ad esempio, è un mondo dove i fatti “avvengono” ancora (al contrario della nostra Disneyland), è un mondo dove il corpo ha ancora un suo peso radicato nella terra. La figlia di David Lurie, il bianco professore di letteratura inglese protagonista di “Vergogna”, viene violentata da un nero: decide di tenere il bambino, decide di usare il proprio corpo come una promessa (una promessa emotiva e quindi politica) di una possibile convivenza fra i neri e i bianchi in quella sorta di inferno d’odio che è il Sudafrica. Una decisione che in Europa desterebbe clamore mediatico e disgusto borghese. Immaginate una ragazza italiana di buona famiglia, violentata da un extracomunitario, che decide di tenere il bambino in nome dell’integrazione: solamente guardando i servizi dei telegiornali a lei dedicati, la povera ragazza abortirebbe spontaneamente (solamente le suore violentate in Kosovo hanno deciso di tenere i figli della violenza, però il Kosovo è il Sudafrica della nostra Europa: sono quelle le regioni dove si è trasferita la realtà, divorziando da noi).
Qui sta la magia di Coetzee: restituire alla vita una dimensione morale che è l’unica possibile. La dimensione morale della pietà verso tutti, animali compresi. Animali che, in “Vergogna”, sono le grandi e sconosciute vittime che assorbono i lati peggiori degli esseri umani senza per questo diventare le cattive copie dei loro aguzzini. Gli animali hanno questo potere, questa innocenza, di cui l’uomo occidentale ha una nostalgia feroce: per questo li combatte decretando la morte degli animali che sono semplicemente “forme diverse della stessa volontà di vivere”.
Anche per questo gli animalisti non potranno perdersi “La vita degli animali”, il breve trattato che Coetzee ha dedicato a questo tema: siamo ad altezze degne di Schopenhauer. Alcuni passaggi potrebbero benissimo figurare fra i “Parerga e paralipomena” del filosofo di Francoforte e sotterrare la “Veritatis splendor”, sedicente capolavoro morale della Santa Romana Chiesa.
“La vita degli animali” è anche un magnifico esempio di come incorniciare una discussione etica in una struttura narrativa che non ha niente di pleonastico, ma che al contrario dona più efficacia emotiva al messaggio, perché di messaggio finalmente possiamo parlare, dopo tanto disimpegno giocattolaio sfornato dalle nostre iperproduttive case editrici.
Coetzee è dotato di una tensione morale nei confronti del mondo che nessun scrittore del nostro parco giochi occidentale potrebbe ancora avere, per il semplice fatto che laggiù la vita è ancora la vita, con tutte le sue dosi di violenza e tenerezza.
Con Coetzee torniamo alla purezza greca di un Sofocle, dove nessuna spettacolarizzazione attutisce la tragedia di avere un rabbioso destino.
I protagonisti di “Età di ferro”, “Deserto”, “Il maestro di Pietroburgo”, in ristampa per Einaudi, sembrano tutti essere senza illusioni e senza speranza, ma non hanno l’aspetto di martiri in potenza, al contrario: hanno la loro sventura oggettiva, ma la vera miseria, quella dei falsi apostoli e dei martiri volontari, sta dalla nostra parte.
Siamo noi che non osiamo più rimboccarci le maniche e ci balocchiamo con filosofie da finti dandies .
La donna malata di cancro che in “Età di ferro” cerca di conoscere un barbone dopo averlo trovato esausto e scontroso nel giardino di casa; la figlia che uccide il padre in “Deserto” e ci racconta il perché (a differenza dei “boh, non lo so, mi andava” di molti parricidi di casa nostra); Dostoevskij che stringe al volto il guanciale del figlio morto per cercarne le ultime tracce di profumo sono le coscienze inquiete e reali che oggi non sopportiamo più: non abbiamo la loro stessa tenerezza e le odiamo.
Fortunatamente non possiamo distruggerle: perché diversamente dagli animali sono anime che appartengono a corpi ancora capaci di resistenza, di ostinazione e, in ultima analisi, di libertà.

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